 Il CIADI: Telecom Italia contro il Governo di Morales
di Rocco Santangelo
Il CIADI è un istituto di diritto internazionale per dirimere controversie tra organismi ‘multinazionali’ e governi nazionali. Il suo compito ufficiale è garantire la certezza e la protezione degli investimenti sulla base degli impegni contratti dalle parti. Nella realtà, da quando è nato nel 1965 all’interno della Banca Mondiale, è divenuto uno dei maggiori strumenti per la limitazione della sovranità nazionale dei paesi a vantaggio degli interessi economici delle imprese multinazionali. Da un lato, è, infatti, vero che soprattutto durante crisi economiche, la sicurezza degli investimenti diventa elemento essenziale per garantire il continuo flusso di capitali da un paese all’altro e che il CIADI dovrebbe garantire o facilitare tale sicurezza. Dall’altro, è altrettanto vero che i paesi in via di sviluppo oggi competono tra loro riducendo impegni fiscali e sociali delle imprese per permettere che quegli stessi investimenti arrivino nei loro paesi. Spesso il risultato sono accordi che, di fatto, vincolano la loro sovranità o la svendono ad attori economici extra-nazionali. Quando e se un paese decide di rivedere tali accordi e possiede sufficiente capitale politico sul suo territorio per riequilibrarli, il CIADI diventa invece un ostacolo difficile da superare e che, come accaduto alla Bolivia, può costringere il paese ad uscirne.
Il caso che ha visto Telecom Italia, attraverso la sua controllata ETI con sede in Olanda, contrapporsi al governo Boliviano per la nazionalizzazione dell’impresa per le telecomunicazioni boliviana, ENTEL, è un importante esempio di queste complesse relazioni tra multinazionali e governi nazionali. Ma soprattutto, ha mostrato ancora una volta quanto seri siano gli sforzi della Bolivia di Morales di contrapporsi alla cultura egemonica globale. Riassumendo, nel 1995 Telecom Italia acquistò la quota di maggioranza di ENTEL e fino al 2001 ENTEL mantenne un controllo quasi totale del mercato boliviano delle telecomunicazioni. Questo garantì importanti utili sia a Telecom sia agli altri soci di minoranza boliviani. Nel 2001, il mercato delle telecomunicazioni fu liberalizzato ma grazie a una serie d’investimenti sulle tecnologie impiegate, ENTEL mantenne, di fatto, una posizione dominante nel mercato nazionale e un accesso preferenziale alle infrastrutture del paese.
Nei documenti del processo si legge che negli anni di Telecom, ENTEL è riuscita a penetrare in zone remote e ha diffuso l’uso della telefonia mobile anche in aree dove le comunicazioni erano state storicamente difficili. In generale, si mostra come ENTEL abbia prodotto un importante servizio ai cittadini boliviani sostituendo quella che prima era una compagnia scadente e antiquata, con una moderna impresa privata capace di portare sviluppo nel paese. Non tutti però la pensavano così in Bolivia e l’arrivo di Morales e il suo “movimento verso il Socialismo” hanno cambiato le cose. Il nuovo governo ha, infatti, contestato la qualità del servizio telefonico ed ha poi accusato i dirigenti della compagnia di corruzione e di mancato pagamento di fondi dovuti all’erario nazionale. Per questa ragione e seguendo una politica di ricostituzione della sovranità nazionale sul territorio già iniziata con la revisione dei contratti delle imprese d’estrazione di gas e petrolio, il governo nel 2007 ha prima di tutto assunto il 50% del capitale di ENTEL controllato da boliviani (due fondi pensione) impegnandosi però a non modificare la gestione dell’impresa lasciata comunque a Telecom. Poi, all’interno di una generale riforma fiscale, ha preteso il pagamento delle imposte arretrate ad ENTEL come fatto con altre imprese nazionali e non, lasciando in ogni caso la possibilità a Telecom di rivalersi presso gli organi giudiziari nazionali competenti qualora la decisione non fosse stata considerata giusta. Nell’accordo firmato da Telecom e l’allora governo boliviano, gli utili ridistribuiti tra gli azionisti erano infatti trattati in maniera molto vantaggiosa. Di fatto Telecom dal 2005 aveva ridotto i capitali investiti rientrando delle spese in infrastrutture che aveva dovuto sostenere dal 1995. In altre parole, in cambio di un trattamento fiscale di favore, Telecom si era impegnata ad investire nelle infrastrutture per le telecomunicazioni in Bolivia sperando di poter sfruttare una posizione di vantaggio nella fiscalità per ridistribuire successivamente dividendi agli azionisti di ENTEL, quindi per il 50% a se stessa. L’arrivo di Morales ha però bloccato questo flusso di capitali in uscita prima che diventasse troppo grande e ha reclamato maggiori vantaggi per il popolo boliviano.
Il ricorso al CIADI nel maggio del 2007 è così divenuto da subito un ricorso che vedeva una multinazionale come la Telecom contestare la nuova forma di sovranità nazionale voluta dal governo democraticamente eletto di Morales. Inoltre, pur non essendoci sulla carta gli estremi per una vera e propria nazionalizzazione dell’impresa ENTEL, Telecom ha considerato l’operato e le parole di Morales come pericolosi per i propri interessi economici in Bolivia perché stava di fatto cambiando il panorama economico del paese. A ben vedere, ciò che Telecom contestava era la presenza stessa dello stato Boliviano nell’azionariato di ENTEL, considerandolo un pericolo. Ciononostante ad oggi ENTEL continua ad essere un’impresa capace di innovazione e di profitto. Il governo boliviano così ha semplicemente ricusato tutta la linea del processo presso il CIADI e ha rifiutato le richieste di Telecom. Il CIADI, peraltro, a inizio novembre 2009 ha dichiarato concluso l’arbitraggio iniziato da Euro Telecom Italia (ETI): “il procedimento è stato annullato su richiesta del querelante” si riscontra nel report del CIADI, pubblicato sul sito web (www.icsid.worldbank.org). L’ordine di annotare la conclusione dell’arbitraggio è datato 21 ottobre 2009, in base alla Regola 44 degli Accordi CIADI. Morales, da parte sua ha continuato per la sua strada ed ha proposto l’abolizione del CIADI per la sua intrinseca natura diseguale, come uno strumento troppo sproporzionatamente in favore delle imprese multinazionali. Uscendo dall’organismo, non ha inoltre lasciato molte speranze a Telecom per la quale l’unica soluzione al momento sembra essere reclamare giustizia attraverso le leggi boliviane. In conclusione, però, occorre segnalare che la Telecom sta ricorrendo ad un secondo arbitraggio, questa volta davanti alla Commissione delle Nazioni Unite per il Diritto Commerciale Internazionale (UNCITRAL, sigla in inglese).
Dopo la nazionalizzazione senza traumi del gas, del petrolio e di parte delle miniere, la Telecom sembrava essersi trasformata nel principale sasso nelle scarpe di Evo Morales. Diventato presidente della Bolivia, Morales ha avviato un piano per rinazionalizzare alcune delle imprese privatizzate nei rapaci anni ‘90. Ha cominciato con gas, petrolio e qualche miniera, e nonostante gli oppositori e alcune istanze internazionali abbiano fatto fuoco e fiamme, è andata sostanzialmente liscia. Con le comunicazioni, invece, la musica è stata diversa. Entel fa parte delle imprese privatizzate negli anni ‘90 all’apogeo del neo-liberalismo. Il modello di privatizzazione «alla boliviana» consisteva nella ricerca di soci strategici internazionali per le imprese statali che, in cambio della capitalizzazione, finivano per controllare il 50 per cento del pacchetto azionario e ottenevano il diritto all’amministrazione. Circa il 2 per cento delle azioni è rimasto in mano ai lavoratori. Il 48 per cento restante è diventato in teoria proprietà di «tutti i boliviani», in pratica è stato amministrato da fondi pensione che con le rendite hanno finanziato il Bonosol, oggi rimpiazzato dalla «Rendita di dignità», una pensione per tutti i boliviani sopra i 60 anni. In questo contesto, Telecom ha acquisito il pacchetto dell’impresa italiana Stet, che nel 1996 ha pagato allo stato boliviano circa 610 milioni di dollari per il 50 per cento delle azioni di Entel. Dall’aprile 2007 il governo boliviano ha cercato di fare in modo che l’azienda italiana vendesse allo stato una parte o tutta la sua partecipazione del 50 per cento di Entel, azienda ampiamente dominante nel mercato boliviano della telefonia a distanza, di internet e della telefonia cellulare, per ottenere il controllo statale dell’azienda. Nel caso di Entel, un decreto presidenziale ha trasferito al governo le azioni in mano ai fondi pensione e cercato di fare in modo che Telecom vendesse una parte delle sue azioni, per assicurarsi il controllo statale dell’azienda. Si è aperto così un negoziato, reso burrascoso da una denuncia di evasione fiscale a carico dell’azienda italiana, che non avrebbe nemmeno mantenuto le promesse di investimento fatte al tempo dell’acquisto. L’agenzia delle entrate ha accusato Entel - che nel 2006 ha ottenuto profitti per circa 50 milioni di dollari - di aver evaso le tasse per 25 milioni di dollari. www.enlazandoalternativas.org
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