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DALLE MONTAGNE DEL PERÚ ALLA VAL DI SUSA

L’impressionante aumento del numero e dell’intensità delle lotte ambientali in America latina è proporzionale alla crescente furia depredatrice delle risorse naturali da parte delle società minerarie, energetiche e biotecnologiche, occidentali ma anche autoctone. Questo mentre governi eletti a sinistra si spostano a destra (Perù) o si attestano su posizioni di pretesa neutralità o di finto “progressismo”, elaborando Costituzioni subito negate dall’impianto legislativo successivo.
Su questo punto della politica dei governi latinoamericani, di qualunque tendenza, di fronte al problema ambientale e alle relative lotte indigene o non indigene (vedi in Argentina il crescere dei comitati cittadini) siamo un po’ meno ottimisti su quanto afferma nel sottostante articolo Raúl Zibechi, che su questo argomento ha espresso altre volte giudizi ben più critici. Se delle vittorie qua e là sono innegabili su questo fronte, ciò è dovuto all’ampiezza di certe resistenze. Ma anche in questi casi spesso il potere economico non demorde e prepara le sue contromosse, come è il caso in questi giorni della carretera di attraversamento del TIPNIS in Bolivia o la idroelettrica di Belo Monte in Brasile.



L’articolo ci sembra tuttavia calzante per altri versi con quanto sta accadendo in America latina e in Europa. E’ di estrema attualità in questi giorni in Italia la lotta dei no-tav in Val di Susa, una lotta il cui risultato è, a nostro parere, fondamentale per aprire una crepa consistente nel sistema di potere neoliberista che decreta, per bocca dell’italico governatore della Banca centrale europea, la obsolescenza del sistema di protezione sociale europeo, ormai in progressivo smantellamento.
Il rapporto fra poteri costituiti (ed occulti) e manifestanti, nel caso della Val di Susa come in altri, è fortemente asimmetrico, come ha fatto notare ieri anche Sofri su La Repubblica. In particolare in questo caso è il potere dei media che può amplificare a dismisura e spesso distorcere episodi di singole cretinate che vengono accreditate come posizioni di tutto il movimento e non di singoli, mentre il comportamento niente più che doveroso di un singolo carabiniere esaltato per coprire i non infrequenti casi di violenza esercitata dalle “forze dell’ordine”. Questo mentre purtroppo una parte consistente dell’opinione pubblica anziché guardare la luna si incanta a guardare il dito che la indica, senza alzare un po’ di più lo sguardo.
Questa lettura dell’articolo di Zibechi è uno stimolo a guardare un po’ più lontano e volentieri lo proponiamo nella traduzione di Gaia Capogna che ancora una volta ringraziamo.

DUE CONTINENTI CONTRO IL NEOLIBERISMO
 
RAÚL ZIBECHI


Dall'America Latina osserviamo con preoccupazione la rotta che sta prendendo la crisi economica e politica europea, e siamo speranzosi riguardo alle risposte che stanno dando, e sicuramente daranno, i diversi popoli, con la convinzione che il futuro dei “los de abajo” di entrambi i continenti avrà molto in comune.
In differenti periodi storici (durante la decade del 1990 in America del Sud, poi nel 2008 in Europa), il capitale finanziario ha lanciato brutali e miserabili offensive per strappare a “los de abajo” conquiste storiche, portando i settori popolari ad una situazione di sopravvivenza in condizioni di dominio. È necessario tener presente che tutto ciò non è una deviazione né un errore del sistema, bensì il modo, che sta diventando abituale, in cui il capitale si comporta in questa fase di decadenza, che si prolungherà, perché cerca di trascinarci tutti nella rovina per allungare la sua agonia.
Noi popoli sudamericani siamo riusciti a fronteggiare il modello neoliberale. Anche se non siamo riusciti a sconfiggerlo completamente, almeno è stato possibile delegittimare le sue ariste privatizzatrici e creare una nuova relazione di forze che ci permette di guardare al futuro con maggior speranza. Quelli che seguono sono solo appunti e riflessioni sul come è stato possibile fare  questi passi, senza nessuna pretensione d'indicare o suggerire quello che gli altri debbano fare.
Il tempo è la prima dimensione da prendere in considerazione. La resistenza contro il modello ha avuto bisogno di un lungo periodo per poter comprendere quello che stava accadendo e, sopratutto, per adeguare le forze sociali alla nuova realtà. Molte delle vecchie forme di lotta si sono rivelate inadeguate o insufficienti nel momento d'affrontare le nuove sfide. Ma questa dimensione temporale non richiede solo sguardi in avanti, che ci permettano d'immaginare come avanzare, ma anche il  guardare all'indietro per recuperare le migliori tradizioni che, naturalmente, non possono essere riprodotte tali e quali.
La seconda questione è che il capitale è insaziabile e irrefrenabile. Non è mai soddisfatto e vuole sempre di più. Non si accontenterà di quel brutale 30 per cento che ha strappato ai salari dei greci.  La rapina è la sua forma d'essere e non capisce altro linguaggio. Non ha freni e comprende solo il linguaggio della forza: tanto quella che utilizza per imporre i suoi desideri come quella che è capace di farlo retrocedere.
Nell'esperienza sudamericana, fu l'irruzione della gente negli spazi pubblici quello che rese inevitabile un cambio, perché delegittimò le autorità che difendevano il modello. Ma ci fu di più. Non solo si ottenne la caduta successiva di governi, ma anche il crollo del vecchio sistema politico. In Ecuador, in Bolivia, in Venezuela e in Perù le forze politiche che arrivarono al governo, due decadi prima non esistevano. In altri paesi della regione, forze che non avevano mai governato occuparono  i palazzi presidenziali.
Sulla rivolta, che di questo si tratta, conviene fare alcuni chiarimenti. Non si è trattato solo di episodi specifici, anche se importanti, ma di processi. Il caracazo del 1989, risposta a un pacchetto di assestamenti strutturali, fu la prima grande rivolta anti neoliberale. In seguito ci furono decine di  episodi simili fino ad arrivare alla seconda guerra del gas in Bolivia, nel 2005. Ma questi grandi avvenimenti si iscrissero in cicli di lotte relativamente prolungate che riuscirono ad introdurre un palo nella ruota della governabilità neoliberale, ancorata all'autoritarismo e alla repressione.
Come ha fatto notare giorni fa un bracciante a Écija (Siviglia), non ci saranno cambi fino a quando la gente non scenderà nelle strade, perché la strada è l'unico spazio pubblico da dove è possibile far deragliare il modello. Non si tratta di un capriccio di rivoltosi, ma di qualcosa di molto più profondo: la governabilità neoliberale ha bisogno di ordine per lubrificare la capitalizzazione che venne bloccata impedendo la circolazione delle merci. Non è un ordine per lo Stado, come quello delle dittature, ma un ordine per il capitale, che è ciò che caratterizza le democrazie elettorali.
Per questo, ogni volta che si sentono con l'acqua alla gola, come i patetici governanti greci, tanto simili ai Menem e ai Fujimori, quello che fanno è convocare nuove elezioni per rinnovare la loro impossibile legittimità. Nel caso sudamericano sono accadute due cose: in alcune consultazioni elettorali vi è stata una valanga di voti bianchi o nulli, soprattutto dove quelli che avrebbero potuto vincere rappresentavano più che mai lo stesso modello, e in altri casi, quando la governabilità risultava impossibile e i difensori del modello battevano in ritirata, sono apparse nuove configurazioni politiche per sostituire le vecchie dirigenze.
Questo è uno degli aspetti più controversi. É evidente che non basta portare a palazzo politici differenti, anche se nati dal basso. Ma non dobbiamo dare per scontato che i partiti e le forze politiche storiche (socialisti e comunisti, ma anche anarchici) saranno quelli che risolveranno questa crisi dopo che le destre saranno spazzate via dal potere. Non è questa, per lo meno, la configurazione politica post neoliberale in Sudamerica.
Il punto nodale è un altro. Se “los de abajo”, organizzati in movimenti, sono stati capaci di costruire spazi e immaginari sufficientemente potenti, il ciclo di lotte non finisce con il ricambio governativo, incluso quando occupano le poltrone persone che provengono da quei movimenti. Così come  i cambi non dipendono da persone, ma da relazioni di forza, il ruolo dei movimenti è decisivo tanto nella dispersione del modello come nella ricomposizione di qualcosa di diverso.
In ogni caso, la vita continuerà a riservarci delle sorprese. Tutto questo è appena all'inizio e il 15M non ha ancora compiuto il suo primo anno. Non sarebbe affatto strano, considerando la rapidità dei fatti, che “los de abajo” ci sorprendessero ancora una volta, come è successo nel 1936 in Spagna, quando si lanciarono per le strade per fermare il colpo di Stato di Franco, scrivendo una delle più belle pagine della storia popolare. La storia non si ripete mai, ma lascia insegnamenti che non dovremmo sottovalutare.

(Da La Jornada del 25.02.2012 , www.jornada.unam.mx/2012/02/24/ - traduz Gaia Capogna)

MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO
A CURA DI ALDO ZANCHETTA www.kanankil.it/ Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
N.7/2012 dell’1.02.1912

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