Costa Rica al voto, tra astensionismo e continuità neoliberista
Da “Svizzera del Centro America” a pedone degli USA
Managua, 30 gennaio 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) -.
Il 1° febbraio, circa 3,7 milioni di costaricani saranno chiamati alle urne per eleggere il prossimo presidente e 57 deputati. La legge elettorale del Costarica prevede l’elezione al primo turno con il 40% dei voti, altrimenti è previsto il ballottaggio il 5 aprile tra i due candidati più votati.
Laura Fernández, ex ministra di Pianificazione e della Presidenza nel governo uscente dell’ultra-neoliberista ed ex funzionario della Banca mondiale, Rodrigo Chaves, è in testa a tutti i sondaggi e potrebbe chiudere la partita già al primo turno. Ancora molto alta la percentuale degli indecisi, circa il 32% tra chi assicura che andrà a votare. L’astensionismo potrebbe avvicinarsi al 50%.
Fernández si presenta come la “candidata della continuità” per il Partito popolo sovrano (Ppso), un “partito taxi” come quello di Chaves, cioè di recente formazione, senza un’ideologia o base solida, con scarsa militanza e senza struttura, che viene creato con l’unico obiettivo di portare un candidato alle elezioni.
Tra i principali avversari di Fernández, ma molto lontani nei sondaggi, troviamo Álvaro Ramos del tradizionale Partito liberazione nazionale e l’ultraconservatore Fabricio Alvarado del Partito nuova repubblica. Pressoché inesistenti le possibilità di secondo turno per i candidati, sulla carta progressisti, del Fronte ampio (Ariel Robles) e della Coalizione agenda cittadina (Claudia Dobles).
Sicurezza, riduzione dello Stato e delle politiche sociali, privatizzazione dei servizi pubblici, apertura al capitale multinazionale e svendita dei beni comuni, nonché liberalizzazione del mercato lavoro e riforme costituzionali che indeboliscano l’equilibrio tra poteri caratterizzano l’agenda della Fernández. Con lei, almeno 17 piccole formazioni politiche insignificanti in termini elettorali, ma che le serviranno per cercare di ottenere la maggioranza assoluta parlamentare.
Il Costarica, tradizionalmente conosciuto come la “Svizzera del Centro America”, come un Paese sicuro, di pace e democrazia, attento all’ambiente, senza esercito, con uno Stato forte che garantisce servizi pubblici e programmi sociali di qualità, è oramai un ricordo.
Il punto di rottura fu il progressivo spostamento dal modello costaricano dello stato di benessere (1950-1980), basato sulla solidarietà e politiche sociali inclusive, a uno neoliberista che ebbe come tappe di consolidazione l’elezione di Oscar Arias a metà degli anni ottanta, i programmi di ristrutturazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) nei 90 e la firma del Trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica Dominicana (Cafta) all’inizio del nuovo secolo.
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