:: (17/06/08) Altre voci da Città del Messico: la Ciudad de la Esperanza ::
Data: Tuesday, 17 June @ 11:02:28 CEST
Argomento: Qui Managua, NICARAGUA


Altre voci da Città del Messico: la Ciudad de la Esperanza

Città del Messico, la macchia urbana
più estesa del mondo, con le sue 25 milioni di anime appese a un
altopiano a 2400 metri d’altitudine, è seconda per popolazione solamente a
Tokio, che ha raggiunto ormai i 30 milioni di abitanti brulicanti. Fino a poco tempo fa, il motto del governo cittadino, retto dal sindaco Marcelo Ebrard (del PRD: Partido de la Revolucion Democratica, ispirato alla sinistra ma, nella pratica, una contradditoria formazione politica) era “México. La ciudad de la esperanza”, quindi ”Messico. La città della speranza”. Siccome poi, a parte i nomi di
alcune strade, poco di speranza rimaneva ultimamente, allora, il motto è stato sapientemente cambiato a “México. Ciudad en movimiento” cioè “Messico. Città in movimento”.



Questo del movimento è un dato sicuro visti gli oltre 5 milioni di veicoli in circolazione, il cui numero è costantemente in crescita. Talmente tanto che anche la Fiat, ultima tra le grandi case automobilistiche che esportano in Messico soprattutto dopo l’apertura commerciale spinta dal NAFTA (North American Free Trade Agreement del 1994) , s’è decisa a entrare sul mercato 4 anni fa con alcuni modelli come la Punto e la Palio. Qui, però, va di più il tipo di consumo automobilistico americano “puro”, cioè mezzi mastodontici fatti per navigare comodamente in lande sterminate che ricordano all’uomo nuovo la potenza dei suoi mezzi. Si viaggia solo su grandi cilindrate, con consumi petroliferi alle stelle, un parco macchine insostenibile e poi si vedrà. Il Messico, paese produttore di idrocarburi come gas e petrolio, è diventato negli ultimi anni un importatore netto di tali preziosità e, mentre in Parlamento si dibatte con fervore la riforma energetica imposta dall’opposizione per 70 giorni, gli investimenti nel settore sono stati mangiati dalla voracità e dalle necessità dei bilanci statali che si portano via il 40% del fatturato di PEMEX, la compagnia petrolifera pubblica.
Comunque anche loro, le utilitarie, aiutano giorno dopo giorno a comporre i serpentoni viventi e pulsanti lungo i 40km della Via, o Avenida che dir si voglia, degli Insurgentes, la più lunga del mondo, oppure sul cosidetto “Eje Central” o Viale Lazaro Cardenas, un’infinita striscia d’asfalto dedicata all’ex-Presidente (1934 – 1940) che ha nazionalizzato l’uso e lo sfruttamento delle risorse petrolifere nel lontano 1938.
Nel cielo cittadino si condensano, così, frustrazioni e cattive intenzioni in una fumosa cappa grigia che impedisce tanto al pingue turista come al povero cittadino comune di scorgere i picchi dell’Ajusco. Nemmeno si intravvedono le vette, spesso fumanti, dei vulcani Popocatepetl e dell’Iztaccihuatl, la ”Mujer dormida” (donna addormentata, per la sua forma curvilinea e sensuale), proprio laggiù, verso sud, dove le montagne baciano i 3000 metri sul livello del mare, i pini spadroneggiano ai lati delle strade ed il clima è notoriamente alpino-freddo, nonostante la città sia una funambola in equilibrio sul Tropico del Cancro. A queste altitudini, la distesa oceanica del Pacifico, è un ricordo spento dal rumore dei clacson e da 440 km di autostrada, anzi, La Autostrada, quella per Acapulco chiamata Autopista del Sol. Per precisare, direi che le “cattive intenzioni” o, come dicono in Messico, la “mala vibra” che si condensa non appartiene a coloro che vivono sulle colline dorate dei quartieri alti, anzi, altissimi e blindati delle zone high class come Santa Fe, Lomas, Pedregal e Polanco, quanto piuttosto dei navigatori della Urbe che quotidianamente sfidano lo smog per compiere una traversata nord-sud di almeno 2 ore.
In città le vie celebrano l’eterna rivoluzione del ‘17 scorso: Insurgentes (”insorgenti”) Avenida Revolucion (“Viale Rivoluzone”) e mille altre che ci parlano di eroi nazionali, patriotismo e di movimenti sociali prediletti e privilegiati perché incorporati dal sistema nella storia ufficiale. Gli altri non contano molto. Pure i partiti, malgrado la loro endemica staticità e i problemi interni, sono in movimento. Il PRI è il Partito della Rivoluzione, Istituzionale però, meglio di niente.
Il PRD, già citato, è rivoluzionario anche lui, ma più democratico, dato che il precedente era un partito di regime fino a pochi anni fa. Ultimamente il PRD si è impelagato in un processo d’elezione interno della direzione del partito che, da oltre un mese, è messo in scacco dalle irregolarità e le impugnazioni per frode da parte dei due contendenti. Alejandro Encinas è considerato il più radicale, fa parte della corrente Izquierda Unida ed è rimasto fedele all’ex-candidato presidenziale Andrés Manuel López Obrador mentre Jesús Ortega, capo dei cosidetti ”Chuchos” (abbreviazione spagnola del nome Gesù) fa parte della moderata e apparentemente maggioritaria corrente della Nueva Izquierda. Poi, tornando alle grandi formazioni politiche, c’è n’è una sicuramente meno rivoluzionaria, piuttosto Re-Azionaria, cioè il PAN, Partito di Azione Nazionale. Non è esattamente un’Alleanza Nazionale come da noi, ma poco ci manca, giusto qualche lettera e il sindaco capitolino.
Se dalla speranza siamo passati al movimento un motivo ci sarà. Ci siamo mossi qua ! Un paio di micro-terremoti negli ultimi 6 mesi, ecco. Dopo il traffico lento e la terra traballante, magari un po’ più veloce, c’è, infine, l’economia. Quella sì che si muove. Verso il precariato e l’informalità ma si corre. Salute e istruzione pubblica come beni di lusso qua: o sei dentro a qualche azienda, università o istituzione “formale”, oppure sei fuori da tutto, all’americana insomma. Se ti muovi troppo, puoi finire fuori dalla metro o al tianguis (mercato temporaneo invaso dai maggiolini verdi, razza automobilistica tipica ma in via d’estinzione ormai anche da queste parti) a vendere CD pirata, ricettari o a esibirti danzando a piedi nudi sui vetri rotti di una bottiglia di Coca, la bibita amata e tracannata a litri dalle masse d’ogni classe. Oppure, se sei parte del movimento che non piace perché blocca le strade (e questo in genere non piace a chi ha la macchina, alla controversa classe media dei moderati) o se sei tra coloro che manifestano lo scontento, finisci sul quotidiano Reforma e poi in carcere per un annetto o due, come risultato del dialogo tra le istituzioni e della lotta al terrorismo internazionale.
Ad ogni modo, perché scegliere di vivere qui? Che ha nella testa l’italiano all’estero latinoamericano? Surrealismo, meraviglia, imprevisto, ricerca, sorpresa, bene e male, vita accesa, istintivamente irregolare. Ma allora non è questo il famoso movimento della Città in Movimento? Ecco, ci siamo arrivati, forse sì. Definitivamente forse. Come scrissero gli Oasis sulla copertina del loro primo album, l’unico vero indie che hanno fatto in quindici anni di litigi. Tra l’altro ora abbiamo anche il voto e, spesso, anche due o tre. Mi spiego. Già nel 2006, il voto degli italiani residenti in Australia aveva suscitato il sospetto di brogli. Durante l’ultima tornata elettorale, qui in “America del Nord”, nella circoscrizione che comprende Messico, Stati Uniti e Canada per intenderci, abbiamo potuto votare due deputati e un senatore da scegliere tra le liste del PD, del PDL, dell’Unione di Centro e de La Destra. Benissimo. Ci saranno stati dei brogli? Possibile, anzi sicuro, dato che molti italo-messicani, che hanno acquisito la cittadinanza italiana, il passaporto e il diritto al voto per comodità, non solo non conoscono l’Italia, l’italiano e la politica del nostro paese, bensì sono più che disposti a cedere le schede elettorali a chi propone loro di liberarsi dell’onere di informarsi, votare e inviare il tutto per posta all’ambasciata. Non è quindi difficile fare incetta di plichi elettorali, votare più volte e mandare tutto agli uffici competenti. Potremmo pensare seriamente alla risoluzione del problema per tappare questa falla della democrazia rappresentativa globalizzata oppure, con l’aiuto di pochi volenterosi, cercare di fare una lista indipendente per le prossime elezioni e contattare tutti gli “italiani all’estero” che non hanno interesse a votare per raccogliere le loro schede e votarci da soli.
Comunque, tornando all’ordinario vivere, che succede quando passa l’età del surrealismo, del muralismo e dei mariachi (i simpatici e paffuti trovatori con cappello charro e chitarrine) e poi, così per gioco, ti puntano una pistola addosso chiedendoti soldi, zaino e apparati per la comunicazione a distanza ? Risposta. Sempre su Internet.
Ricordiamoci che in tutto il Messico sono 12000 (dodicimila) le persone assassinate dal 2000 ad oggi mentre in Italia, per fare un paragone, durante gli anni 80 delle violenze mafiose le vittime furono un migliaio circa. L’anno scorso i morti per violenza domestica, omicidi comuni, guerre tra narcos e, come se non bastassero, tra narcos e Stato (son stati messi in campo i militari e i corpi speciali della polizia su oltre la metà del territorio nazionale) furono più di 2600, che sarà, 7 al giorno. Nell’Italia dell’insicurezza tanto decantanta da Berlusconi e “compagni”, abbiamo circa un morto al giorno. Certo, non contiamo i morti sul lavoro, se no i conti cambiano. 3 o 4 al giorno a seconda del tempo e della flessibilità delle norme, delle pratiche in azienda e, ceteris paribus, dell’affidabilità delle statistiche. Anche in Messico ci sono almeno 4 morti al giorno sul lavoro, solo che, essendo tutti in nero il contatore giornaliero s’azzera con più facilità.
Basta una passeggiata domenicale per notare l’impassibile presenza della polizia nel “Distrito Federal” o “chilangolandia”, rispettivamente il termine amministrativo e quello più colloquiale per indicare Città del Messico. Per esempio, vagando per la “colonia” Santo Domingo di Coyoacan, chiamata “Santocho” dai suoi abitanti e famosa per essere il quartiere più popoloso dell’America Latina, ci si trova di fronte a dei graffiti realizzati con materiali e tecniche tipici della street art, come bonze di vernici spray, con un soggetto pittorico che richiama la tradizione muralista messicana di Rivera, Siqueiros e Orozco tra i classici. Un gruppo di uomini in tenuta d’assalto, tipo Polizia Federale Preventiva, impedisce il passaggio ai manifestanti, masse di negros e morenos vestiti di stracci che sembrano chiedere aiuto più su, verso il cielo infestato di gas ed elicotteri. Una scena tristemente familiare per gli abitanti di Oaxaca, Guadalajara e San Salvador Atenco, tanto per citare dei casi noti.
Intanto, fuori da una farmacia, una specie di guardia giurata con uniforme e sguardo da sceriffo postmoderno pulisce la sua carabina e la punta verso un passante che continua a camminare inconsapevole. La sicurezza privata è la soluzione più gettonata contro il crimine comune. Si dice che sia solo un deterrente ma l’impatto visivo di dieci energumeni armati fino ai denti in 500 metri di marciapiedi è piuttosto inquietante. Per la sicurezza questo ed altro. I nostri vigili urbani sono l’equivalente ai “policias de transito” messicani, soprannominati, fino a poco tempo fa, “i tamarindi” per la loro uniforme giallina stinta.
Ora hanno le camicie bianche e la giubba antiproiettile nera che li trasforma in rispettati agenti del traffico. Ciononostante, del vecchio archetipo del “tamarindo”, alcuni tratti sono rimasti intatti. Per esempio, la corruzione da strada: 200 pesos (circa 13 euro) per le macchine e 100 pesos per le moto su violazioni standard (passare col rosso, andare senza casco o in contromano). Il cittadino al volante deve sempre avere la patente, il libretto del veicolo e una serie di biglietti da 50, 100 o 200 pesos per ogni evenienza. Non serve l’assicurazione e nemmeno il rinnovo delle patenti vecchie, visto che la prima non è obbligatoria e le seconde sono rilasciate per tutta la vita. Insomma, basta accostare, sopportare un paio di minacce e, dopo aver discusso per dieci minuti di calcio o del tempo con l’ufficiale di polizia, allungargli la cosiddetta “mordida” o mazzetta, una multa molto personalizzata che dipende dal tuo potere negoziale e dall’infrazione. Qual è l’alternativa reale? A volte è il sequestro indefinito del veicolo, a volte è la fuga e altre volte è semplicemente il pagamento di una multa normale in banca, ma è talmente radicata la cultura del personalismo e della scorciatoia che quest’ultima opzione risulta piuttosto scolastica.
Nel centro storico del quartiere Coyoacan, un’insipida camionetta blu polizia (Subsonica dixit) impedisce ai commercianti di stabilirsi sui marciapiedi e scruta coi suoi fari girati strabuzzanti lo striscione con dipinta sopra questa socratica interrogazione. “Qué es la justicia ?” (Cos’e’ la giustizia ?). Risposta: sicuramente c’è su Internet. Ad ogni modo, da alcuni mesi Coyoacan, la zona turistica nel sud di Città del Messico che fu dimora del pittore Diego Rivera, della sua compagna, l’artista Frida Kahlo, e dell’esiliato Leon Trotsky, il capo dell’armata rossa mandato a da Stalin, è sventrato dai lavori di ristrutturazione fognaria.
Con la scusa dei lavori in corso, i commercianti (alcuni con legale licenzia e altri no) sono stati sgomberati a tempo indeterminato e si raccolgono firme in loro favore. Pertanto, il Bunker Coyo o il Rancho Coyoacán, come si inizia a rinominare, è al centro delle cronache perché, oltre ai lavori, alle strade chiuse, ai minacciosi pozzi senza fondo, alle torri di mattoni accumulati in ogni angolo e ai cancelli che bloccano il passaggio ovunque, i venditori del week-end spodestati stanno organizzando una protesta contro il sindaco Ebrard, affinché si favorisca il dialogo e non lo sgombero. La ricerca di spazi alternativi, lo spaccio di droga, il “business” delle licenze e il caos segnalato dai residenti sono alcune questioni aperte, oltre ai marciapiedi. Finale ancora aperto.
Un’ultima nota, sull’efficienza del mafioso trasporto della spazzatura a Città del Messico, Mexico City per quelli dell’emisfero nord americano. Tre volte alla settimana una specie di autobus riadattato, detto dinosauro, sfrutta i suoi 5000cc di motore per penetrare in territorio condominiale, nel cortile interno, alle 7 e 30 del mattino se è in ritardo. Alcuni dormono ancora ma quello deve comunque travolgere quanto trova parcheggiato sul suo cammino per compiere la missione di svuotare 4 tonnellate di rovente e odorosa monnezza.
I 4 o 5 caricatori di monnezza dibattono sugli asparagi e l’immortalità dell’anima ad altissima voce, fanno uso della tecnica del fischio acuto dell’upupa reale e si divincolano tra i sacchi. Risultato è la contrazione di malattie infettive sconosciute e ambite dalla multinazionali del settore farmaceutico. Così aumenta la biodiversità e l’importanza strategica del paese. L’altro output immateriale del complicato processo è la sveglia, cioè l’alzataccia che il condominio e i suoi abitanti sono costretti a patire. Il motore del dinosauro resta sempre acceso così come la sua ancestrale autoradio sintonizzata sulla radio locale ”La Z”, specializzata in musica banda norteña, ranchera e corridos. In questo modo, s’inquina ancor di più la pesante atmosfera cittadina e, a livello micro, i nostri appartamenti sono invasi da una sottile polvere grigiastra che sfrigola le narici ansiose e doloranti del dormiente.
Per lo meno nelle nostre case popolare della zona Copilco-Universidad, la raccolta di immondizia funziona. Pensare alla differenziazione e all’ecologia è ancora un’utopia, ma ci arriveremo. Il global warming lo impone. S’è provato a farla e le persone hanno reagito positivamente: organica di qua, inorganica di là. Ma poi ti accorgi che nel grande dinosauro a 8 ruote viene mischiata di nuovo, come tacos e sopa nello stomaco affamato, e ti scende un po’ l’entusiasmo. Comunque nei piccoli quartieri, nelle vie delle villette a schiera di classe media, in quelle con le abitazioni fabbricate in serie stile fordista e concesse a un “prezzo sociale” oppure, più giù, nei quartieri delle casette misere in affitto o di proprietà, la raccolta dei rifiuti è un’odissea di mazzette, fortuna, sgami, ricatti, rumori e gatti morti sotto il dinosauro. Non è affatto un servizio garantito dal Comune quanto piuttosto un’impresa regolata da mafie, pagamenti, favori e ambigue territorialità.
Nonostante tutto, la città funziona. Non abbiamo ancora visto i cumuli d’immondizia che soverchiano le auto e impediscono agli autobus di circolare, non abbiamo ancora presenziato al rimpallo delle responsabilità e alle ingerenze mediatico-elettorali che speculano col problema in tutti i TG e talk show come in Italia. Niente incendi al sapore della diossina per ora. Da osservare anche i sublimi regali di Natale presenti in cima ad ogni camion dinosauro che son frutto, questi sì, della raccolta differenziata di giochi e vettovaglie recuperati dagli spazzini per loro uso e consumo. Si sopravvive di espedienti e riciclaggio sempre pieni di speranza e movimento.

Di Fabrizio Lorusso ( http://fabriziolorusso.wordpress.com )







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