Honduras  “Non mi pento di nulla e la persecuzione mi ha reso più forte”

Honduras
“Non mi pento di nulla e la persecuzione mi ha reso più forte”
Nuovo attacco contro studenti universitari criminalizzati
Managua, 10 settembre (Rel UITA | LINyM) -.

L’ultimo decennio in Honduras è stato caratterizzato dalla repressione e violazione sistematica dei diritti fondamentali di persone e organizzazioni che lottano contro un modello politico ed economico che mette in vendita il Paese, privatizza servizi fondamentali, precarizza il lavoro, accaparra terre, saccheggia beni comuni, militarizza territori ed espelle popoli e comunità indigene e contadine.

Dopo il colpo di stato e durante il rettorato di Julieta Castellanos (2009-2017), le studentesse e gli studenti dell’Università nazionale autonoma dell’Honduras (Unah) intrapresero una lunga e tenace lotta in difesa dell’autonomia universitaria e di un’educazione superiore pubblica, gratuita e di qualità. 

A fronte dell’atteggiamento repressivo di Castellanos, punta di lancia dei governi prosecutori del golpe contro le richieste del movimento studentesco, i giovani intensificarono le mobilitazioni e moltiplicarono le occupazioni pacifiche delle sedi universitarie in tutto il Paese. 

La richiesta di democratizzazione interna e la difesa dell’educazione pubblica ebbero come risposta la criminalizzazione del movimento. Almeno 200 studenti subirono vari tipi di persecuzione. Molti di loro furono perseguiti legalmente, alcuni furono sospesi ed espulsi, altri dovettero abbandonare il Paese. 

Ancora più violento, e con evidenti segni di accanimento, fu l’attacco contro lavoratrici e lavoratori organizzati sindacalmente. Oltre a subire vessazioni sistematiche ed essere licenziati illegalmente, furono vittime di assassinio e sparizione forzata, come è il caso dei dirigenti sindacali Donatilo Jiménez Euceda e Héctor Martínez Motiño. 

Criminalizzazione                     

È in questo contesto di persistente aggressione contro il movimento studentesco che comincia l’odissea di Moisés Cáceres, Sergio Ulloa e Cesario Padilla, che nel luglio 2015 furono accusati di detenzione illegale di beni pubblici a danno dell’università. 

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30 agosto-Giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate

“Non esiste società che si possa costruire sulla base dell’oblio e dell’impunità”
Cofadeh, Ohchr e Rel UITA realizzano attività sulla sparizione forzata
Managua (Rel UITA | LINyM) -.

Nell’ambito delle attività della Giornata internazionale delle vittime delle sparizioni forzate e della Giornata nazionale dei detenuti scomparsi in Honduras, Cofadeh, OHCHR e Rel UITA hanno organizzato la conferenza
“Sparizione forzata in Honduras”.

La sparizione forzata non può essere considerata una cosa del passato, né si può far finta di niente e andare avanti mentre ci sono famiglie la cui vita è stata segnata per sempre dalla mancanza di verità e giustizia.

In Honduras si stima che siano state 184 le vittime di sparizione forzata durante gli anni 80. Organizzazioni internazionali affermano che potrebbero essere addirittura più di 200.

Per il Cofadeh[1] questi dati sono solo la punta dell’iceberg di una tragedia che grida ancora giustizia.

L’ultimo decennio in Honduras porta i segni del colpo di stato del 2009 e di governi collusi con le forze che l’hanno organizzato, finanziato e imposto con violenza. Durante questo periodo sono stati denunciati vari casi di sparizione forzata.

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Honduras Caso Guapinol: sentenze vergognose.

Honduras- Caso Guapinol: sentenze vergognose

Revoca del proscioglimento per cinque imputati e rinvio a giudizio per altri otto

Managua, 20 agosto (LINyM) –
La scorsa settimana, la Corte d’appello di Francisco Morazán ha notificato alle parti il contenuto di tre sentenze del 3 marzo sul delicato caso dei difensori dei beni comuni della comunità di Guapinol, nel nord-est dell’Honduras. A otto di loro è stato confermato il rinvio a giudizio e la custodia cautelare in carcere, mentre ad altri cinque è stata revocata la sentenza di proscioglimento emessa in primo grado.

Tra il 2018 e il 2019, almeno 32 persone sono state inquisite per presunti reati connessi alla difesa del territorio e delle risorse idriche del Parco nazionale “Montaña de Botaderos”, la cui area centrale è minacciata dalla compagnia mineraria Inversiones Los Pinares (NE Holdings Inc e NE Holdings Subsidiary Inc), precedentemente conosciuta come EMCO Mining Company.

In questa area ci sono circa 34 sorgenti le cui acque riforniscono città e comunità della zona. In modo particolare, i fiumi Guapinol e San Pedro sono quelli che subiscono i maggiori impatti ambientali. Comunità e popolazioni della zona non sono mai state consultate prima del rilascio delle concessioni minerarie.

Le holding gestite da Inversiones Los Pinares sono controllate da Lenir Pérez Solís, già coinvolto in passato in altri conflitti minerari[1] e Ana Facussé Madrid, figlia del noto latifondista e produttore di palma africana Miguel Facussé Barjum. Il nome di Facussé è stato collegato in passato al grave conflitto agrario del Bajo Aguán[2], in cui persero la vita decine di contadini organizzati, e all’espropriazione territoriale nella penisola di Zacate Grande[3].

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Honduras “Liberateli subito da questo inferno d’ingiustizia!”

“Liberateli subito da questo inferno d’ingiustizia!”
Forte appello per l’immediata liberazione dei prigionieri politici

Managua, 6 agosto (Rel UITA | LINyM) –.

La scorsa settimana, il Comitato per la liberazione dei prigionieri politici in Honduras, organizzazioni per i diritti umani e familiari dei privati di libertà hanno nuovamente chiesto il rilascio immediato di dieci prigionieri politici, vittime di un sistema politico ed economico corrotto e violento.

“L’Honduras è impantanato in una profonda crisi politica, la cui soluzione passa  necessariamente dal superamento della violenza strutturale del modello di società che ci viene imposto.

La criminalizzazione della povertà e il malcontento sociale rendono la privazione della libertà una misura repressiva e violatoria dei diritti umani”, avvertono le organizzazioni in un comunicato[1].

Carceri piene e militarizzate

Attualmente in Honduras ci sono circa 22 mila persone detenute in 28 strutture a carico di un sistema penitenziario totalmente militarizzato, sovraffollato e privo di una politica penitenziaria nazionale.

Un sistema in cui la vita quotidiana è fatta di violenza, insalubrità, maltrattamenti, torture e una grave deprivazione materiale. Una situazione diventata ancora più drammatica con l’esplosione della pandemia e la sospensione delle garanzie costituzionali.

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Honduras Comunità LGBTI di nuovo in lutto

Honduras-Comunità LGBTI di nuovo in lutto
Assassinata attivista dell’Associazione Arcoíris Honduras
Managua, 14 luglio (Rel UITA | LINyM)
L’Honduras continua ad essere uno dei paesi più letali per le persone Lgbti. La notte del 10 luglio, Scarleth Cambell, donna transgender attivista dell’Associazione Arcoíris Honduras, una delle organizzazioni che difendono i diritti della diversità sessuale, è stata assassinata con vari colpi di pistola esplosi da una macchina in un quartiere della capitale.

Secondo Arcoíris, Scarleth è stata vittima dell’odio e della violenza che imperversano in Honduras. “Rifiutiamo tutti gli atti di odio, stigmatizzazione e discriminazione nei confronti della popolazione Lgbti”, si legge in un comunicato diffuso dall’associazione sui social.

Scarleth Cambell faceva parte del gruppo Muñecas di Arcoíris, creato nel 2008 da diverse donne transgender provenienti dalle città di Tegucigalpa e Comayagüela. Obiettivo del gruppo è quello di promuovere uno spazio di incontro per ragazze transgender lavoratrici del sesso, in cui discutere e affrontare problematiche importanti che riguardano la popolazione transgender.

Secondo la Rete nazionale dei difensori dei diritti umani in Honduras (RNDH) sono già 10 le donne transgender assassinate dall’inizio dell’anno. L’Osservatorio sulle morti violente di persone Lgbti della Rete Lesbica Cattrachas stima che siano 361 le persone della diversità sessuale assassinate dopo il colpo di stato del 2009.

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Honduras – Profondamente antisindacale

Profondamente antisindacale
Attacco sistematico a sindacalisti e difensori dei diritti umani. Preoccupazione per l’entrata in vigore del nuovo codice penale
Managua, 25 giugno (Rel UITA | LINyM)
Il nuovo rapporto della Rete contro la violenza antisindacale mostra ancora una volta che l’Honduras continua a essere uno dei paesi dell’America Latina con il maggior numero di attacchi contro chi esercita il sindacalismo.

Nel rapporto “Il costo della difesa del diritto alla libertà di associazione 2019” [1], presentato lo scorso 15 giugno, sono documentati 54 atti di violenza contro sindacalisti, la maggior parte dei quali avvenuti nel contesto delle proteste contro il tentativo del governo honduregno di privatizzare sanità e istruzione.

Mobbing, aggressioni, minacce e intimidazioni sono state le forme più frequenti di violenza durante il 2019. Il 61% delle vittime sono uomini e il 39% donne.

I sindacati più colpiti sono quelli del settore pubblico (57%), l’area geografica più colpita  il dipartimento di Cortés (San Pedro Sula) e il settore che ha subito il maggior numero di violenze è quello agroindustriale.

“Festagro, Stas e Sitraterco [2] sono stati i principali obiettivi degli attacchi, sia nel processo organizzativo di nuovi sindacati che durante la negoziazione di contratti collettivi aziendali”, ha spiegato Jorge Hernández della Rete contro la violenza antisindacale.

Le compagnie multinazionali proprietarie delle piantagioni in cui si sono verificati gli atti di violenza sono Fyffes/Sumitomo (melone), Grupo Jaremar (olio di palma) e Chiquita Honduras (banana).

Impunità assoluta

La mancanza di indagini e l’elevato tasso di impunità fanno sì che il 51% degli autori siano persone sconosciute. Nel 28% degli eventi registrati, i responsabili sono funzionari pubblici, per lo più agenti di polizia, e nel restante 21% sono guardie private o funzionari aziendali.

Si sono verificati anche due omicidi: Joshua Sánchez dell’Unione dei lavoratori di Gildan Villanueva S.A Company (Sitragvsa) e Jorge Alberto Acosta di Sitraterco. Nell’ultimo decennio in Honduras sono stati assassinati 36 sindacalisti, la maggior parte di loro durante la resistenza contro il colpo di stato del 2009.

“Stiamo perfezionando i meccanismi di ricerca per migliorare la nostra capacità di individuare episodi di violenza antisindacale. Sappiamo che questi dati sono sottostimati, tuttavia 54 casi di violenza diretta sono molti e sono in aumento”, ha avvertito Hernández.

Attualmente, Honduras, Colombia, Guatemala e Messico sono i paesi più pericolosi dell’America Latina per esercitare l’attività sindacale.

Honduras non rispetta norme OIL

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Honduras Intervista a Bertha Zúniga Cáceres

Intervista a Bertha Zúniga Cáceres
“Dobbiamo aumentare la sovranità alimentare”
Popolazioni indigene e pandemia

Managua, 8 giugno (Pressenza | Rel UITA | LINyM) 

La pandemia in Honduras continua a colpire duramente: più di 6.300 contagiati e circa 260 morti. Essendo uno dei Paesi con i più alti tassi di disuguaglianza e povertà (67%) dell’America Latina, è inevitabile che la malattia abbia colpito soprattutto i settori più vulnerabili della società.

Le zone rurali sono i luoghi dove si vedono di più gli effetti nefasti del modello neoliberale imposto dalle élites nazionali e dal grande capitale internazionale. Le popolazioni indigene e nere e le comunità contadine stanno subendo i principali impatti di una crisi sanitaria che mette a nudo la crudeltà e disumanità di questo sistema.

Nonostante le difficoltà e i limiti è essenziale raddoppiare gli sforzi e promuovere forme di autogestione e di sovranità alimentare, ha affermato Bertha Zúniga Cáceres, coordinatrice del Copinh, il Consiglio Civico delle Organizzazioni Popolari e Indigene dell’Honduras, e figlia di Berta Cáceres[1].

-In che modo la pandemia ha colpito le comunità indigene?

-Ha esacerbato quei problemi che sono quasi cronici, in particolare la mancanza di cibo. Fortunatamente, la maggior parte delle comunità organizzate dal Copinh sono produttrici di cereali di base. Ma ce ne sono altre che soffrono di carenza d’acqua e stanno attraversando momenti molto difficili.

Inoltre, la quarantena ha reso impossibile vendere i prodotti delle comunità e altre attività commerciali informali. C’è anche una recrudescenza della violenza di genere e un aumento degli abusi della polizia e dei militari. Non c’è stata quarantena per gli abusi.

-Ci sono stati molti abusi?

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Honduras : Pandemia e violenza contro le donne






Honduras-Pandemia e violenza contro le donne
Per donne, bambini e bambine lo “state a casa” implica una maggiore vulnerabilità
Managua, 9 aprile (Rel UITA | LINyM) –
La risposta alla diffusione del Covid-19 nel mondo è stata, a parte alcune eccezioni, quella di decretare l’isolamento sociale. Lo #stateacasa, riprodotto in diverse lingue, è diventato virale e ha fatto tendenza sui social. Tuttavia, per donne, bambini e bambine, questo atto di resistenza si trasforma in una maggiore vulnerabilità e le espone a un maggior rischio di violenza intrafamiliare (domestica).

Secondo l’Osservatorio per l’uguaglianza di genere (OIG) della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), nel 2018 oltre 3.500 donne sono state vittime di femminicidio. I paesi con i più alti tassi sono stati El Salvador (6,8 per 100mila donne), l’Honduras (5,1) e il Guatemala (2). Tuttavia, i dati reali potrebbero essere molto più allarmanti a causa dei diversi significati che i Paesi attribuiscono al termine “femminicidio”[1].

In Honduras, l’Osservatorio sulla violenza dell’Università nazionale autonoma, Unah, indica che nel 2019 sono state uccise 406 donne. Una ogni 22 ore. Secondo i dati di diverse organizzazioni nazionali, quest’anno sono già state assassinate 73 donne e sono state più di 50 al giorno le denunce per violenza intrafamiliare.

“In un contesto di isolamento sociale come misura per affrontare la pandemia, molte donne e bambine sono confinate in uno spazio con il loro aggressore o possibile aggressore. Se a questo aggiungiamo la situazione di povertà e povertà estrema che interessa enormi fette della popolazione, vediamo come questa misura le espone a una maggiore vulnerabilità e aumenta il rischio di violenza domestica”, spiega Helen Ocampo, ricercatrice dell’Osservatorio dei diritti umani delle donne del Centro per i diritti delle donne (Cdm).Dopo quasi tre settimane di quarantena, la Procura generale dell’Honduras ha registrato 80 denunce di violenza domestica. Una quantità troppo bassa se consideriamo che, nell’ultimo decennio, lo stesso Cdm ha riportato una media giornaliera di 56 denunce.“È evidente che le donne non si sentono né tranquille, né sicure per andare a denunciare il proprio aguzzino. Sono chiuse in casa con lui ed è una situazione tremenda”, ha spiegato Ocampo.

Lo Stato complice

La ricercatrice del Cdm ha elencato altri fattori che stanno contribuendo alla mancata denuncia, come per esempio che frequentemente le chiamate al 911 e alle stazioni di polizia non ricevono risposta, o che molte donne non sanno nemmeno se gli uffici della Procura sono aperti.

Ma la cosa che fa più rabbia, ci dice Helen Ocampo, è che di fronte all’incapacità dello Stato siano ancora una volta le organizzazioni di donne e quelle femministe a dovere colmare le lacune, dando risposte puntuali alle situazioni di vulnerabilità. Ecco perché il Cdm e molte altre organizzazioni hanno messo a disposizione numeri di telefono a cui chiamare, sia in caso di emergenza che per avere un sostegno psicologico o legale durante la quarantena.

La Rete lesbica Cattrachas ha invece lanciato una campagna per l’approvazione di un decreto che proibisca il consumo di bevande alcooliche. In paesi como l’Honduras, il concumo di alcool è molte volte un fattore scatenante della violenza intrafamiliare. Ad oggi sono 163 su un totale di 268 i comuni che hanno deciso di sostenere questa misura. Purtroppo mancano ancora quelli più grandi e popolati, dove si registrano i livelli più alti di consumo di bevande alcooliche e di violenza domestica.Sono stati inoltre avviati processi di autodifesa, con misure di sicurezza e di denuncia sociale da parte delle stesse comunità. “

È molto importante riconoscere il lavoro che si sta realizzando all’interno delle comunità, come per esempio quelle garifunas. Si prendono cura e informano la popolazione sulle principali misure di prevenzione, autoproducono alimenti, mostrano all’intera nazione l’importanza dell’organizzazione e della solidarietà comunitaria”, ha concluso Ocampo.

Note
[1] Alcune nazioni considerano “femmicidio” quello commesso dal coniuge o dall’ex partner

di Giorgio Trucchi

Fonte: Rel UITA (spagnolo)

Honduras: Sentenza Berta Cáceres

Sentenza Berta Cáceres, un primo passo sulla strada della giustizia
Condanne tra i 30 e i 50 anni per gli autori materiali

Tegucigalpa, 3 dicembre (LINyM) -.

Il 2 dicembre, trascorsi esattamente 45 mesi dall’assassinio  della dirigente indigena di etnia lenca Berta Cáceres, il Tribunale di prima istanza ha disposto condanne dai 30 ai 50 anni di carcere per gli autori materiali del crimine. Un primo passo sulla strada, ancora molto lunga, della giustizia.

I sette accusati erano stati dichiarati colpevoli il 29 novembre 2018, ma i giudici ci hanno messo un anno esatto a depositare la sentenza scritta con le relative pene. Un ritardo ingiustificabile che ha causato scompiglio e preoccupazione ai familiari della Cáceres, nonché insicurezza giuridica e un inaccettabile ritardo nelle indagini sui mandanti dell’omicidio.

I giudici hanno condannato Sergio Rodríguez, direttore ambientale dell’azienda Desarrollos Energéticos SA, Desa, e Douglas Bustillo, ex sergente dell’esercito ed ex vice responsabile della sicurezza di Desa, a 30 anni e 6 mesi di prigione. Per Mariano Díaz, maggiore delle Forze armate honduregne, la pena è stata di 30 anni.

Nel caso degli altri quattro imputati, alla pena per l’assassinio di Berta Cáceres si aggiunge quella per il tentato omicidio di Gustavo Castro, l’ecologista messicano sopravvissuto all’attacco mortale e unico testimone del crimine. Henry Hernández, anch’egli ex militare, Edilson Duarte, Elvin Rápalo e Oscar Torres, sono stati condannati a 50 anni e 4 mesi di prigione.

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Honduras “Il mio compito è la liberazione del mio popolo”

Honduras “Il mio compito è la liberazione del mio popolo”

El Triunfo resiste e lotta contro progetti minerari

El Triunfo, 4 novembre -.

L’Honduras ha più del 35 per cento del territorio dato in concessione per progetti estrattivi ed energetici. Le concessioni per l’esplorazione e lo sfruttamento minerario sono 302, 110 delle quali nel sud del paese. Nel caso specifico del comune di El Triunfo, a pochi chilometri dalla frontiera col Nicaragua, il popolo organizzato è riuscito a frenare almeno nove progetti che mirano a sfruttare circa 19 mila ettari del territorio su cui sorgono 11 villaggi e 136 comunità.

Nel dicembre dello scorso anno, con l’appoggio di organizzazioni locali e di alcuni settori della chiesa cattolica, la popolazione di El Triunfo ha realizzato una consultazione popolare che ha coinvolto quasi 9 mila persone. Il risultato non lascia dubbi: il 97,9 per cento ha votato contro le miniere, in particolare contro il progetto dell’azienda canadese Minera Los Lirios la quale, offrendo opere sociali, ‘comprando’ coscienze e seminando divisione, aveva inutilmente tentato di far partire il progetto estrattivo.

La decisione della popolazione è il risultato di quasi 20 anni di duro lavoro di coscientizzazione popolare e di organizzazione comunitaria in difesa del territorio e dei beni comuni.

Non si può rimanere neutrali

Padre Florentino Hernández ha 51 anni ed è parroco a El Triunfo. Per diversi anni ha accompagnato la lotta della popolazione contro i progetti minerari.

Nel 2015 monsignor Guido Charbonneau, vescovo di Chuloteca, decise di trasferirlo in una parrocchia di Nacaome, a quasi 100 chilometri da El Triunfo. Padre Florentino si dichiarò obiettore di coscienza e rifiutò il trasferimento. La decisione di sfidare il potere gerarchico per rimanere a fianco del popolo non solo gli causò molti problemi, ma mise a rischio la sua stessa vita.

“Mi identifico con la liberazione dei popoli. Sono una persona tollerante e di solito non prendo le cose di petto, ma in questo caso non posso accettare il trasferimento”, ha detto padre Florentino alla delegazione di Cofadeh e Rel-UITA che ha visitato la zona.

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