Guatemala-L’uso della pandemia per garantire gli interessi del capitale

L’uso della pandemia per garantire gli interessi del capitale
Valanga di attacchi contro chi difende i diritti umani

Managua, 27 agosto (LINyM) -.
Il Guatemala è attualmente il paese con il maggior numero di vittime per Covid-19 (più di 2.600) in America Centrale e Caraibi. Ha anche un tasso di mortalità superiore al 3,8%, uno dei più alti della regione. È inoltre il terzo paese con il maggior numero di casi di coronavirus (quasi 70 mila).

Il primo caso è stato scoperto il 13 marzo. Il 17 marzo è stato decretato lo stato di calamità pubblica[1] a livello nazionale, con sospensione delle garanzie costituzionali e lunghi periodi di coprifuoco. La misura è stata prorogata per ben cinque volte.

È stato inoltre proclamato lo stato d’assedio in diversi comuni, decisione che ha portato alla crescente militarizzazione dei territori e all’arresto di oltre 50 persone, tra cui anche autorità indigene e giornalisti.

Varie organizzazioni per i diritti umani, come l’Unità per la protezione dei difensori dei diritti umani Guatemala (Udefegua), hanno denunciato la mancanza di accesso a dati e fonti attendibili sulla pandemia, nonché la scarsa credibilità delle cifre fornite dalle autorità sanitarie.

Crisi sanitaria e corruzione

“Sono dati molto sottostimati. Gli ospedali sono al collasso, il sistema sanitario è sempre più deteriorato e le autorità non sono in grado di far fronte alla pandemia nonostante il ministero della Sanitá abbia a disposizione, tra fondi di bilancio e prestiti internazionali, il budget più alto della storia”, ha detto Jorge Santos, coordinatore generale di Udefegua.

In effetti, i tassi di esecuzione degli stanziamenti per i vari progetti sono estremamente bassi e sono costati il posto al ministro della Sanità, Hugo Monroy. Licenziati anche i due viceministri incaricati della parte tecnica e amministrativa per presunte irregolarità nell’acquisizione di medicinali e materiale sanitario.

All’inizio di agosto, ad esempio, il tasso d’esecuzione nell’area dell’acquisizione di ventilatori polmonari, tamponi, test veloci e dispositivi di protezione era appena del 4%, quello del bonus famiglia (circa $ 125 al mese) e del fondo di tutela del lavoro non raggiungeva il 40% e gli esborsi per il programma di ristrutturazione di infrastrutture ospedaliere e cliniche arrivavano a malapena al 16% del totale. Lo stesso accadeva con i fondi per gli ospedali da campo (15%).

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Istituzioni finanziarie internazionali e diritti umani

America Latina- Istituzioni finanziarie internazionali e diritti umani
Quanto sono interessate a ciò che accade a chi difende la terra e i beni comuni?
Il caso Honduras e la persecuzione del popolo garifuna
Managua, 27 luglio (LINyM) 

Il rapporto “Rischi non calcolati” [1] della Coalizione per i diritti umani nello sviluppo mostra ciò che i media mainstream molto spesso nascondono: le minacce e gli attacchi contro chi difende la terra e i beni comuni sono ogni giorno più frequenti e le banche multilaterali di sviluppo (MDB per la sua sigla in inglese) ne sono complici.

“Lo sviluppo inclusivo e sostenibile richiede un ambiente in cui tutte le persone siano libere di esprimere le proprie opinioni, esercitare i propri diritti e partecipare pienamente alle decisioni che incidono sulla loro vita e sulle comunità”, afferma il rapporto.

Ma sia le comunità che i movimenti sociali e popolari e i giornalisti impegnati nell’analisi e denuncia di quanto accade sono sempre più spesso vittime di abusi, violenza fisica, criminalizzazione, omicidio. In modo particolare le minacce e gli attacchi stanno diventando più frequenti quando si tratta di “progetti che dovrebbero portare lo sviluppo alle popolazioni”.

Dallo studio emerge che tali attacchi sono generalizzati e coinvolgono un’ampia varietà di nazioni, persone, settori, investitori e finanziatori. Inoltre, tra gli elementi scatenanti dell’impennata repressiva e criminale c’è la campagna di stigmatizzazione contro comunità, gruppi e attivisti sociali che vengono tacciati di essere “contro il progresso e lo sviluppo”, e l’imposizione di progetti senza il rispetto del diritto alla consultazione preventiva e al consenso libero e informato.

Corresponsabilità delle banche

“Le MDB hanno il dovere di rispettare i diritti umani e garantire che i loro investimenti non mettano in pericolo le persone. Tuttavia, i (cosiddetti) progetti di sviluppo aggravano molto spesso i rischi che corre chi difende la terra e i beni comuni”, avverte il rapporto.

Attraverso 25 studi di casi – dieci dei quali in America Latina [2] – il documento mostra come, nonostante gli impegni assunti in materia ambientale e di diritti umani, le banche multilaterali di sviluppo continuano a finanziare progetti che causano gravi danni alle comunità locali.

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Costa Rica, pandemia e sfruttamento del lavoro

Costa Rica, pandemia e sfruttamento del lavoro
Lavoro in semi schiavitù e assenza di misure di biosicurezza
Un apartheid di fatto nel nord del paese

Managua, 2 luglio (Rel UITA | LINyM)
Tra il 17 e il 22 giugno, le autorità costaricane hanno chiuso 92 aziende agricole situate nel nord del paese, a pochi chilometri dal confine con il Nicaragua. Non solo operavano senza un permesso sanitario, ma impiegavano lavoratori immigrati irregolari e in condizioni di semi schiavitù. Dozzine i casi di Covid-19.

Ancora una volta, l’immagine da cartolina del Costa Rica si scontra con la realtà inquietante dello sfruttamento di migliaia di immigrati e della mancanza di misure minime di sicurezza sul lavoro.
Ma ciò che le autorità hanno “scoperto” in queste aziende non è che la punta visibile dell’iceberg di una situazione di barbarie ben nota e irresponsabilmente trascurata.

Sono state ispezionate 148 aziende e ne sono state chiuse ben 92. Sono state anche emesse 52 ordinanze sanitarie e applicate 21 sanzioni per violazione del codice del lavoro, ha affermato il ministro della Sicurezza Michael Soto [1].
L’ispezione ha riguardato quasi 6.000 persone, molte delle quali con status migratorio irregolare, sfruttate e senza diritti. Molte di loro con coronavirus.
L’epicentro dei controlli sono state le aziende che producono, confezionano, commercializzano ed esportano ananas, derivati della canna da zucchero, tuberi e agrumi. In queste stesse aree (San Carlos, Upala, Los Chiles, San Ramón, Guatuso, Sarapiquí) è dove nelle ultime settimane si è registrato un forte aumento dei casi Covid-19.

Per nessuno è un segreto che le condizioni di vita e di lavoro disumane di migliaia di lavoratori e lavoratrici sono una bomba a orologeria, che costringe le autorità ad assumersi le proprie responsabilità di fronte all’assenza di interventi strutturali e ai ritardi.

Anni di sfruttamento

“È stato chiuso più del 60% delle aziende ispezionate. Ora si scandalizzano, ma per anni le autorità non hanno fatto nulla e non possono nemmeno dire che erano all’oscuro di ciò che stava avvenendo. Hanno semplicemente preferito guardare da un’altra parte. Nel nord del paese si vive un apartheid di fatto. È una vergogna”, ha detto Frank Ulloa, consulente della Rel UITA durante un’intervista in esclusiva (più sotto).

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Solidarietà  dalla Svizzera con América Latina in resistenza

Manifestazione a Berna

Solidarietà  dalla Svizzera con América Latina in resistenza
Sabato 30 novembre 2019
Foto di Sergio Ferrari,  Berna
“Contro le ingerenze”
“Per la sovranità e pace”

“In America Latina, si respira lotta”, sono stati alcuni degli slogan evocati sabato 30 novembre da numerosi residenti latinoamericani e della solidarietà svizzera.

Hanno  partecipato alla manifestazione  bernese convocata da ALBA Svizzera:  Asociación Suiza-Cuba; La-os Argentina-os para la Victoria, provincia 25; el Colectivo de chilenos del Ticino y sus compatriotas Residentes en Ginebra; el Comité Bolivariano de Suiza; representantes de la Revolución Ciudadana del Ecuador; diversos comités de Solidaridad con Nicaragua y El Salvador; varias organizaciones de colombianos solidarios (entre los cuales Asolatino, AIPAZCOMUN etc. ); el movimiento por  Bolivia me mueEVO; el Comité Lula Libre; la Defensoría Internacional por el Derecho de los Pueblos (DIDEPU) y el Partido Suizo del Trabajo (POP), tra gli altri.

Comunicato Stampa

(https://drive.google.com/file/d/1LOfotFrm7CBSxRj7_VPbInxNEBH1JAy9/view)

America Latina-Fronte comune contro imperialismo e colpi di stato

America Latina

Fronte comune contro imperialismo e colpi di stato

Più di 1300 persone riunite per condividere esperienze, coordinare lotte,
promuovere unità nella diversità. Intanto in Bolivia si consuma un nuovo golpe e inizia il massacro

Incontro antimperialista a La Avana (foto cubainformacion.tv)

Managua, 16 novembre (Altrenotizie | LINyM) 

Dal 1° al 3 novembre a L’Avana, Cuba, si è svolto l’incontro di solidarietà antimperialista, per la democrazia e contro il neoliberismo. Per tre giorni, più di 1300 delegate e delegati di 789 organizzazioni, movimenti, reti, piattaforme, comitati,  partiti politici, provenienti da tutti gli angoli del mondo (86 paesi rappresentati), si sono incontrati per discutere, dibattere, condividere esperienze, coordinare lotte, nello sforzo, non sempre facile, di realizzare unità d’azione.

“Stiamo vivendo un nuovo momento storico. La gente alle urne, per le strade e sui social network mostra, con il suo voto e le sue proteste, l’esaurimento dell’offensiva imperialista, conservatrice e della restaurazione neoliberista della destra oligarchica che, in collaborazione con il  fondamentalismo religioso, il potere dei media, il gran capitale e le imprese multinazionali, mano nella mano con l’imperialismo statunitense, nella sua natura predatoria, esclude ampi settori della popolazione, distruggendo il lavoro dignitoso, la vita in armonia con la natura e mette in pericolo la specie umana”, segnala con forza la documento finale dell’incontro.

Temi del dibattito

Sei sono stati i temi intorno ai quali è stata articolata la discussione e si è delineata la futura agenda continentale: solidarietà con Cuba e altre cause giuste; i popoli di fronte al libero commercio e alle multinazionali; decolonizzazione, guerra culturale, comunicazione strategica e lotta sociale; i giovani; democrazia, sovranità e anti-imperialismo; integrazione, identità e lotte comuni nella Patria Grande.

“L’incontro è parte di un processo di costruzione collettiva che è nato nel 2015 e che coinvolge diversi soggetti, con l’obiettivo di unire analisi, ed esperienze di lotta, portando alla creazione di uno spazio che noi chiamiamo Giornata continentale per la democrazia e contro il neoliberismo”, spiega Martha Flores, coordinatrice di Jubileo Sur/Americhe.

Due anni dopo (2017) si organizzò un altro incontro continentale a Montevideo, dove sono stati ripresi diversi punti del programma comune e si è andati avanti nell’articolazione.

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America Latina-Bolivia, il golpe etnico

America Latina-Bolivia, il golpe etnico
Managua, 13 novembre (Altrenotizie)

Evo Morales è giunto in Messico a bordo di un aereo militare inviatogli da Andrés Manuel López Obrador. Perù ed Ecuador hanno negato il diritto di sorvolo all’aereo messicano e la cialtronata rende bene l’idea di cosa siano i governi di Lima e Quito. Evo è stato costretto all’esilio per fermare la caccia all’uomo che i golpisti avevano previsto, che sarebbe terminata solo con la morte del presidente legittimo della Bolivia e del suo vice, Álvaro García Linera.

La stampa ufficiale e i suoi megafoni europei parlano di dimissioni, ma tra dimettersi ed essere costretto a dimettersi c’è una differenza che si chiama Colpo di Stato. E quello avvenuto in Bolivia è, semplicemente, indiscutibilmente, un colpo di Stato. Solo che chiamarlo con il suo nome otterrebbe una condanna da parte di tutti, anche di quelli che ora si fregano le mani, quindi è gara aperta per i possibili eufemismi con cui definire quanto accaduto.

Non c’è stata nessuna irregolarità nel conteggio dei voti alle elezioni, lo confermano esperti statunitensi. Ma hai voglia a contare voti, se il voto che decide è quello di un altro Paese. Hai voglia a districarti nelle maglie della Costituzione se viene violata. Hai voglia a pretendere che gli organismi internazionali svolgano il proprio ruolo se agiscono con lo strabismo dell’OSA che chiede il rispetto del mandato presidenziale in Ecuador, ma non in Bolivia. Stati Uniti e multinazionali degli idrocarburi ordinano il menù che camerieri locali in abiti civili e uniformi militari consegnano al tavolo.

Un presidente legittimo, che ha il 47% dei voti, è stato obbligato a dimettersi. La democrazia muore a La Paz e chi dovrebbe difenderla, militari e polizia, sono i primi a seppellirla insieme alla dignità delle loro divise. Le orde fasciste della destra boliviane sono state scatenate per diffondere il terrore con lo stesso identico copione utilizzato in Nicaragua nel 2018: persone prese, torturate, denudate ed umiliate obbligate al peggio; stupri, assassinii, case messe a ferro e fuoco, assalti alle istituzioni, spargimento del terrore in ogni dove. Perché quando il mandante è lo stesso il copione è identico.

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Rivolte popolari e fake news

America Latina Rivolte popolari e fake news
Destabilizzando processi

Tegucigalpa, 31 ottobre (LINyM) -.

Creare confusione sui social e, con l’aiuto determinante dei media mainstream, diffondere menzogne e mezze verità trasformandole in “realtà oggettiva”, è uno dei principali strumenti delle destre latinoamericane.

Le sollevazioni popolari degli ultimi mesi contro le politiche neoliberiste di governi succubi degli interessi statunitensi e delle organizzazioni finanziarie internazionali, sono state oggetto di gravi manipolazioni mediatiche, all’interno di strategie più complesse che hanno l’obiettivo di criminalizzare e destabilizzare governi che non si piegano ai voleri di Washington.

L’abbiamo visto per oltre mezzo secolo a Cuba e, più recentemente, in Bolivia, Nicaragua e Venezuela. Paragonare i movimenti di opposizione in questi paesi con le sollevazioni popolari delle ultime settimane in Cile, Ecuador, Haiti e Honduras, non è solo un grave errore, ma anche una colpevole, a volte mal intenzionata, superficialità di analisi.

In Italia lo abbiamo visto con certi sedicenti gruppi di solidarietà con “il popolo del Nicaragua” (quale non si sa) che, privi di qualsiasi capacità di analisi o carichi di faziosità, si destreggiano in modo imbarazzante tra il sostegno a rivolte popolari come quella cilena o ecuadoriana e quello alle destre golpiste in Bolivia e Venezuela o alle opposizioni in Nicaragua, che vanno a braccetto con i congressisti ultraconservatori cubano-americani (Marco Rubio, Ted Cruz, leana Ros-Lehtinen y Mario Díaz Balart, solo per citarne alcuni) e con gli areneros salvadoregni assassini di Mons. Romero.

Nei giorni scorsi, l’analista politico nicaraguense Carlos Fonseca Terán ha sviscerato questo tema. Scrive Fonseca Terán “le politiche e il modello (economico) contro cui i manifestanti protestano in Cile, Ecuador, Haiti e Honduras, sono le stesse politiche promosse da quelle forze che oggi cospirano per destabilizzare quei governi che le hanno combattute in precedenza”.

E continua “nel caso di paesi con governi di destra, le proteste sono dovute a rivendicazioni sociali, mentre nel caso di paesi come Bolivia, Cuba, Nicaragua e Venezuela si tratta di azioni che perseguono un solo obiettivo politico: il rovesciamento del governo”. Più chiaro di così…

Viviamo tempi confusi, turbolenti e convulsi. Per capire la complessità di questi fenomeni bisogna andare in profondità, svelando menzogne, smascherando bugiardi e burattinai.

Di seguito alcuni stralci del testo di Fonseca Terán.

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America Latina – Mattatoio Cile

America Latina – Mattatoio Cile

E’ di scena la versione 2.0 di ciò che conoscemmo l’11 settembre 1973

Santiago de Chile, 25 ottobre (AltreNotizie)

Sono decine i morti, centinaia i feriti e quasi duemila gli arrestati. Notizie di violenze ai danni dei prigionieri si succedono e pare che le donne siano i bersagli preferiti. Le forze armate cilene mostrano al mondo la loro meritata fama di aguzzini. Sparano ad altezza d’uomo a ogni essere umano che si muove. Senza nessuna distinzione tra chi protesta pacificamente e chi cerca di difendersi dalla violenza cieca di militari privi di ogni coraggio ed ogni dignità. Le forze armate cilene sono la vergogna del Cile intero.

Ma non di sola ferocia da sbirraglia si tratta. Rendono chiaro chi comanda politicamente quando correggono il presidente Piñera, che è del resto espressione delle elites economiche del paese andino, abituate a chiedere ai militari di salvaguardare la distanza che intercorre tra il loro arricchimento e le sorti del popolo cileno. L’ipoteca generale che i militari hanno sulla cosiddetta democrazia cilena si rivela in molteplici aspetti. Il primo di questi è determinato dalla loro ingiudicabilità e inquestionabilità, ovvero dall’impunità generale per le loro azioni, ammesso che qualcuno pensi un giorno di chiedergliene conto.E’ una relazione di dipendenza totale, del resto, quella che lega le elites cilene alle forze armate. E’ in loro nome e per loro conto che nel 1973 si rivoltarono contro il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende. Una dipendenza che si accoppia a quella nei confronti degli Stati Uniti, che ispirarono il golpe e la transizione successiva e che ora hanno ordinato di fare quel che sia necessario affinché l’ordine regni a Santiago.

La catena di comando cilena è semplice quanto circolare: oltre che della collocazione geopolitica del Cile, le multinazionali statunitensi dispongono delle sue notevoli risorse di suolo e sottosuolo e le elites del Paese, razziste ed ignoranti, dedite al cumulo di vizi e privilegi, svolgono il ruolo di interessati addetti alla tutela del patrimonio. Riassumendo: i militari, che dispongono del Paese, impongono al governo l’agenda di lavoro ma, a loro volta, prendono ordini dal Pentagono. Tutti insieme formano il “modello”.

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America Latina-Epidemia mortale

America Latina – Epidemia mortale

Tre attiviste per la difesa della terra e i beni comuni assassinate negli ultimi giorni

Managua, 23 settembre (Altrenotizie)

Difendere la terra e i beni comuni diventa sempre più rischioso e la possibilità di perdere la vita, quasi una certezza. Nell’ultima settimana, tre attiviste sono state uccise in Guatemala e Honduras.

Il 14 settembre, Paulina Cruz Ruiz, autorità ancestrale maya Achi, è stata assassinata da sconosciuti in Baja Verapaz. Suo marito è in ospedale in bilico tra la vita e la morte. Paulina era molto attiva nei processi di organizzazione comunitaria e da tempo si opponeva a progetti minerari che minacciano il territorio.

Stessa sorte per Mirna Suazo Martínez, presidentessa del patronato della comunità di Masca e attivista per i diritti della popolazione garifuna honduregna, assassinata l’8 settembre da uno sconosciuto che ha fatto irruzione nel locale che gestiva. In questa zona la popolazione sta lottando contro la costruzione di due dighe e la possibile installazione di una “charter city”.

Un giorno prima, il 7 settembre, a colpi di arma da fuoco è stata uccisa, sempre in Guatemala, Diana Hernández Juárez. Maestra, difensore dei diritti umani e coordinatrice della pastorale per la salvaguardia dell’ambiente nella comunità Monte Gloria di Santo Domingo Suchitepéquez.

Per il momento nessuna traccia degli assassini e ancora meno dei mandanti, molto spesso vincolati ad aziende nazionali o a multinazionali che investono in attività estrattive o nel settore della produzione di energia elettrica, e ad amministrazioni locali colluse con traffici e interessi illeciti di vario tipo. Lo Stato è quindi complice, quando non mandante diretto degli omicidi.

Epidemia

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Costarica-Bambini intossicati per fumigazione in piantagioni di ananas

Costarica

Bambini intossicati per fumigazione  in piantagioni di ananas

Nella “verde” ed “ecologica” Costarica le piantagioni circondano scuole e centri abitati

San José (Rel-UITA | LINyM) -.

In Costarica l’espansione senza controllo delle monocolture estensive, in particolare quella dell’ananas, è diventato un problema molto serio che si contrappone all’immagine di nazione “verde”, “ecologica” e “pacifica” che le autorità continuano a vendere al mondo.

La scorsa settimana, insegnanti e studenti della scuola primaria “La Ceiba” di Platanar, distretto di Florencia, sono rimasti intossicati e sono stati portati al pronto soccorso dell’ospedale di San Carlos. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, la causa sarebbe  la fumigazione con pesticidi della piantagione di ananas Bella Vista che circonda la scuola.

Delle 22 persone che hanno cominiciato ad avere mal di testa, nausea e vertigini, 16 sono bambini che frequentano la scuola primaria.

La Federazione costaricana per la conservazione della natura (Fecon) ha avvertito con un comunicato che in Costarica non esistono norme che regolamentino le fumigazioni con pesticidi in prossimità di centri abitati, scuole e ospedali. Nemmeno il Manuale di buone pratiche agronomiche per la coltivazione dell’ananas, pubblicato recentemente dal Servizio fitosanitario statale (Sfe), menziona la distanza minima che deve essere garantita tra una piantagione e le aree abitate.

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