Il feroce crimine contro il popolo cubano

Il feroce crimine contro il popolo cubano
Gli Stati Uniti intensificano blocco e minacce
Giorgio Trucchi | LINyM

Lo scorso 6 giugno ha segnato l’inizio di una nuova fase di aggravamento del criminale e illegale blocco economico, commerciale e finanziario imposto da oltre sessant’anni dalle amministrazioni statunitensi contro Cuba.

Il nuovo pacchetto di sanzioni (Ordine Esecutivo 14404) annunciato dall’amministrazione Trump prevede l’inserimento nella lista dei “Soggetti Specialmente Designati” (SDN) [1] del presidente cubano Miguel Díaz-Canel, di alcuni suoi familiari, di familiari del leader della Rivoluzione Cubana Raúl Castro, di ministri del governo e di alti ufficiali delle Forze Armate cubane.

Vengono inoltre sanzionate imprese pubbliche e istituzioni, tra cui la finanziaria statale FINCIMEX, il conglomerato imprenditoriale GAESA e la sua catena turistica Gaviota, l’agenzia statale Amistur Cuba S.A., consorzi minerari come Moa Nickel S.A., il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie (MINFAR), i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR) e l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP).

Gli effetti sono stati immediati. Per evitare le sanzioni secondarie imposte da Washington, la banca privata straniera incaricata di elaborare i pagamenti internazionali ha interrotto i rapporti con FINCIMEX, provocando la sospensione totale delle operazioni delle carte internazionali Visa e Mastercard.

Per lo stesso timore, grandi catene alberghiere come Meliá, Iberostar e Blue Diamond stanno accelerando la loro uscita dall’isola. Lo stesso stanno facendo diverse compagnie aeree straniere, colpendo ulteriormente il turismo, uno dei settori fondamentali per la generazione di valuta estera.

Viene inoltre vietato a qualsiasi cittadino, banca o impresa statunitense effettuare transazioni con persone o entità cubane sanzionate, pena l’applicazione delle stesse sanzioni secondarie.

Un’offensiva contro il popolo

Le nuove misure arrivano nel contesto di una continua escalation dell’offensiva contro la maggiore delle Antille, iniziata con la dichiarazione degli Stati Uniti che definisce Cuba una “minaccia insolita e straordinaria” per la propria sicurezza nazionale, proseguita con un illegale blocco energetico e con la minaccia di rappresaglie economiche contro chiunque fornisca petrolio all’isola, e aggravata ulteriormente dal nuovo ordine esecutivo.

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I MAGA provano a prendersi l’America Latina con lo “scudo” di Trump

America Latina

I MAGA provano a prendersi l’America Latina con lo “scudo” di Trump

La lotta al narcotraffico e l’asse con i governi ultraconservatori servono solo a mascherare la militarizzazione statunitense dell’America del Sud
Managua, 9 aprile 2026 (di Giorgio Trucchi / Pagine Esteri) -.

Il 7 marzo scorso, il presidente statunitense Donald Trump e dodici capi di Stato latinoamericani e caraibici si sono riuniti a Doral, comune della Contea di Miami-Dade in Florida, dando vita a quello che si conosce come “Scudo delle Americhe” (Shield of the Americas).

Il documento finale firmato dai tredici governanti, tra cui Javier Milei (Argentina), José Antonio Kast (Cile), Daniel Noboa (Ecuador), Nayib Bukele (El Salvador), Nasry Asfura (Honduras) e José Raúl Mulino (Panama), prevede la messa in campo e l’utilizzo di “tutte le risorse necessarie e le facoltà legali disponibili” per smantellare i cartelli (della droga) e le organizzazioni terroriste nell’emisfero occidentale, togliendo loro qualsiasi controllo territoriale, accesso a finanziamento o ad altre risorse. Tra gli obiettivi anche quello di “tenere a bada le minacce esterne”, tra cui “le influenze straniere maligne extra emisfero occidentale”.

Per questa pseudo crociata contro il narcoterrorismo, come ama definirlo Trump, gli Stati Uniti lanciano una sorta di progetto di cooperazione militare multilaterale con governi ultraconservatori, dichiaratamente allineati con il trumpismo e gli interessi geopolitici e geostrategici di Washington. In tutto ciò, la lotta contro il traffico di droga c’entra poco o nulla e il mancato invito a potenze politiche ed economiche latinoamericane come Brasile, Colombia e Messico, i cui governi non seguono pedissequamente gli ordini di Washington, ne è la conferma.

“Si tratta di una riedizione 2.0 della vecchia dottrina Monroe di dominazione continentale e dell’imposizione dell’ideologia MAGA (Make America Great Again – America First). La retorica della lotta contro il narcotraffico non è altro che una facciata che serve a mascherare il processo accelerato di riposizionamento USA in America Latina, ridefinendo il suo perimetro di sicurezza e inasprendo le politiche interventiste e la militarizzazione della regione”, spiega a Pagine Esteri, Giovani Del Prete, coordinatore operativo della segreteria continentale di ALBA Movimientos.

Per poter avanzare con il suo progetto, continua Del Prete, Trump stringe alleanze con governi satellite, espressioni della destra ultra neoliberista latinoamericana, che garantiscono, costi quel che costi, gli interessi “stelle e strisce”. Oltre a ricomporre l’influenza statunitense sul continente, gli obiettivi del decantato “Scudo” sono quelli di scardinare il processo d’integrazione e indipendenza latinoamericana iniziato con la creazione di Alba-Tcp (Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America – Trattato di commercio dei popoli) e Celac (Comunità degli stati latinoamericani e dei caraibi) e stroncare l’avanzata cinese (e le influenze russe) come principale partner commerciale del Centro e Sud America, in settori strategici come infrastrutture, tecnologie ed energia. Attualmente, più di venti paesi del continente hanno firmato memorandum d’intesa per partecipare alla Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta).

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L’offensiva di Washington contro le brigate mediche cubane

L’offensiva di Washington contro le brigate mediche cubane

L’Honduras e gli altri governi alleati degli Stati Uniti interrompono gli accordi di cooperazione sanitaria penalizzando le fasce più povere della popolazione latinoamericana

Tegucigalpa, 7 marzo 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) -.
Negli ultimi giorni, circa 170 medici cubani hanno lasciato l’Honduras, dopo che l’attuale governo del conservatore Nasry Asfura ha deciso di non rinnovare l’accordo interistituzionale, firmato durante l’amministrazione dell’ex presidente Xiomara Castro e scaduto lo scorso 25 febbraio. Una scelta che non sorprende e che lo stesso Asfura ha catalogato come “una decisione di politica estera”, visti i legami di estrema sudditanza della nuova amministrazione honduregna nei confronti degli Stati Uniti e l’offensiva lanciata da Donald Trump contro Cuba.

È proprio di questi giorni la disposizione del presidente ecuadoriano Daniel Noboa di rompere i rapporti diplomatici con la maggiore delle Grandi Antille ed espellerne il personale accreditato. Per promuovere “libertà, sicurezza e prosperità nella regione”, Noboa, Asfura e altri 10 presidenti latinoamericani allineati fedelmente agli interessi di Washington si riuniranno con Trump il prossimo 7 marzo. Limitare la presenza e l’influenza politica ed economica di Cina e Russia in America Latina, raccattare sostegno diplomatico (e logistico) all’ultima avventura trumpiana in Medioriente e rafforzare la “Dottrina Donroe” nel continente in vista delle elezioni in Colombia e Brasile, sembrano essere i veri obiettivi dell’incontro.

In questo contesto, l’attacco sistematico dei governi vassalli a Cuba assume una rilevanza particolare. Sgretolare la credibilità del lavoro svolto dalle brigate mediche in giro per il mondo diventa un tassello strategico per l’amministrazione Trump. Proprio per questo, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno annunciato un ampliamento delle restrizioni sui visti a quelle persone che si beneficiano del presunto “sfruttamento del lavoro” dei medici cubani all’estero. Cuba è stata inoltre inserita in una lista nera di nazioni che non compiono gli standard minimi di lotta contro la tratta delle persone. Nel mirino ci sono lavoratori e funzionari del governo cubano e di quelle nazioni coinvolte in programmi legati alle missioni mediche.

Misure in perfetta continuità con le politiche adottate da Trump durante il suo primo mandato. Sono quasi 150 le disposizioni che hanno inasprito la famigerata Legge Helms-Burton. L’attacco alle brigate mediche non è altro che l’ennesimo tentativo di delegittimare il prestigio internazionale di cui gode uno dei bastioni della politica solidale della rivoluzione cubana. Si dà inoltre un’ulteriore spallata agli ingressi di divisa nell’isola.
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Honduras

Berta Cáceres, capitale finanziario e istituzioni sul banco degli imputati

Rapporto di organismo internazionale indipendente fa luce sui mandanti

 

Managua, 20 gennaio 2026 (di Giorgio Trucchi | LINyM) 

Il 12 gennaio, a poco più di un mese dal decimo anniversario dell’omicidio della dirigente indigena e attivista popolare Berta Cáceres, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) ha presentato un rapporto con i risultati di una lunga e complessa indagine, che aveva l’obiettivo di far luce sui responsabili della pianificazione, finanziamento ed esecuzione del crimine.

Nel novembre 2024, la Sala Penale della Corte suprema di giustizia dell’Honduras ha deciso di confermare le sentenze emesse contro i sette esecutori materiali [1], con pene comprese tra i 30 e i 50 anni di reclusione.

Per David Castillo, coautore dell’omicidio, ex presidente della società Desarrollos Energéticos SA (Desa) ed ex membro dei servizi segreti delle forze armate honduregne, la Sala ha deciso di modificare le circostanze aggravanti e di ridurre la pena di 22 anni e 6 mesi inflitta in primo grado. Inoltre, a Castillo sono stati aggiunti altri 5 anni per frode relativa al progetto idroelettrico Agua Zarca.

Nonostante questo primo importante passo avanti, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), la famiglia dell’attivista popolare e il team di parte civile continuano a chiedere cattura e punizione per i mandanti dell’omicidio. Finora, è stato emesso un solo mandato di arresto nei confronti di Daniel Atala Midence, ex direttore finanziario di Desa e ancora latitante.

Si crea il GIEI

Il GIEI si è insediato in Honduras il 14 febbraio 2025, a seguito di un accordo tra la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), lo Stato dell’Honduras, il Copinh e il Centro per la giustizia e il diritto internazionale (Cejil).

Tra le prime rivelazioni del rapporto del gruppo di esperti figura la “non occasionalità” dell’omicidio della Cáceres.

“L’irruzione armata che ha posto fine alla vita di Berta Cáceres non è stato un fatto fortuito, né un atto di violenza comune. È stato il culmine di un lungo processo di persecuzione, sorveglianza, criminalizzazione e violenza esercitato contro la leader indigena, che per anni ha guidato la difesa del territorio Lenca contro l’imposizione del progetto idroelettrico Agua Zarca, in un contesto caratterizzato dalla concentrazione del potere economico e da istituzioni cooptate da interessi privati”, sottolinea il GIEI.

I tre esperti internazionali [2] hanno poi continuato chiarendo che l’omicidio di Berta Cáceres era prevedibile e prevenibile. “Le autorità non hanno attivato meccanismi di prevenzione, non hanno ampliato le intercettazioni, né hanno effettuato arresti tempestivi. Questa inazione, di fronte a una ‘scoperta inevitabile’, costituisce una grave violazione del dovere di diligenza”.

Inoltre, determinano che il crimine contro l’attivista è stato preceduto da molteplici operazioni illegali di intelligence, sorveglianza sistematica e pianificazione logistica, nonché da ostacoli deliberati alle indagini penali e omissioni strutturali sin dalle prime ore successive all’omicidio, che di fatto hanno impedito un’indagine completa.

Un omicidio d’impresa
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Bukele applaude l’attacco Usa al Venezuela

America Latina
Bukele applaude l’attacco Usa al Venezuela
L’uomo forte di El Salvador tra autoritarismo interno e fedeltà a Washington
Managua, 13 gennaio 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) 
Tra i governi latinoamericani che hanno platealmente applaudito l’attacco militare Usa al Venezuela lo scorso 3 gennaio compare quello salvadoregno, la cui figura di maggior spicco è rappresentata dall’istrionico presidente Nayib Bukele.


Il capo di Stato che nel suo account di X si denomina “philosopher king” o “il dittatore più geniale del mondo”, in pochi anni ha stravolto una nazione che con difficoltà cercava di ricostruire una propria identità, dopo decenni di dittature militari e una guerra civile che ha fatto più di 75 mila morti, con centinaia di massacri, migliaia di desaparecidos e milioni di sfollati.

Chi conosce un po’ la storia della martoriata America Centrale (e Latina) e la metafora geopolitica del “cortile di casa”, introdotta dalla nefasta dottrina Monroe, sa che decenni di oppressione e di guerra contro-insurrezionale in El Salvador, con il sostegno politico, economico e soprattutto militare Usa, hanno portato milioni di persone a emigrare all’estero.

Oltre 2,5 milioni di salvadoregni che vivono negli Stati Uniti non solo rappresentano oggi una colonna portante dell’economia del più piccolo dei Paesi latinoamericani, con circa 8,5 miliardi di dollari (24% del PIL) inviati nel 2024, ma anche una moneta di ricatto spesso usata dalle amministrazioni statunitensi per blandire quei governi che non si allineano coi loro interessi.

Nonostante il presidente salvadoregno si vanti pubblicamente di avere un grande consenso, soprattutto tra i giovani, di avere promosso il bitcoin come valuta ufficiale, sistemato i conti pubblici e ridotto drasticamente gli indici di criminalità, Bukele resta una figura molto controversa, che però, paradossalmente, piace a certi settori del progressismo latinoamericano.

Oltre a controllare in modo ferreo le istituzioni, mantenere un’alleanza strategica con esercito e polizia e attaccare sistematicamente tutto ciò che si frappone tra lui e i suoi progetti, il presidente salvadoregno da un lato alza la voce ed esige agli Stati Uniti libertà d’azione e il diritto di fare ciò che è necessario per raggiungere i suoi obiettivi, dall’altro non disdegna una relazione privilegiata con il conservatorismo statunitense più profondo.

Fin dall’inizio del suo primo mandato presidenziale (2019), infatti, Bukele fu segnalato come il “niño mimado” (bambino viziato) di Trump, verso il quale ebbe parole affettuose definendolo “un presidente molto gentile e simpatico”.

Nonostante molte decisioni del presidente salvadoregno abbiano fatto storcere il naso a Washington, come quella di defenestrare magistrati della Sala Costituzionale e farsi rieleggere nonostante la Carta Magna lo vietasse, Bukele rappresenta per le amministrazioni statunitensi un elemento importante di continuità.
 
“L’obiettivo di Washington è stato chiaro fin dall’inizio: investire su chi avesse le potenzialità per annientare definitivamente qualsiasi opzione e progetto progressista e di sinistra nel Paese”, spiega a Pagine Esteri l’economista e analista politico César Villalona.

Ha iniziato con l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (Fmln), convertita dopo gli Accordi di Pace del 1992 in opzione politica e proseguito poi colpendo qualsiasi entità organizzata che puzzasse di “comunismo”.
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Honduras nel caos post-elettorale

Accuse di brogli, ingerenze esterne e lo spettro di un golpe
Tegucigalpa, 17 dicembre 2025 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) 

A oltre due settimane dal voto il paese resta senza un vincitore ufficiale, mentre si moltiplicano le denunce di manipolazione del sistema elettorale, pressioni degli Stati Uniti, coinvolgimento del crimine organizzato e il rischio concreto di un colpo di Stato.

Si complicano e non poco le cose in Honduras dopo le elezioni generali del 30 novembre. A più di due settimane dal voto non è ancora stato dichiarato un vincitore e sono sempre più forti le denunce di brogli e di un possibile “golpe” elettorale.

Con oltre il 99% di voti trasmessi con il discusso sistema di trasmissione di risultati preliminari (Trep), il candidato conservatore Nasry Asfura, che ha avuto il sostegno più che plateale del presidente statunitense Donald Trump, supera di circa 40 mila voti l’altro candidato del bipartitismo tradizionale Salvador Nasralla.

Entrambi sono espressione del modello neoliberista estrattivista che promuove la privatizzazione del pubblico, divora territori, saccheggia le casse dello Stato e apre le porte al capitale transnazionale che fagocita beni comuni e servizi pubblici.

Più staccata la candidata del governante Libertà e rifondazione (Libre), Rixi Moncada, che non risparmia pesanti accuse di gravi irregolarità e manipolazioni del Trep, nonché di ingerenza straniera e coazione al voto a destra da parte delle bande legate al crimine organizzato.

Si calcola che almeno 4 milioni di messaggi siano stati inviati ai telefoni degli elettori che ricevono invii di denaro (remesas) da familiari che vivono negli Stati Uniti. Diverse le minacce: dalla tassazione o sospensione degli invii, a espulsioni e ritorsioni varie.

Secondo i dati forniti dal membro del Consiglio nazionale elettorale (Cne) in carica a Libre, Marlon Ochoa, sarebbero più di 5.000 i verbali elettorali con zero voti, quasi la stessa cifra i seggi in cui non sono state usate le misure di sicurezza biometriche e più del 95 per cento i verbali redatti fisicamente e poi inviati elettronicamente, che presentano errori di conteggio e incongruenze grossolane tra la registrazione biometrica e il contenuto dei verbali stessi. Si calcola che almeno due milioni di voti siano stati compromessi da irregolarità di diverso genere.

Inoltre, lo stesso Trep non è stato in grado di leggere e interpretare correttamente gli scrutini e i voti riportati manualmente sui verbali ed ha anche trasferito ingenti quantità di voti da un candidato all’altro o da un partito all’altro.

Si calcola che siano almeno 17 mila (su un totale di poco più di 19 mila) i verbali rimasti bloccati nel sistema di trasmissione per oltre 40 ore, mentre la pagina ufficiale di divulgazione dei risultati è rimasta inattiva per giorni, subendo anche continue interruzioni durante i pochi periodi di attività.

“Il Trep è stato manipolato nel suo codice sorgente e il software è stato adulterato e manomesso alle spalle dei tecnici responsabili”, denuncia Ocha.

“Uno schema matematico – continua il consigliere – fatto su misura per il sistema bipartitico con il sostegno pubblico di Washington. Un’operazione coordinata tra forze interne ai due partiti tradizionali e ingerenze esterne straniere, che vogliono imporre una decisione elettorale che spetta solo al popolo sovrano”.

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IN DIFESA DELLA DEMOCRAZIA VENEZUELANA

IN DIFESA DELLA DEMOCRAZIA VENEZUELANA DENUNCIAMO L’AGGRESSIONE YANKEE CONTRO IL POPOLO

Dal Comitato Europeo di Solidarietà con la Rivoluzione Popolare Sandinista, alziamo la voce per denunciare con forza l’aggressione del governo degli Stati Uniti contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, contro il popolo sovrano e la sua democrazia delle Comuni.
Rivolgiamo la nostra voce al mondo per sottolineare lo straordinario esercizio di democrazia partecipativa e da protagonista che il popolo venezuelano sta costruendo attraverso la sua organizzazione comunitaria, e denunciamo fermamente le flagranti e sistematiche violazioni del Diritto Internazionale perpetrate dall’imperialismo statunitense contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Riaffermiamo il nostro incrollabile sostegno al legittimo governo del Presidente Nicolás Maduro e alla fiera resistenza del popolo venezuelano. ll Venezuela sta avanzando nella costruzione di un modello politico unico, in cui la democrazia viene esercitata in modo diretto e quotidiano, andando oltre il semplice voto. Questo progetto, prosecutore dell’eredità del Comandante Hugo Chávez, che dichiarò “Comune o niente” e “la democrazia non può essere un ciclo quinquennale”, si sta concretizzando nell’organizzazione del popolo nelle Comuni.

Mentre il popolo venezuelano esercita la propria sovranità costruendo la democrazia, il governo degli Stati Uniti sta mettendo in atto un modello di aggressione che costituisce un attacco diretto e multiforme all’ordine giuridico internazionale.

L’aggressione yankee contro il Nicaragua sandinista negli anni ’80

La memoria dell’Indio Americano non dimentica. Negli anni ’80, la Rivoluzione Popolare Sandinista, che aveva rovesciato una delle dittature più sanguinarie del continente, fu immediatamente sottoposta a una guerra d’aggressione dissimulata da parte del governo degli Stati Uniti. Questa offensiva imperialista includeva:

* Il finanziamento, addestramento e armamento dell’esercito mercenario dei “Contras”, utilizzando fondi derivanti anche dal narcotraffico.

* Un rigido blocco economico progettato per strangolare l’economia nicaraguense e indebolire la popolazione.

* Azioni terroristiche dirette come minare porti e sabotare infrastrutture civili, scuole e cooperative agricole.

Questa guerra lasciò ben chiara una lezione: l’imperialismo yankee non tollera la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli.

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Elezioni Honduras.

Testa a testa tra i candidati dell’oligarchia
Libre denuncia brogli
Tegucigalpa, 2 dicembre 2025 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) -.

Dopo una giornata trascorsa in modo del tutto pacifico, i primi risultati diffusi dall’organo elettorale (Cne) attraverso il sistema di trasmissione di risultati preliminari (Trep) hanno completamente stravolto il panorama, con un impatto devastante sulle aspettative di chi puntava sulla continuità del progetto di “rifondazione” del Paese, promosso dal partito Libertà e Rifondazione (Libre) e dalla sua candidata Rixi Moncada.

Sebbene Libre abbia da tempo annunciato che avrebbe riconosciuto solamente il risultato dello scrutinio finale della totalità dei verbali elettorali – cosa riaffermata nella nottata di ieri dalla stessa Moncada – la distanza di oltre 20 punti dai due candidati del bipartitismo affossa qualsiasi speranza.

La diffidenza verso il conteggio preliminare deriva da una serie di audio in cui membri del Partito Nazionale, tra cui una consigliera del Cne, discutevano su un piano per hackerare la trasmissione stessa dei dati, creando una narrativa per proiettare uno dei candidati della destra come sicuro vincitore. La manovra sarebbe servita a destabilizzare l’intero processo elettorale e obbligare a indire nuove elezioni.  

L’appuntamento elettorale in Honduras si risolve quindi con un testa a testa tra i candidati della destra tradizionale Nasry Asfura e Salvador Nasralla, che incarnano il progetto neoliberista estrattivista e che rappresentano gli interessi dell’oligarchia nazionale, del capitale multinazionali e, ovviamente, degli Stati Uniti.
Anche a livello di Parlamento, le proiezioni danno un emiciclo a netto appannaggio del bipartitismo, con Libre che si dovrebbe accontentare di una trentina di deputati su un totale di 128.
Il margine risicato con una differenza inaspettata a favore di Asfura di soli 500 voti, l’enorme divario tra la candidata di Libre e i suoi avversari e la caduta del sistema di conteggio per quasi una giornata, gettano ulteriori ombre sull’intero processo. Continua a leggere

Cospirazione e colpo di stato elettorale in Honduras?

Cospirazione e colpo di stato elettorale in Honduras?
Consigliere dell’autorità elettorale denuncia un piano per destabilizzare le elezioni

Managua, 30 ottobre 2025 (di Giorgio Trucchi | LINyM) 

A un mese dalle elezioni generali, in cui oltre 6,3 milioni di persone saranno chiamate alle urne per eleggere  presidente, deputati del Congresso e del Parlamento centroamericano, sindaci e  consiglieri comunali, la situazione elettorale in Honduras è sempre più tesa.

Mercoledì scorso (29/10), il procuratore generale Johel Zelaya ha convocato una conferenza stampa in cui ha reso noto il contenuto di alcune registrazioni audio (QUI la trascrizione completa), consegnate  alcuni giorni prima da uno dei tre titolari del Consiglio nazionale elettorale (Cne), Marlon Ochoa, in carico al partito di governo Libertà e Rifondazione – Libre, in cui viene rivelato un presunto piano per boicottare e destabilizzare le elezioni del prossimo 30 novembre.
Tale piano coinvolgerebbe il deputato Tomás Zambrano, capogruppo del Partito nazionale dell’Honduras, la consigliera del Cne, Cossette López Osorio, e un membro non identificato delle forze armate. 

Caos programmato

La strategia prevede sia l’infiltrazione nella  logistica del trasporto di urne e schede votate, per ritardare e pilotare la comunicazione dei primissimi risultati, che la manipolazione della trasmissione elettronica dei risultati preliminari, generando così un clima di crescente sospetto, crisi e caos a livello nazionale e internazionale. Tensione e confusione che, in caso di vantaggio della candidata di Libre, Rixi Moncada, contribuirebbero a spalancare le porte a un mancato riconoscimento dei risultati finali. 

L’insieme delle azioni cospirative avrebbe come fattore scatenante l’induzione nell’opinione pubblica della percezione che il vincitore sia invece il candidato del Partito liberale, Salvador Nasralla, e che Libre stia tramando una frode per non cedere il potere. 

A rafforzare il piano destabilizzatore contribuirebbe poi la massiccia azione di divulgazione attraverso media, piattaforme e social controllati e finanziati dai principali gruppi economici legati all’opposizione politica, da sempre ostili al governo progressista di Castro e al partito sorto come braccio politico del movimento di resistenza contro il colpo di stato cívico-militare, che nel 2009 depose con la forza delle armi l’allora presidente Manuel Zelaya. 

L’infiltrazione dei gruppi di osservazione elettorale con militanti del Partito nazionale potenzierebbe ulteriormente la narrativa e la percezione nella popolazione e nella comunità internazionale della frode elettorale, dando il via alla mobilitazione delle basi nazionaliste che contribuirebbero ad aggravare il caos e l’instabilità.
Il mancato riconoscimento del risultato elettorale a livello internazionale, in particolare da parte degli Stati Uniti, è infatti fondamentale affinché la strategia funzioni e siano indette nuove elezioni.

Le solite manovre

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Resistere è un diritto, non una condanna a morte

Resistere è un diritto, non una condanna a morte
Nuovo rapporto sugli attacchi contro chi difende i beni comuni

Managua, 8 ottobre 2025 (Giorgio Trucchi | LINyM) 

Il nuovo rapporto di Global Witness “Radici di resistenza” documenta le lotte di chi difende la terra, i territori e i beni comuni, denunciando al contempo omicidi e sparizioni avvenute lo scorso anno.
L’elevato numero di vittime evidenzia, ancora una volta, la tragedia che vivono tutte quelle persone, comunità e organizzazioni “che coraggiosamente alzano la voce o intraprendono azioni per difendere il diritto ad avere accesso alla terra e a un ambiente pulito, sano e sostenibile”.

LEGGI QUI il rapporto completo in spagnolo

Nel 2024, 146 persone sono state uccise o sono scomparse per aver lottato per questi obiettivi. Tre persone alla settimana. Sono 2.253 le vittime mortali negli ultimi 13 anni (2012-2024). Una media di 173 all’anno.
Sono stati documentati anche 14 omicidi di persone – due delle quali erano bambini – coinvolte in attacchi contro difensori, per lo più familiari presenti durante l’aggressione.

L’America Latina, la più letale

La Colombia rimane il luogo più letale con 48 persone uccise o scomparse. Seguono Guatemala (20), Messico (19), Brasile (12), Filippine (8) e Honduras (6).
Ancora una volta, l’America Latina risulta essere il continente più pericoloso per chi difende terra, territori e beni comuni con l’82% degli omicidi commessi (120). Le quattro sparizioni registrate sono avvenute in Cile, Filippine, Honduras e Messico.

Sebbene i dati globali dello scorso anno siano inferiori a quelli del 2023, passando da 196 a 146 omicidi, ciò non indica che la situazione dei difensori stia migliorando, né riflette le tendenze della violenza in ciascun paese, afferma Global Witness.
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