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:: (09/04/06) ...E mi sento come gli eroi che hanno sopportato questa malattia..
Postato il Monday, 10 April @ 09:54:55 CEST
Argomento: Campagna Bananeros
Campagna BananerosWilfredo Martínez e José Luis Suarez ci lasciano un esempio come i tanti che sono mortiI morti non sono numeri e nemmeno dati statistici
...tan alta es su dignidad
en la búsqueda del tiempo,
en que florezca la tierra
por los que han ido cayendo,
en que venga la alegría
a lavar el sufrimiento...
(de "Sobrero Azul")
"Dammi un passaggio fino a Chichigalpa. Dormo lì questa notte, perché domani mi tocca partire all'alba..."
Era appena finita la marcia dei bananeros ammalati per il Nemagón a Chinandega. Era una marcia per celebrare il ritorno di migliaia di persone alle loro case, dopo più di otto mesi accampati a Managua e la firma degli Accordi con il Governo e il Parlamento.


Wilfredo Martínez, "Will" per i compagni e le compagne di tanti anni di lotta, era salito sulla camioneta che ci riportava nella capitale.
Come sempre, aveva partecipato alla marcia in qualità di leader di uno dei tanti gruppi di ammalati a causa degli agrotossici.
Non stava bene.
Magro, pallido e più debole del solito, continuava con la sua attività minuziosa, come una formica operaia e con la sua gran tenacia.
Era stato cañero e si era ammalato a causa dell'uso irrazionale dei pesticidi nelle piantagioni.
Aveva anche iniziato a sostenere la lotta dei bananeros ammalati per il Nemagón, mettendoci l'anima.
Insieme a Doña Coquito era stato delegato a mantenere i contatti con i deputati all'interno della Asamblea Nacional, affinché cominciassero seriamente a dare delle risposte alle richieste presentate dai settori in lotta.
Non lo conoscevo molto bene, ma di lui ricordo le interminabili ore passate insieme nella Asamblea Nacional, io raccogliendo notizie da inviare e lui correndo dappertutto, chiamando i deputati affinché permettessero ai bananeros di entrare, per conoscere le ultime novità sulle loro richieste presentate mesi prima, per sapere se finalmente avevano discusso le risoluzioni in Commissione parlamentare.
Tutti lo conoscevano ed improvvisamente spariva in qualche ufficio e riappariva nervoso ed arrabbiato perché non gli avevano dato nessuna risposta o non lo avevano ricevuto.
Quando invece aveva in mano una risposta positiva, si entusiasmava e correva ad avvisare i suoi compagni che aspettavano fuori dalla Asamblea.
Un altro ricordo che ho è il suo modo di parlare chiaro e senza paura di niente e di nessuno.
Era sempre il primo a salutarti, ad offrirti la sua mano ed a domandarti come andava, prima di iniziare ad enfatizzare i progressi nella lotta.
Sempre in prima fila nelle marce, parlava di questa lotta che, presto o tardi, avrebbero vinto.
Non aveva dubbi, nonostante le malattie che lo colpivano severamente e sono sicuro che ha lottato fino agli ultimi momenti della sua vita.
Quando ho saputo che era morto, a soli 42 anni, per una serie di complicazioni che avevano bloccato la funzione renale, mi è rimasta l'amarezza di non averlo potuto salutare. Era già da un paio di mesi che non lo vedevo.
Cominciai a pensare, a ricordare ed a cercare un sua foto. Alla fine ne trovai una, la più significativa, alla testa dell'entrata a Managua durante la "Marcia senza Ritorno" del 2005.
È bello ricordarlo così, alla testa, marciando, con lo sguardo in alto, aprendo una breccia per le future generazioni.

Con José Luis Suarez ho parlato a casa sua a Chichigalpa.
I compagni e le compagne della Asociación Nicaraguense de Afectados por la Insuficiencia Renal Crónica (Anairc) mi avevano invitato per scrivere un reportage sulla drammatica situazione dei cañeros.
La Unión Internacional de Trabajadores de la Alimentación (UITA) era interessata al progetto ed io passai due giorni con loro, ascoltando le loro esperienze, guardandoci negli occhi, raccogliendo ogni dettaglio di queste dolorose storie ed ogni particella di quell'orgoglio che fluiva dalle loro parole.
José Luis era steso in una branda nel cortile di casa sua.
Aveva 59 anni, 38 dei quali passati lavorando come bracciante nei cañaverales del Ingenio San Antonio.
Avvicinandomi, mi afferrò la mano con le sue dita cotte dal sole e dal lavoro e mi salutò con poche deboli parole.
Aveva voglia di parlare, nonostante la difficoltà a respirare ed a pronunciare le parole.
Aveva voglia di denunciare al mondo intero, non solo quello che era successo a lui, ma quello che avevano dovuto soffrire le migliaia di compagni che si erano ammalati con i pesticidi.
Mi nominò a memoria i 33 posti all'interno del Ingenio San Antonio dove si trovavano le acque inquinate.
Ricordo che con estrema difficoltà si alzò e volle accompagnarci nei cañaverales, affinché potessi vedere con i miei occhi lo stato di inquinamento della zona, le acque putrefatte con le quali irrigano la caña e la vicinanza delle case ai cañaverales, dove spargono il pesticida per via aerea.
Rideva ogni volta che la mia macchina picchiava contro una delle pietre che lastricano i sentieri che circondano le coltivazioni di caña e ad ogni imprecazione che non potevo trattenere.
Ci obbligò a fermarci nella clinica del Ingenio, affinché vedessi la ridicola assistenza che danno agli ammalati di Insufficienza Renale Cronica (IRC).
Sette anni fa gli avevano diagnosticato IRC ed è morto dopo solo due mesi dall'intervista.
Le sue parole e tutto il suo corpo erano una denuncia.
"I padroni dell'impresa hanno portato la morte in questo paese ed ai suoi abitanti. Da tre mesi sono steso in questo letto e faccio fatica ad alzarmi. Ho 14 di Creatinina e mi sento come uno degli eroi e martiri che hanno sopportato fino alla fine questa malattia.
Quando nel 1999 mi presentai per lavorare nel raccolto della caña, mi fecero degli esami medici e risultai ammalato di IRC.
Mi rifiutarono il lavoro e mi buttarono in strada a morire
Mi diedero una pensione di 1.500 córdobas mensili (85 dollari) che non bastano nemmeno per una settimana.
La vita è sacra e vale molto e noi che siamo stati lavoratori, abbiamo bisogno che si denunci tutto quello che ci sta accadendo, perché spargere tutti questi pesticidi ed infettare l'acqua è stata una manovra criminale.
Non sono solo i lavoratori ad essere stati avvelenati, ma tutto il paese, perché le falde acquifere percorrono centinaia di chilometri e i pozzi da cui la gente della regione attinge l'acqua sono inquinate.
Questi signori proprietari dell'impresa sono ricchi e potenti, godono dell'appoggio del Governo e dei politici ed anche i mezzi di comunicazione li coprono".

Dopo avere scritto queste parole, mi sono domandato perché avessi sentito il bisogno di condividere tutto questo con chi mi legge.
Non c'è nulla di retorico. Non c'è nulla di sensazionalista.
Wilfredo e José Luis li ho avuti vicino ed ho potuto condividere con loro, come con tanti altri e anche se per poco tempo, il sentimento di disperazione di una malattia terminale e contemporaneamente, la capacità di andare oltre la quotidianità e di vedere un orizzonte di giustizia, pur sapendo perfettamente che non lo avrebbero potuto assaporare.
Sono due vittime in più della vergogna che ha inondato questo paese e della logica inumana di sfruttamento nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici.
Loro, come tutte le altre vittime, non sono numeri con i quali giocare freddamente come nei telegiornali quando si parla dei morti senza volto e senza età.
Dietro a questi numeri ci sono vite, relazioni, amicizie, lotte, testimonianze, desideri e disperazioni che non si possono cancellare e che al contrario, bisogna valorizzare.
Ogni vita che si spegne, come nel caso delle migliaia di persone ammalate a causa degli agrotossici in Nicaragua e nel mondo, ha un nome e un cognome e la loro storia continua ad essere un motivo in più affinché questi stessi nomi, questi volti, questo insieme di emozioni, non vengano dimenticati, ma servano da stimolo per continuare ad esigere giustizia per il passato e per aprire nuove strade per il futuro.
(Testo e foto Giorgio Trucchi)


 
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