Categorie

Peacelink Latina

Login Form

BOLIVIA : IL GIOCO SI FA PIÙ DURO

A CURA DI ALDO ZANCHETTA

Il 25 aprile cioè domani la IX marcia indigena si muoverà da Chaparina, nello stato del Beni, nuovamente in difesa del Tipnis (vedi Mininotiziario n.37 del 2011), dopo che il governo Morales ha concesso due licenze di esplorazione e sfruttamento petrolifero all’interno di questo Parco Nazionale concludendo così una lunga serie di ambigue dichiarazioni in proposito.

Non è un momento facile per il paese, scosso da una serie di scioperi (vedi Bolivia: Una ola de huelgas desafía al gobierno de Evo Morales - www.canaltrabajo.com/aggregator/sources/) e da un crescente malessere di fronte alla ambigua politica del governo. Ne abbiamo parlato telefonicamente con un Oscar Olivera angustiato come non mai, che ci ha pregato di tradurre e diffondere questa intervista, non certo tenera, da lui concessa nel corso del Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua a Marsiglia (F.A.M.A.), ciò che facciamo ben volentieri grazie alla collaborazione di Gaia Capogna, come sempre solerte traduttrice.


OSCAR OLIVERA

"Il Governo della Bolivia si sta subordinando alle transnazionali brasiliane e al narcotraffico"
16 marzo 2012

Giubbotto di cuoio e basco calato color giaietto. La sua è una vita da film ed infatti ha ispirato Icíar Bollaín per il suo ‘También la lluvia’ (Anche la pioggia). Ma la sua è una vita vera, caratterizzata da quarant'anni di rivendicazioni sindacali, di cui l'ultima decina spesi in difesa dell'acqua. Il boliviano Óscar Olivera ha partecipato al Foro Alternativo Mondiale dell'Acqua (FAMA) di Marsiglia per condividere forme di resistenza. Otramérica ha parlato con lui.

Óscar Olivera all'inaugurazione del FAMA.

"Questo governo [della Bolivia] ha tradito e deviato l'orizzonte collettivo stabilito dalla gente nel 2000. (...) sta frustrando le enormi speranze che molti popoli del mondo avevano riposto (...) in  questo processo".
Mª Ángeles Fernández e J. Marcos / Marsiglia (Francia)

All'inaugurazione del FAMA erano presenti sia Olivera che il ministro boliviano dell'Ambiente e dell'Acqua, Felipe Quispe. Fra i due compatrioti c'è stato un abbraccio. “Dobbiamo parlare”, ha detto il sindicalista, “Quando vuoi”, gli ha risposto il politico. Due modi diversi di vivere l'acqua. Quello di Olivera da dietro la trincea e marcato dalla vittoria, 12 anni fa, di quella che è conosciuta come ‘guerra dell'acqua’ di Cochabamba contro la privatizzazione del servizio pubblico. Quello di Quispe, dall'istituzionalità degli uffici del governo boliviano.
Óscar Olivera fissa l'appuntamento per il giorno seguente. Ora, nell'angolo più accogliente della sede del Foro Alternativo, il sindacalista parla con Otramérica a cuore aperto. Le cose sono cambiate molto dalla vittoria cochabambina e quelli che abbiamo di fronte (nota: il governo boliviano) non sono più gli stessi. Un elemento bizzarro ma amico irrompe nell'intervista. La  colonna sonora di ‘También la lluvia’ sembra messa di proposito. Le attività del FAMA vanno avanti.

      D. Il ministro boliviano dell'Ambiente e dell'Acqua, Felipe Quispe, ha deciso di prendere le             distanze dalla dichiarazione ministeriale del Foro Mondiale dell'Acqua. É una posizione coerente con le politiche che porta avanti Evo Morales all'interno del paese?

Il ministro cerca di mantenere una buona immagine internazionale che va lentamente debilitandosi, ma questo è il poco che rimane al Governo, perché in Bolivia quest'immagine è già persa. Noi boliviani sappiamo di dover andare più in là di Morales. Mi dà tristezza e rabbia che vogliano mantenere un discorso che è cinico, visto che da tempo non lo sostengono con i fatti. Questo Governo ha tradito e sviato l'orizzonte collettivo stabilito dalla gente nel 2000. Ma la cosa più grave è che sta frustrando le enormi speranze che molti popoli del mondo avevano riposto in questo governo e in questo processo. Dopo sei anni, hanno fatto il contrario di quello che avevano prospettato nel 2006.
La matrice economica, cioè basare l'economia sulla produzione e sull'estattivismo, non è cambiata. La situazione è grave.

      D. Tuttavia, gli inizi del Governo di Morales sono legati alla lotta per l'acqua, alla guerra di Cochabamba.

L'attuale governo è nato dalla guerra dell'acqua del 2000. Nè Evo Morales nè Álvaro García Linera [il vicepresidente] avrebbero ottenuto il potere senza la vittoria del popolo cochabambino. Fu un processo al quale si diede inizio con molta forza perché rompeva con uno schema economico di privatizzazione, di monopolio nell’assunzione delle decisioni da parte dei partiti politici. Ci si prefisse allora un orizzonte molto degno basato su quello che la gente voleva, che erano fondamentalmente due cose: un modello di sviluppo basato sui valori ancestrali di reciprocità, solidarietà e rispetto per la natura, e un modello politico basato sulla partecipazione diretta, su una nuova istituzionalità costruita dalla base. Il governo di Morales non è il prodotto di una campagna elettorale ma di una lotta elettorale. Nacque come speranza della gente.

D.    É cambiata tanto la posizione del MAS (Movimiento Al Socialismo)? Solo cinque anni fa mostrava la sua forza annunciando la nazionalizzazione di varie compagnie straniere.

La matrice economica, cioè basare l'economia sulla produzione e sull'estrattivismo, non è cambiata. La situazione è grave. Il 1° maggio 2006 il governo annunció, ricorrendo a molta propaganda e simbologia, la presa delle raffinerie e dei campi petroliferi. Ma nella pratica non ci fu nessun tipo di nazionalizzazione; l'unica cosa che avvenne fu una specie di miglioramento contrattuale riguardo alla rendita petrolifera. Nessuna transnazionale se n'è andata. Di fatto, si continua a indennizarle  tramite la Ley de Hidrocarburos del 2006.

D.    Che fattori hanno provocato il cambio?

Il Governo è entrato in una sorta di subordinazione assoluta a due poteri: quello delle  transnazionali brasiliane, visto che il Brasile non è più uno stato-nazione ma uno stato-corporazione, che impone una politica di distruzione in funzione dei suoi interessi energetici. Ad esempio, tramite l'IIRSA [Integración de la Infraestructura Regional Suramericana], le transnazionali brasiliane sono penetrate in territorio colombiano, ecuadoriano, peruviano, paraguaiano e boliviano. Il motivo è la costruzione di mega progetti idroelettrici, che provocano problemi ambientali e di sloggiamento di comunità, con deplorevoli forme contrattuali di mano d'opera. E poi, il potere del narcotraffico, che sta crescendo a ritmi giganteschi.

D.    La strada progettata nel TIPNIS (Territorio Indígena y Parque Nacional Isoboro-Secure) ha provocato anche l'opposizione di gran parte delle comunità indigene...

É lo stesso modello economico di distruzione e favoritismo, in questo caso in più con la divisione di un territorio indigeno. Si vuole dividerlo per via degli interessi brasiliani, ai quali serve un corridoio dall'Atlantico al Pacifico per l'esportazione delle loro merci in Cina. Il governo del MAS ha ceduto due terzi di questo parco nazionale agli interessi petroliferi, como Repsol, Petrobras e Total. Nella zona è stata anche scoperta la presenza di minerali pregiati, e la strada che si vuole costruire è anche per abbassare i costi del trasporto di idrocarburi e minerali. Inoltre, serve agli interessi dei cocaleros della federazione di Evo Morales, che hanno esaurito i loro terreni per la coltivazione della foglia di coca e vogliono espandere quest'attività in forma illecita.

      D. Che importanza ha l'acqua in questo panorama?

Il tema dell'acqua è trasversale. La distruzione del TIPNIS significherà la distruzione di più di mezzo milione di alberi; in 17 anni più del 70% della flora della zona sarà stata distrutta. Ci sono studi d'impatto ambientale e il Governo ha fatto orecchie da mercante. Inoltre, ci sono comunità che spariranno. E lo dico con rabbia perchè io, e molti altri come me, abbiamo appoggiato Morales e lo abbiamo portato al governo.
Il grande sfruttamento minerario, relazionato direttamente con l'acqua, sta portando all'occupazione del nostro territorio da parte delle transnazionali.

      D. La descrizione che fai della Bolivia, è applicabile anche ad altri paesi?


L'Ecuador somiglia molto alla Bolivia. Il comportamento di Correa è simile quello di Morales: autoritario, verticale, vendicativo, di disprezzo verso l'opposizione sociale e politica, verso gli indigeni e i lavoratori della stampa. E in Argentina succede qualcosa di simile con i discorsi di Cristina Fernández, che ha promulgato una legge di criminalizzazione della protesta. In Perú sta avvenendo la stessa cosa ma più velocemente, perché Morales ci ha messo cinque anni per mostrare la sua vera faccia mentre Humala ci ha messo solo cinque mesi. La gente è fortemente delusa dal suo cambio di discorso.

D.    Cosa c'è in comune tra questi voltafaccia?


Tutte le battaglie dei popoli da Panama fino alla Patagonia hanno a che vedere con una matrice economica imposta fondamentalmente dalla Cina. La matrice dello sfruttamento minerario, relazionato direttamente con l'acqua, che sta portando a un'occupazione del nostro territorio da parte delle transnazionali. Possiamo parlare anche della Spagna, e della Grecia, e del Portogallo, e dell'Italia. Il fattore comune è uno sgretolamento degli Stati in quanto tali. La lotta non è più tra classi sociali, tra il capitale e il proletariato; gli Stati praticamente non esistono se non come subordinati ad interessi che sono al di sopra di loro.
Bisogna pensare a forme di autonomia, iniziando da ciò che è più concreto, più vicino.

D.    Che alternativa proponi in alternativa al modello di sviluppo delle grandi corporazioni straniere?


Se la conoscessi non starei qui. Quello che so con certezza è che quest'alternativa dobbiamo costruirla collettivamente. Non si tratta di aspettare un leader, un messia o un partito politico. Deve costruirsi al di là dello stato e dell'istituzionalità vigente. Bisogna pensare a forme di autonomia, iniziando da ciò che è più concreto, più vicino. Devono essere spazi dove non intervenga lo stato, non sogetti all'intercambio mercantilista, spazi che diano la speranza di poter costruire un mondo nuovo, anche se piccolo. Si deve  procedere mettendo in atto piccoli accerchiamenti al capitale, alle inequità. Dall'unione di questi piccoli spazi sottratti al capitale può diventare possibile la costruzione di un mondo diverso.

D.    Dal Nord si vende la cooperazione internazionale come una possibile e desiderabile alternativa. In concreto, la Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo (AECID) ha come bandiera il Fondo de Cooperación para Agua y Saneamiento (FCAS).

La cooperazione spagnola è soggetta al tema istituzionale. Il suo criterio è che la cooperazione lavori in funzione di quello che definiscono i governi locali; ma questi non sempre riflettono la volontà dei popoli. Quale popolo viene consultato per implementare una politica che va contro i suoi interessi? Quasi nessuno. La politica del fare quello che dicono i governi non rappresenta gli interessi del popolo. Chiediamo una cooperazione diretta con le comunità, che attraverso forme di fiscalizzazione e controllo sociale renda possibile che la cooperazione arrivi realmente alla gente. La cooperazione istituzionale si diluisce nella burocrazia. Il denaro della cooperazione si perde come acqua versata in una cesta.
Mai mi sono trovato in un contesto tanto difficile. Mai mi ero sentito tanto frustrato, impedito  e angustiato.

D.    Il caso della cooperazione spagnola è l'eccezione o la norma?

Alcune cooperazioni sono diventate mercenarie, come la GTZ o la GIZ, la cooperazione tedesca.  Nel 2000 era quella che definiva in Bolivia tutte le politiche dell'acqua. Sono stati quelli che hanno  imposto la privatizzazione e sono oggi quelli che definiscono le politiche dell'acqua. Al Governo non gli importa niente dell'acqua, è la GTZ quella che ha preso in mano il destino delle risorse, proponendo oggi una legge riguardo alla privatizzazione dell'acqua simile a quella della Catalogna. Noi stiamo riarticolando il movimento per l'acqua, cooptato dal Governo, per ridargli l'autonomia  che aveva nel 2000. Se la Bolivia approva la legge che si sta discutendo ora, vorrà dire retrocedere di vent'anni.

D. Sei sindacalista da più di quarant'anni; la lotta è sempre la stessa?


La lotta oggi è molto più complessa perché prima potevamo definire i colori mentre ora sono sfumati. Non mi ero mai trovato in un contesto così irto di difficoltà. Non mi ero mai sentito così frustrato, paralizzato, angosciato.

MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO

n.12/2012 del 24.04.2012

A CURA DI ALDO ZANCHETTA
www.kanankil.it/ Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Questi documenti sono diffondibili liberamente, interamente o in parte, purché si  citi  la fonte


Share