Nicaragua 6 Luglio-Impressionante mobilitazione della forza sandinista

Nicaragua 6 luglio, impressionante mobilitazione della Forza Sandinista
Di  Jorge Capelán.
(foto in fondo alla pagina)
managuaconamor.blogspot.com
Una marea  di persone, questo è ciò che questo fine settimana si è  mobilitato a Managua e León a sostegno del governo sandinista.
Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a due manifestazioni di impegno rivoluzionario, di sostegno massivo  organizzato dal  Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN).

La commemorazione di  sabato del Replegue (ritirata strategica) che ha determinato  il trionfo della  Rivoluzione Popolare Sandinista). Da Managua a Masaya, una carovana gigantesca di 30 chilometri accompagnata da migliaia e migliaia di persone a piedi  è stata tale che molti hanno dovuto fermarsi  circa 10 chilometri prima di raggiungere la destinazione, perché non c’era modo di entrare nella  Città dei Fiori (Masaya).
Le opposizioni hanno detto che la città di Masaya l’anno scorso era stata insurrecta (occupata) contro il governo sandinista”. Quindi  da dove sono apparsi i quasi 30 mila sandinisti che hanno partecipato alla commemorazione, nella  loro città? Come si organizza un’insurrezione contro migliaia di “agenti del regime”, “dipendenti pubblici” e “cittadini forzati”?. Come si “costringe” così tante persone a marciare? Più di 70.000 persone hanno partecipato  al  El Repliegue.

Se andiamo a León,  domenica 7 luglio si è commemorato il 40 ° anniversario della presa del Fortino di Acosasco, uno degli ultimi fortini della dittatura di Somoza quale azione ha segnato la liberazione definitiva della prima capitale della rivoluzione sandinista, siamo stati nel cuore del quartiere indigeno Subtiava con le famiglie del sandinismo storico.

Come Monimbó a Masaya, anche lì l’anno scorso hanno detto che la popolazione si era “ribellata” contro il sandinismo. La menzogna del “colpo soave” è stata rivelata in tutta la sua miseria.
Più di 15 mila leonesi hanno marciato per diversi chilometri a sostegno della rivoluzione sandinista e hanno giurato che i responsabili del golpe dello scorso anno “non hanno potuto ne potranno”, mai, privare il popolo della libertà e della pace conquistate a costo di tanto sangue e sacrifici. E quello era a León, perché a La Paz Centro c’era una grande marcia cittadina in memoria degli Eroi e dei Martiri di Pancorva, dove membri del Fronte Occidentale del FSLN combatterono una battaglia decisiva contro la Guardia Nazionale di Somoza.
In realtà, i sandinisti sono più uniti che mai, a tutti i livelli consapevoli che il compito di difendere la pace e la libertà è di tutti, di tutte le generazioni e di tutte le regioni. Il popolo sandinista e il popolo del Nicaragua sono vaccinati contro il colpo di stato.
La destra golpista, insieme a suoi complici decisi a ignorare la loro sconfitta ed a continuare la destabilizzazione del paese, camminano verso la totale irrilevanza guadagnandosi il disprezzo della gente. Alcuni settori sociali, che usano  i veleni dei media come La Prensa, El Nuevo Diario, radio  Corporation Confidencial, CNN e le reti sociali tossiche, vivono in una realtà parallela in un triste sradicamento del mondo che li circonda.
Per questi settori è un risveglio amaro, e si deve capire quanto difficile è per loro accettare che hanno scelto un’opzione sconfitta e sbagliata, che hanno sostenuto e giustificato l’esecuzione di crimini orribili  nel nome di quella causa . Questi settori dovranno riconciliarsi con ciò che hanno fatto ed  essere in grado di riappacificarsi  con il resto della società. Un processo lungo e amaro.
Le immense manifestazioni  di questo fine settimana sono state solo il preludio di quello che succederà il 19 luglio; sia con un’unica manifestazione  centrale a Managua sia con degli atti in tutte le città, la dimostrazione di forza della Rivoluzione Sandinista e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale sarà enorme, la più grande nella storia.

Traduzione C. A

Il Repliegueritirata strategica.
In Nicaragua, è stata una manovra militare sandinista che ha facilitato il rovesciamento della dittatura di Somoza nel 1979.
Foto cortesia

 

Nicaragua È ancora 30 maggio

Nicaragua
È ancora 30 maggio
Basta menzogne

Esattamente un anno fa, il Nicaragua viveva una delle giornate più drammatiche della sua storia recente.

Nell’articolo scritto durante quei momenti terribili e gli scontri che hanno fatto vari morti e feriti sia tra simpatizzanti sandinisti che tra membri dell’opposizione, spiegavo como, ancora una volta, il Nicaragua “tornava ad essere il ‘país de nunca jamás’, in ostaggio di una realtà fittizia che si muove al ritmo dei social network, dove la realtà virtuale può contare più della realtà reale. Dove le vittime sono carnefici e i provocatori armati sono pacifici dimostranti”.
Un anno dopo e in mezzo a una campagna mediatica, sostenuta con forza sia dai media mainstream, da organizzazioni della cosiddetta ‘società civile’ e da organizzazioni internazionali, che da buona parte della comunità internazionale, che pretende manipolare la realtà e la verità, abbiamo deciso di pubblicare nuovamente la cronaca di quel giorno “Nicaragua: quando le menzogne vincono e diventano realtà”.

La potete rileggere QUI

https://www.peacelink.it/latina/a/45444.html

Qui sotto il link del nuovo video della serie di documentari “180 Grados: Claves de la Verdad”, che fa cadere un altro pezzo del castello di menzogne costruito durante l’ultimo anno.

Lo potete vedere QUI

30 de mayo ¿Un plan para sumar?
https://youtu.be/3eN7AbYu_n0

Costa Rica

Costa Rica Né pacifica, né verde

Criminalizzazione della protesta e uso indiscriminato di agroveleni

San José, 26 aprile (Rel-UITA | LINyM) -.
Nell’immaginario collettivo la Costa Rica è percepita come un “paese di pace” e un “paese verde”, in realtà si tratta di un’ottima strategia di marketing che serve a nascondere una realtà impresentabile che contraddice l’immagine patinata che si offre al mondo. Una realtà che, lungi dall’essere paradisiaca, è invece impregnata di sangue, pesticidi e distruzione ambientale.

Secondo dati forniti dal movimento ecologista, in quasi 40 anni (1970-2019) si sono registrati almeno 26 omicidi di persone vincolate alla lotta in difesa della terra e dei beni comuni. Il crimine più recente è stato perpetrato da sconosciuti lo scorso marzo contro il dirigente indigeno e difensore dei territori del popolo Bribri, Sergio Rojas Ortíz.

La Costa Rica vanta anche il record mondiale nel consumo di pesticidi per ettaro (18,2kg/Ha).

Secondo quanto riporta il Servizio fitosanitario dello Stato, durante il 2017 sono stati importati 18,6 milioni di chilogrammi di principi attivi, una tonnellata in più dell’anno precedente.La Federazione per la conservazione della natura, Fecon, assicura che tale primato sia collegato all’entrata in vigore dei polemici decreti esecutivi 39995-MAG e 40059-MAG, attualmente in fase di impugnazione presso la Corte Costituzionale [1].“La Costa Rica sa vendere molto bene la propria immagine di paese ‘democratico’ e ‘conservazionista’. É completamente immersa nella cosiddetta ‘economia verde’ e si propone come laboratorio climatico. Non a caso tra ottobre e dicembre organizzerà, insieme al Cile, la COP 25 [2]”, dice Henry Picado, presidente della Fecon.

La realtà è però molto diversa.

In Costa Rica l’agrobusiness è politica di Stato. Le imprese che promuovono le monoculture (banane, ananas, canna da zucchero, palma africana) hanno accesso a una quantità infinita di sussidi, esenzioni e agevolazioni fiscali.

“Abbiamo il caso della Pineapple Development Corporation – Del Monte (Pindeco) che ha ricevuto quasi 3.400 milioni di colones (5,7 milioni di dollari), cioè in pratica quasi il 10% del totale dei sussidi concessi al settore agroesportatore”, ci spiega Picado.

L’attivista ecologista ha ricordato che il risultato di queste politiche è sempre lo stesso: l’allontanamento delle popolazioni locali, l’accaparramento delle terre, la devastazione ambientale, il tutto occultato grazie al circo dell’economia verde.

La repressione della protesta

Contestare il sistema neoliberista, il modello estrattivista e l’agrobusiness è pericoloso.

L’esempio più brutale è il recente omicidio di Sergio Rojas Ortiz, reo di avere sollevato con forza e decisione la questione della difesa legale e legittima delle terre ancestrali Bribri.

“Tutti sanno che dietro il vile omicidio di Sergio ci sono i proprietari terrieri. Bisogna identificare e punire gli autori intellettuali e materiali di questo crimine. Non può rimanere impunito, come sempre accade qui”, dice Picado.

Fino a oggi nessuno degli omicidi perpetrati contro difensori della terra e dei beni comuni è stato chiarito. Tutti sono rimasti impuniti. Movimenti contadini e popolazioni indigene sono i principali bersagli di una repressione che diventa ogni giorno più cruenta, grazie anche al disinteresse e all’inerzia delle autorità.

Altri attori sociali, come il movimento LGBT e chi porta avanti rivendicazioni particolarmente fastidiose al progetto neoliberista, sono anch’essi vittime della criminalizzazione e repressione.

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Nicaragua-Mons. Silvio Báez sarà trasferito a Roma

Nicaragua: Mons. Silvio Báez sarà trasferito a Roma
Nè minacce, nè esilio
Báez partirà dopo le festività pasquali
Managua, 13 aprile (LINyM) -.
La decisione del Vaticano di richiamare a Roma il vescovo ausiliare di Managua monsignor Silvio Báez è arrivata all’improvviso a sconquassare i piani dell’opposizione nicaraguense, ma non si può certo dire che non fosse nell’aria.

Per nessuno è un segreto che all’interno della CEN (Conferenza episcopale nicaraguense) ci siano anime e visioni diverse circa quanto è accaduto a partire da aprile 2018 e il modo per uscire dalla crisi politica e sociale in cui è sprofondato il Nicaragua.

All’interno dell’assemblea permanente dei vescovi nicaraguensi spiccano tre figure che incarnano l’anima più conservatrice e profondamente antisandinista: Abelardo Mata vescovo di Estelí, Rolando Álvarez vescovo di Matagalpa e per l’appunto Silvio Báez.

I tre hanno giocato un ruolo determinante durante il primo e fallimentare tentativo di dialogo dello scorso anno, schierandosi apertamente a favore di una delle due parti sedute al tavolo – l’Allenza civica per la giustizia e la democrazia (Acjd) – e difendendo a spada tratta le barricate (tranques) sorte un po’ in tutto il Paese come strumento di pressione contro il governo. Uno strumento diventato ben presto fonte e luogo di violenza, ricatto e morte.

Non si può nemmeno dimenticare che in quei giorni Báez e il resto della CEN cercarono in tutti i modi di costringere il governo ad accettare una ‘tabella di marcia’ totalmente incostituzionale, che prevedeva, tra l’altro, la rinuncia immediata del governo e di tutte le cariche dello Stato,  la nomina di un non ben definito ‘governo di transizione’, la convocazione di un’assemblea costituente ed elezioni generali entro il 2018.

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Nicaragua-Comincia a crollare il castello delle menzogne

Comincia a crollare il castello delle menzogne

Opposizione sospende nuovamente la negoziazione

Managua, 6 aprile (LINyM) -.

Dopo avere confrontato i dati forniti dal governo e dall’opposizione, il Comitato internazionale della Croce Rossa, Cicr, presenterà la lista definitiva delle persone private di libertà all’interno della crisi politico-sociale iniziata in aprile dello scorso anno in Nicaragua.

La Croce Rossa ha fissato in 290 il numero di persone arrestate, piú della metà delle quali (200) già beneficiate da misure alternative alla detenzione.

Un dato che evidenzia, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la montagna di menzogne diffuse da settori dell’opposizione che fanno parte dell’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia, Acjd, e dell’Unità nazionale blu e bianca, Unab, avallate e fatte proprie, tra l’altro, da organizzazioni per i diritti umani nazionali e internazionali.

Secondo i rapporti ufficiali, comunicati stampa e una feroce campagna mediatica con cui hanno saturato i social e i media che si autodenominano indipendenti, in Nicaragua ci sarebbero tra i 600 e i 900 “prigionieri politici” e circa 1000 persone scomparse, soprattutto studenti.

Cifre e dati falsi che sono stati poi usati per lanciare campagne internazionali e per chiedere nuove e più forti sanzioni politiche ed economiche contro il paese. Qualsiasi confronto con quanto accade in Venezuela non è certo azzardato.

Il giorno in cui l’opposizione e le organizzazione nazionali e internazionali che “difendono i diritti umani” accettassero – come gli è stato ripetutamente proposto – di confrontare le proprie lista di persone decedute durante gli scontri con quella della Commissione parlamentare per la verità giustizia e pace (https://www.peacelink.it/latina/a/46142.html), il castello di menzogne ​​crollerebbe miseramente.

Logica distruttiva

Purtroppo, i settori più radicali dell’opposizione continuano a imporre la loro logica distruttiva, creando ancora una volta le condizioni per interrompere il dialogo e mostrando totale mancanza di volontà politica per trovare una soluzione pacifica alla crisi.

Il 3 aprile, infatti, un’opposizione che oramai rappresenta solo sé stessa – chi l’ha nominata e per conto di chi parla e prendeo decisioni i cui effetti ricadranno su tutta la società? – ha sospeso il dialogo con il governo e ha preferito preparare un nuovo “circo mediatico” chiedendo a suoi sostenitori di scendere in piazza.

Uno scenario, quello nicaraguense, in cui per fortuna c’è sempre meno spazio per le menzogne e dove emerge con forza la solitudine e l’inconsistenza di un’opposizione che sopravvive solo grazie a una comunità internazionale USA-dipendente.

Ci sono ancora dubbi sul perché non permetteranno mai che il dialogo sortisca risultati positivi?

Fonte LINyM

Di Giorgio Trucchi

 

 

Nicaragua L’opposizione del «tutto o niente»

Nicaragua L’opposizione del «tutto o niente»
Alleanza Civica prima lascia poi si risiede al tavolo. Gli irriducibili del caos si chiamano fuori e chiedono nuove e più forti sanzioni internazionali

Managua, 14 marzo (LINyM)

Domenica scorsa, l’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia, Acjd, autodenominatasi rappresentante di diversi settori della società nicaraguense, ha annunciato l’abbandono del tavolo di negoziazione fino a quando il governo non manderà segnali convincenti “di volere davvero trovare una soluzione alla crisi” iniziata nel 2018.

Per l’opposizione questo significa la liberazione dei “prigionieri politici”, fine della repressione e dei sequestri, osservanza e rispetto degli standard internazionali relativi al trattamento dei detenuti e fine delle minacce ai loro parenti.

L’annuncio è arrivato meno di 24 ore dopo quello della Conferenza episcopale del Nicaragua di respingere l’invito fatto dal governo e dall’opposizione al cardinale Leopoldo Brenes, di accompagnare la negoziazione insieme al nunzio apostolico Waldemar Stanislaw Sommertag e a un rappresentante della chiesa evangelica.

Il ruolo della gerarchia cattolica

In un comunicato, la gerarchia cattolica nicaraguense chiarisce che “dovranno essere i laici ad assumersi direttamente la responsabilità di gestire in questo momento le questioni temporali della nazione”.

Una decisione che, lungi dal significare la volontà dei vescovi di non prendere parte al negoziato per accompagnare “come pastori questi momenti cruciali della nostra patria”, dedicandosi “alla preghiera e al ministero della Parola”, sembra più che altro nascondere la loro irritazione per non essere stati riconfermati nel ruolo di mediatori, ricoperto lo scorso anno nell’ambito del primo disastroso tentativo di dialogo.

In quell’occasione, i vescovi si schierarono apertamente a favore di una delle due parti -l’Alleanza Civica- e cercarono in tutti i modi di imporre al governo una road map pericolosamente inconstituzionale, stravolgendo di fatto l’essenza e i principi di neutralità e imparzialità che caratterizzano il ruolo di un mediatore.

Si schierarono inoltre a favore delle barricate (tranques) costruite in tutto il paese dall’opposizione come misura di pressione contro il governo. Uno ‘strumento’ che divenne ben presto fonte e luogo di violenza, ricatto e morte.

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Venezuela. Un cattivo esempio da cancellare dalla faccia della terra

Venezuela
Un cattivo esempio da cancellare dalla faccia della terra
Il riposizionamento politico e militare degli Usa in America latina e i ‘governi fantoccio’

Managua, 21 febbraio (ALAI | LINyM) -.

L’offensiva imperialista contro il Venezuela ha come scopo quello di porre fine, una volta per tutte, a un modello basato sulla solidarietà, l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli, e che aspira all’unità e all’integrazione latinoamericana e caraibica. Un modello che, quindi, per sua stessa natura, lede gli interessi degli Stati Uniti, delle oligarchie nazionali e del capitalismo internazionale.

“Impossibile equivocarsi”, assicura lo storico honduregno Edgar Soriano. “La crisi del Venezuela è il risultato di un’ingerenza sfacciata del governo degli Stati Uniti, della destra internazionale e dei poteri corporativi – incluso quelli europei – che si sentono minacciati nei loro interessi da un progetto politico e istituzionale che non prevede solo la ridistribuzione di risorse, ma anche la difesa degli interessi sociali della collettività e la generazione di meccanismi di partecipazione e legittimazione dei cittadini.

Un progetto che cerca di modificare l’ordine costituito e si propone di costruire nuove forme di fare politica, limitando la capacità di intervento di Washington e delle multinazionali negli interessi interni dei paesi. Un progetto, inoltre, che si può esportare e replicare.

 Dopo la caduta del Muro di Berlino e le invasioni in Afghanistan e Iraq – continua Soriano -, gli Stati Uniti si sentivano i padroni del mondo, ma le nuove leadership sorte a livello mondiale stanno cambiando gli scenari internazionali, con un crescente multipolarismo e una forte proiezione della cooperazione Sud-Sud.

Malgrado ciò, Washington si ostina a mantenere relazioni di aggressione e l’offensiva contro il governo venezuelano e i suoi alleati è parte di questa logica di controllo del “cortile di casa”.

– In pratica bisogna farla finita con i cattivi esempi

– La proposta del Venezuela è un cattivo esempio sia per il progetto imperialista nordamericano che per la destra latinoamericana perché, come ho detto, coinvolge le persone e offre loro strumenti e capacità per costruire modelli alternativi replicabili in tutto il continente.

L’America latina ha grandi possibilità ed esistono già le condizioni per una maggiore indipendenza dalle potenze imperialiste e dalla multinazionali. Questo è quello che dà loro maggior fastidio. Non sopportano che esista un paese come il Venezuela che dica “abbiamo la nostra moneta e vogliamo ricostruire con altri criteri lo scenario delle relazioni politiche, sociali e commerciali”.

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Commissione parlamentare presenta nuovo rapporto sulla crisi in Nicaragua

Commissione parlamentare presenta nuovo rapporto sulla crisi in Nicaragua

Nuovi dati su decessi, incidenza dei social, ruolo della chiesa cattolica. Crollano fakenews e ‘luoghi comuni’
Managua, 11 febbraio 2019 (LINyM | ALAI) -.

L’ultimo rapporto, il terzo, presentato nei giorni scorsi dalla Commissione parlamentare per la verità, giustizia e pace (CVJP), creata con l’obiettivo di indagare, analizzare e chiarire gli episodi di violenza e le morti avvenute durante la crisi socio-politica iniziata il 18 aprile 2018, presenta importanti novità tra cui l’aggiornamento delle cifre dei morti – organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani continuano a presentare dati gonfiati e diversi tra loro -, l’incidenza dei social sull’accuirsi della crisi, l’impatto traumatico sulla popolazione e le conseguenze psicosociali e il ruolo della chiesa cattolica.

Leggi e scarica qui il terzo rapporto della CVJP

Secondo il documento, “dopo un rigoroso percorso di ricerca, analisi e verifica” si è in grado di determinare che il numero di persone decedute è di 253, in prevalenza uomini (243) e minori di 35 anni (175). Dei decessi totali, 220 sono direttamente collegati al conflitto, 27 a seguito del fuoco incrociato e 6 non hanno a che fare in modo diretto con esso.

Almeno 9 delle persone che appaiono nelle liste pubblicate dalle organizzazioni per i diritti umani, tra cui il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) dell’Organizzazione degli stati americani (OSA), non esistono. C’è anche una differenza di 14 morti tra i due elenchi (CVJP e GIEI /OEA).

Un altro dato importante che smantella in parte la teoria del “massacro di oppositori pacifici e disarmati”, diffusa dai gruppi dell’opposizione, dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani e ripresa sia dall’OSA che dall’Ufficio dell’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR) e dai media mainstream, è quello relativo al totale delle morti: 31 appartengono a “gruppi di autoconvocati” (opposizione), 48 sono presunti affiliati sandinisti, 22 sono poliziotti e per i restanti 152 non ci sono informazioni certe (pag 6 del rapporto CVJP).

I tranques della morte

140 persone sono morte a causa dei tranques (barricate) – centinaia in tutto il paese – eretti dai gruppi di opposizione, 31 durante le proteste per la riforma della previdenza sociale, 27 a causa del fuoco incrociato, 13 sono stati uccisi per cause indipendenti dalla protesta (assalti, rapine) e 11 tutelando la proprietà pubblica e privata.

Il 56% dei decessi (141) si è verificato tra maggio e giugno 2018, dopo l’annuncio dell’apertura del tavolo di dialogo tra governo e opposizione e l’immediato proliferare di tranques in tutto il Paese “come forma di coercizione contro il governo”.

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America Latina-Se vuoi annegare l’ALBA accusala di avere la rabbia-

Se vuoi annegare l’ALBA accusala di avere la rabbia
Offensiva contro il progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America latina e i paesi caraibici

Managua, 5 febbraio (Mémoire des Luttes | LINyM)

In un discorso pronunciato il 1° novembre dalla “Freedom Tower”, simbolo dell’esilio cubano a Miami, l’assessore della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha fatto riferimento a una “troika della tirannia” e a un “triangolo del terrore” parlando di Cuba, Nicaragua e Venezuela, i tre membri dell’Alleanza bolivariana dei popoli della Nostra America, Alba. Come conseguenza dell’investitura di Nicolás Maduro il 10 gennaio, data dell’inizio del suo secondo mandato, è principalmente verso Caracas che la “comunità internazionale” volge il suo sguardo.

Sulla stessa linea d’onda di Washington, il Segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, Osa, Luis Almagro, ha convocato una sessione straordinaria per affrontare la situazione in quel paese, con la speranza, fino a ora mille volte disillusa -per mancanza del quorum necessario- di poter applicare sanzioni al Venezuela.

Come preambolo, il 4 gennaio, i tredici paesi “pro Washington” che fanno parte del Grupo de Lima[1], sponsorizzati via videoconferenza dal Segretario di stato nordamericano Mike Pompeo, dalla capitale peruviana avevano confermato che non avrebbero riconosciuto il nuovo mandato di Maduro.

Una decisione priva di legittimità che il Messico, membro fino ad allora del “cartello” che però recentemente aveva virato verso il centro sinistra dopo le elezioni di Andrés Manuel López Obrador (AMLO), ha rifiutato di avallare. Un’azione denunciata anche da Cuba, Nicaragua e Bolivia -membri dell’ALBA-, dal governo uruguaiano (di centrosinistra) e dai movimenti sociali latino americani. Il 10 gennaio la Osa l’ha però approvata con 19 voti a favore, 6 contrari, 8 astensioni e una assenza.[2]

Anche se meno evidente, l’offensiva messa in atto da Washington e dalla destre del continente rappresenta una seria minaccia anche per il Nicaragua sandinista. Come già accaduto nel 2015 con Barack Obama, in quel caso contro Caracas, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato il 27 novembre 2018 un assurdo “ordine esecutivo” nel quale si  dichiara che il governo nicaraguense rappresenta una “minaccia alla sicurezza nazionale” degli Stati Uniti.

Il 20 dicembre viene approvata la legge che condiziona gli investimenti in Nicaragua, una legge portata avanti da due anni e mezzo dall’élite dei neocon (nuovi conservatori) statunitensi: la congressista di origine cubana Ileana Ros-Lehtinen, i senatori Ted Cruz, Marco Rubio (anche loro repubblicani) e Bob Menéndez (democratico).

Approvata all’unanimità dal Senato e dalla Camera dei Rappresentanti, la “Nica Act” autorizza sanzioni contro figure di spicco del Fronte sandinista di liberazione nazionale, Fsln, tra cui il presidente Daniel Ortega e la moglie, la vicepresidente Rosario Murillo, e ha come obiettivo quello di limitare l’accesso del Nicaragua ai prestiti internazionali.

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Honduras “Per rovesciare la dittatura dobbiamo unirci”

“Per rovesciare la dittatura dobbiamo unirci”
Culmina una settimana di proteste in Honduras
Tegucigalpa, 28 gennaio (Rel-UITA | LINyM)  

Il 27 gennaio, a un anno dall’insediamento di un presidente e di un governo che sono il risultato di una scandalosa frode elettorale, si è conclusa la settimana di protesta indetta dalla Convergenza contro il continuismo e da Azione cittadina contro la dittatura, che è culminata con mobilitazioni a livello nazionale del Partito libertà e rifondazione, Libre.

Carlos H. Reyes, membro della Convergenza e storico sindacalista honduregno ha analizzato per La Rel la portata di questa settimana di azione popolare.

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“E’ stata una settimana di manifestazioni e presidi che avevano lo scopo di denunciare la dittatura che si è installata nel nostro paese. Si tratta di una dittatura “speciale” perché oltre a essere oligarchica e godere dell’appoggio dei militari e dell’impero ‘gringo’, affonda le proprie radici nel narcotraffico, la criminalità organizzata, la corruzione e l’impunità.

La nostra lotta è contro questa dittatura, per obbligare Juan Orlando Hernández a lasciare un posto di presidente che sta usurpando, per il rilascio di tutti i prigionieri politici, per inchiodare alle proprie responsabilità chi ha commesso gravi crimini durante e dopo le elezioni dell’anno scorso e per esigere il rispetto della libertà d’espressione.

– Che tipo di attività sono state svolte?
– Abbiamo svolto presidi davanti a Radio Globo, alla Procura generale e alla Corte suprema di giustizia. Abbiamo anche presentato uno scritto alla Procura affinché indaghi sui rapporti esistenti tra Juan Orlando Hernández e suo fratello Tony Hernández, il quale è stato arrestato negli Stati Uniti per legami con il narcotraffico. Abbiamo anche visitato il rappresentante residente dell’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani in Honduras e svolto due presidi davanti all’ambasciata degli Stati Uniti.

Abbiamo partecipato infine alla mobilitazione promossa dal partito Libre a livello nazionale e anche a vari programmi radiofonici e televisivi per fare conoscere, a livello nazionale e internazionale, i principali punti della nostra agenda politica e la nostra lotta per porre fine a questa dittatura.

– Perché la decisione di manifestare di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti?

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