La Bolivia scende in piazza contro la restaurazione neoliberista

La Bolivia scende in piazza contro la restaurazione neoliberista

                                                 Proteste in tutto il Paese

Managua, 20 maggio 2026 (di Giorgio Trucchi LINyM) -.

Sono ormai tre settimane che in Bolivia è in corso una rivolta popolare caratterizzata da scioperi, mobilitazioni di massa e blocchi stradali che coinvolgono popolazioni indigene, contadini, operai, minatori, insegnanti e giovani, in rivolta contro le politiche neoliberiste imposte dal presidente Rodrigo Paz Pereira. Chiedono le sue dimissioni.

Ieri 19 maggio, a poco più di sei mesi dall’insediamento di Paz alla presidenza, il Paese si è svegliato con decine di blocchi stradali in almeno sei dipartimenti (La Paz, Oruro, Potosí, Chuquisaca, Cochabamba e Santa Cruz). La protesta, che coinvolge ampi settori della società boliviana, è contro una serie di misure di austerità che colpiscono principalmente i settori più vulnerabili della nazione.

Attraverso decreti e riforme di bilancio, come il decreto 5503, sono stati bloccati i sussidi (come quello sui carburanti), è stata drasticamente ridotta la spesa pubblica e si prevede un massiccio ridimensionamento dello Stato (congelamento degli stipendi e delle nuove assunzioni), sono state adottate misure per deregolamentare ulteriormente il mercato, consegnando terra, territori e beni comuni al capitale transnazionale.

Questo “piano di austerità” ha scatenato la protesta sociale, che si è intensificata ed è diventata sempre più massiccia man mano che il governo ha inasprito le posizioni e scatenato la repressione.

Finora si segnalano più di 150 persone arrestate, almeno 50 ferite e già un morto tra i manifestanti. Sono stati emessi mandati di arresto contro Mario Argollo, dirigente della Centrale operaia boliviana (Cob), David Quispe, dirigente della Confederazione sindacale unica dei lavoratori della Bolivia (Csutcb), Justino Apaza, vicepresidente della Confederazione nazionale delle associazioni di quartiere della Bolivia (Conaljuve). Sono stati emessi mandati di arresto anche contro il leader contadino Héctor Huacani, il senatore supplente Nilton Condori e il leader dei “ponchos rojos” di El Alto, Winston Genio.

Le accuse a loro carico sono di istigazione a delinquere, associazione illecita, terrorismo, finanziamento del terrorismo, attentati contro la sicurezza dei mezzi di trasporto e dei servizi pubblici.
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L’espansione militare statunitense in America Latina

AAmeriche
L’espansione militare statunitense in America Latina

Il rafforzamento della presenza militare USA tra basi aeree e avamposti marittimi segna una nuova fase di ingerenza politica mascherata da lotta transnazionale al crimine organizzato
Managua, 15 maggio 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) -.

Secondo l’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (Sipri), le spese militari dello scorso anno a livello mondiale hanno toccato la cifra record di 2,88 trilioni di dollari, con un aumento del 2,9% e un’incidenza del 2,5% sul PIL mondiale. Gli Stati Uniti continuano a essere la nazione con il maggior budget militare (954 miliardi di dollari), seguiti da Cina e Russia. Insieme rappresentano il 51% delle spese militari mondiali, che nel 2024 sono cresciute del 9%. Intanto, l’indice S&P Aerospace & Defense Select Industry è cresciuto del 43% nell’ultimo anno. Cinque dei sei primi posti tra le 100 compagnie di armi più importanti nel mondo sono occupati da capitale statunitense e le 40 compagnie Usa che fanno parte di questa classifica rappresentano il 49% delle vendite globali, generando ingressi per 334 miliardi di dollari.

In un contesto di grande espansione delle spese militari e dei guadagni legati alla produzione e vendita di armi, gli Stati Uniti hanno intensificato gli sforzi per riprendere il controllo di quello che continuano a considerare il proprio “cortile di casa”, con una riedizione trumpiana 2.0 della Dottrina Monroe, già ribattezzata Donroe. Iniziative come lo Scudo delle Americhe, la militarizzazione dei Caraibi, l’indurimento del blocco e delle minacce di invasione contro Cuba, l’incursione in Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della primera combatiente Cilia Flores, nonché le minacce e ritorsioni contro quei governi che rivendicano il diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla difesa della sovranità, sono un esempio della strategia messa in campo da Washington, con il sostegno di Israele e dell’ultraconservatorismo statunitense e latinoamericano. Anche le manovre per posizionare l’Honduras e il suo ex presidente Juan Orlando Hernández come teste di ponte per il progetto egemonico statunitense sono parti integranti della stessa strategia.

Frenare l’espansione della Cina (terre rare, minerali critici, infrastrutture, tecnologie, estrattivismo), garantire gli interessi del capitale multinazionale statunitense e israeliano, come pure il controllo delle risorse strategiche e dei corridoi logistici, frenando al contempo i processi d’integrazione e indipendenza latinoamericana e il sorgere di nuovi progetti progressisti e di resistenza al modello neoliberista estrattivista, sono i principali obiettivi dell’offensiva USA. Per fare ciò non basta il sostegno politico e l’asservimento di governi vassalli e di oligarchie nazionali compiacenti e colluse, ma è necessaria la rimilitarizzazione del continente, argutamente mascherata da lotta contro il narcotraffico, il crimine organizzato e il terrorismo. Un progetto che ha subìto una violenta accelerazione durante il secondo mandato di Donald Trump e che è stato plasmato all’interno della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale approvata dagli Stati Uniti lo scorso anno.

Secondo il Centro messicano di relazioni internazionali (Cemeri), attualmente (2023) gli Stati Uniti mantengono in America Latina e nei Caraibi circa 76 tra basi di operazione o basi principali (con installazioni permanenti su estensioni territoriali superiori ai 4 ettari e con almeno 200 militari), quasibasi o lily-pad bases(più piccole, di basso profilo per operazioni specifiche e reazione rapida) e installazioni di sicurezza o basi finanziate (di proprietà delle nazioni ospitanti e che fungono da centri di operazioni periodiche, stoccaggio di attrezzature militari e di addestramento). Tutte sotto il controllo operativo e la vigilanza del Comando Sud (Southcom). A queste si aggiungono poi le cosiddette basi operative non confermate, cioè installazioni mai dichiarate ufficialmente che non appaiono nemmeno nei registri ufficiali del Dipartimento della Difesa, con presenza di militari statunitensi e per le quali non sono stati firmati né accordi, né convenzioni tra Stati. Non è un caso che siano le più diffuse e che sfuggano ai conteggi ufficiali quando si cerca di tracciare una mappa della presenza militare statunitense in America Latina.

Honduras, Guatemala, Belize e Panama sono le nazioni con il maggior numero di basi, prevalentemente installazioni di sicurezza. Le due basi principali in America Latina si trovano in Honduras (Palmerola/Soto Cano) e a Cuba (Guantánamo), mentre avamposti strategici sono dislocati un po’ in tutta la regione, di particolare importanza quelli in El Salvador (Comalapa), Aruba, Curaçao, Panama e Perù. La Colombia è la nazione con il maggior numero di basi “non confermate”.

Una situazione destinata a evolvere nei prossimi anni. Accordi chiave sono infatti stati firmati tra l’Ecuador dell’ultraconservatore Daniel Noboa e gli Stati Uniti, permettendo la presenza temporanea di personale, aeronavi e imbarcazioni, nonché lo svolgimento di operazioni militari e di intelligence congiunte. Nonostante la sconfitta referendaria dello scorso anno sulla possibilità di aprire basi militari straniere in territorio ecuadoriano –l’ultima base statunitense (Manta) fu chiusa nel 2009 dal presidente Rafael Correa–, Noboa ha intensificato la partecipazione dell’Ecuador a operazioni militari coordinate con corpi speciali delle forze armate statunitensi, la DEA (Drug Enforcement Administration) e l’FBI (Federal Bureau of Investigation). La recente partecipazione all’operazione “Sterminio Totale”, come parte della nuova strategia statunitense di contrasto al narcotraffico e ai gruppi terroristici, ha acuito ulteriormente le divergenze con la vicina Colombia e con il presidente progressista Gustavo Petro. La crisi tra i due Paesi era iniziata mesi prima quando Noboa aveva unilateralmente deciso di imporre un aumento sostanziale dei dazi ai prodotti colombiani, dando inizio così a una serie di reciproche rappresaglie economiche e commerciali, in una fase politicamente molto delicata e a poche settimane dalle elezioni generali in Colombia.

La stretta collaborazione tra Noboa e il Comando Sud si è intensificata anche in mare, con la partecipazione dell’Ecuador all’offensiva navale contro imbarcazioni appartenenti a presunti e mai accertati narcotrafficanti. Durante il 2026, gli Stati Uniti consegneranno 12 imbarcazioni veloci da inseguimento. Da settembre 2025, gli attacchi contro imbarcazioni accusate di trasportare droga hanno provocato la morte di almeno 186 persone. Fino ad ora, gli Stati Uniti non sono mai stati in grado di dimostrare il coinvolgimento di tali imbarcazioni e del loro equipaggio in atti criminali. Gli attacchi mortali potrebbero essere classificati come esecuzioni sommarie.

Intanto, in Perù, per tutto il 2026 è stato autorizzato l’ingresso di truppe e di armamento statunitense, come pure un finanziamento milionario per ristrutturare la base militare di Callao. Anche l’Argentina del turbocapitalista Javier Milei sta facendo le proprie mosse per garantire la presenza militare di Washington. Dopo il permesso d’ingresso concesso lo scorso anno alle truppe statunitensi, senza peraltro consultare il Congresso, per partecipare all’esercitazione militare congiunta “Operazione Tridente”, il presidente argentino ha replicato quest’anno autorizzando l’entrata delle portaerei USS Nimitz e USS Gridley per svolgere le esercitazioni “Daga Atlantica” e “Passex”.

Il Cile dell’ultrareazionario pinochetista Juan Antonio Kast ha intanto stabilito una stretta e attiva alleanza strategica in tema di sicurezza e difesa, incentrata sullo scambio di intelligence e addestramento delle truppe. Lo stesso ha fatto la Bolivia dopo la virata a destra di Rodrigo Paz, firmando un protocollo di cooperazione militare con gli Stati Uniti con programmi di addestramento e interscambio di informazioni strategiche e di intelligence. Forte polemica ha invece destato in Paraguay la firma dell’Accordo sullo Statuto di Forze (SOFA) che permette, sulla falsariga di quanto fatto in Ecuador, l’entrata di truppe, attrezzature militari e aeronavi, concedendo al personale le stesse garanzie di immunità ed esenzioni tributarie concesse al personale diplomatico. Scampata grazie a una sentenza della Corte di Giustizia che ha negato la costruzione di sette basi militari statunitensi, la Colombia mantiene comunque una stretta relazione di cooperazione militare e di presenza di personale statunitense all’interno delle installazioni delle forze armate colombiane.

Ancora più marcata è l’escalation militare nell’America Centrale e nei Caraibi. La firma in aprile scorso di un protocollo d’intesa tra Stati Uniti e Panama, con il quale si abilita per tre anni la presenza di personale militare USA e contractors in territorio nazionale panamense, specialmente nelle zone limitrofe al canale, ha acceso la polemica interna. Di fatto, l’accordo firmato dal ministro della Sicurezza Pubblica panamense, Frank Ábrego e dal segretario della Difesa statunitense, Pete Hegseth, prevede la presenza di truppe in vari siti, tra cui la base aerea “Octavio Rodríguez Garrido” (ex base Howard), le basi navali “Vasco Núñez de Balboa” (ex base Rodman) e “Noel Rodríguez”, la base aeronavale “Cristóbal Colón” (ex Fuerte Sherman). Le operazioni di addestramento di truppe stanno avvenendo all’interno delle impervie foreste panamensi, ricreando l’ambiente e le condizioni di un conflitto irregolare e non convenzionale. Ciò lascerebbe supporre che si tratti di un addestramento in vista di futuri scontri armati nella regione. Il protocollo cita anche possibili esercitazioni congiunte e una non meglio specificata “cooperazione”.

Seppur non si tratti di una presenza permanente, l’arrivo di truppe nelle vecchie basi statunitensi abbandonate dopo la restituzione del canale a inizio secolo (Accordo Torrijos-Carter), insieme alla militarizzazione dei Caraibi, le minacce di Trump contro il presidente Gustavo Petro e le dichiarazioni del tycoon e di Hegseth circa la necessità degli Stati Uniti di “recuperare il canale”, di sottrarlo alla “maligna influenza cinese” e di “occupare zone con le nostre truppe che già non controllavamo”, hanno risvegliato forti timori nella popolazione panamense. Il ricordo, infatti, della sanguinosa invasione del 1989 e la morte di migliaia di persone (fonte CODEHUCA), per la maggior parte civili, si tramanda di generazione in generazione e alimenta un sentimento naturale di diffidenza e ostilità nei confronti delle amministrazioni statunitensi.

A cambio “dei servizi prestati”, gli Stati Uniti riceveranno inoltre un trattamento preferenziale nel pagamento dei pedaggi per le loro navi da guerra che attraverseranno il canale. Secondo vari giuristi, questa decisione violerebbe flagrantemente il Trattato di Neutralità firmato tra le due nazioni. Per il giurista Julio Linares, il protocollo d’intesa ha almeno due aspetti di incostituzionalità. “Si tratta di due ‘vizi’ di nullità, che sono il dolo attraverso l’inganno e la coazione attraverso le minacce (di Trump). Invito i cittadini a presentare gli appositi ricorsi affinché questo accordo venga dichiarato nullo”. L’attivista ambientale Camila Aybar ricorda che Panama ha recuperato la propria sovranità solo da poco più di 25 anni e che ciò che stanno facendo gli Stati Uniti è molto pericoloso. “È ovvio che vogliamo mantenere un buon rapporto con loro, ma non può essere a scapito della nostra sovranità e della sicurezza democratica, né della nostra libertà”.

Anche in El Salvador e Guatemala la presenza militare nordamericana è cresciuta negli ultimi anni. La strategia non è più quella di creare basi permanenti, ma di usare installazioni già esistenti con fini militari. Il presidente Nayib Bukele, ferreo alleato di Trump, ha firmato accordi che permettono l’uso per 10 anni dell’aeroporto di Comalapa. Durante il suo governo si è intensificato l’invio di armi per l’esercito e le forze speciali e si è moltiplicata la presenza e il decollo di aerei di attacco e di ricognizione statunitensi. Lo scorso aprile, il territorio salvadoregno è stato teatro delle esercitazioni militari multinazionali CENTAM Guardian, con la presenza di almeno un migliaio di militari di sette nazioni, tra centroamericane e caraibiche. La stessa logica di uso di strutture di proprietà nazionale, addestramento, invio di armamento, esercitazioni congiunte e missioni di “appoggio tattico” la troviamo in Guatemala e Belize.

Particolare è invece il caso dell’Honduras, dove la recente pubblicazione e diffusione di 37 audio che coinvolgono politici e funzionari pubblici locali ha svelato un piano strategico del presidente Trump, in alleanza con le lobby israeliane, i governi Netanyahu e Milei e con l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández come testa di ponte, per recuperare il controllo della regione. Uno degli strumenti sarà proprio la costruzione di una nuova base militare statunitense sull’isola caraibica di Roatán, la quale si aggiungerebbe a quella di Palmerola/Soto Cano e a una serie di installazioni di reazione rapida sparse per il territorio honduregno.

Tra il 2025 e il 2026, all’interno dell’escalation militare degli Stati Uniti nei Caraibi e dell’assedio al Venezuela e a Cuba, anche Portorico e la Repubblica Dominicana hanno vissuto un processo di forte rimilitarizzazione. Sono state riattivate vecchie basi militari portoricane, concesso l’uso temporaneo di basi aeree e dell’aeroporto nazionale di Santo Domingo per l’operazione “Southern Spear” e dislocati in varie aree non meno di diecimila soldati statunitensi. In Costa Rica, invece, il governo ultraconservatore di Rodrigo Cháves e quello della sua successora Laura Fernández hanno lanciato la proposta per la costruzione di tre basi militari statunitensi. Per il momento non sono riusciti a raccogliere i voti necessari in Parlamento. Intanto continuano le esercitazioni e operazioni di pattugliamento congiunte.

“Si tratta di una strategia di un impero in decadenza, che conta sul sostegno della destra continentale subordinata a suoi interessi e che si scontra con la resistenza e la lotta dei popoli, ognuna con caratteristiche diverse in base al Paese”, spiega a Pagine Esteri, Giovani Del Prete, coordinatore operativo della segreteria continentale di ALBA Movimientos. “La militarizzazione porta repressione e violenza contra la popolazione organizzata, contro i settori più deboli ed emarginati. Ed è una violenza di quei corpi repressivi dello Stato, molto spesso equipaggiati, addestrati e indottrinati proprio da personale statunitense e israeliano”, spiega l’attivista.

Secondo Del Prete, dietro lo spiegamento di forze e le politiche violatorie del diritto internazionale e di qualsiasi logica di convivenza e di rispetto della sovranità nazionale, ci sono motivazioni strettamente legate alle enormi difficoltà che vivono gli Stati Uniti. “Devono contenere la loro decadenza economica e politica legata alla vecchia agenda ultra neoliberista e ricorrono quindi alla militarizzazione, all’ingerenza, alle minacce e ritorsioni per garantirsi risorse strategiche per il loro sviluppo industriale, militare e tecnologico”. In questo senso –continua– le terre rare del Brasile, il petrolio del Venezuela, il litio della Bolivia, la posizione geostrategica delle nazioni centro e sudamericane, ma anche l’attacco viscerale a tutti quei governi e movimenti che non si piegano ai loro interessi sono essenziali per mantenere l’egemonia.

“Imperialismo, militarizzazione e agenda neoliberista sono facce della stessa medaglia e oggi più che mai, è necessaria la resistenza e la lotta dei popoli contro questo mostro. L’Hondurasgate ha dimostrato che non si tratta di teorie complottistiche, bensì di qualcosa di reale con cui dobbiamo fare i conti e contro cui si deve combattere”, conclude Del Prete.

Fonte: Pagine Esteri

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America Latina-L’Avana e Managua

L’Avana e Managua

due tentati ‘golpe’ gemelli

#SOSCuba, come #SOSNicaragua, #SOSVenezuela e #SOSBolivia

Managua, 22 luglio (di Jorge Capelan | Tortilla con Sal / LINyM) -.

Domenica 11 luglio, in una dozzina di punti sparsi per l’isola, si sono registrate proteste, in alcuni casi violente, a cui hanno participato tra le 100 e le 500 persone, presumibilmente a causa dell’allarme per la ripresa dei casi di coronavirus, la mancanza di cibo e problemi con il servizio elettrico.

In tutti i dodici punti, le stesse grida, gli stessi slogan, le stesse parole: “Cuba Decide” , la marca della fondazione della controrivoluzionaria Rosa María Payá, a Miami, con stretti contatti con l’establishment statunitense e la destra golpista latinoamericana ed europea.

La campagna è iniziata prima sui social media con un’ondata di tweet da account di artisti e altri di nuova creazione che chiedevano “aiuti umanitari” per Cuba.

Secondo un’indagine dell’analista spagnolo Julián Macías Tovar, il primo account a utilizzare l’hashtag #SOSCuba è stato localizzato in Spagna. Tra sabato 10 e domenica 11 ha pubblicato più di 1.000 tweet e una frequenza di retweet di 5 messaggi al secondo.

Domenica mattina sul presto, i media occidentali hanno iniziato a parlare di “crisi umanitaria” a Cuba, nonostante il fatto che l’isola, con livelli di mortalità dello 0,65%, due vaccini nazionali approvati e più di un terzo della popolazione vaccinata, sia una dei paesi meno colpiti dell’emisfero. Sulle reti circolavano video, spesso frammentari, di saccheggi, attentati a proprietà pubbliche e forze dell’ordine.

Poche ore dopo il trend #SOSCuba diventava virale e lo spazio mediatico mondiale dominato dall’occidente cominciava a riempirsi di titoli, non solo sulla “crisi umanitaria” a Cuba, ma anche su una “rivolta popolare” contro il “regime”. Non importava che i manifestanti che difendevano il governo e la rivoluzione e che sono scesi in strada un po’ in tutto il paese fossero la stragrande maggioranza: il racconto di una presunta insurrezione nell’isola era già penetrato e si era assestato nel subconscio collettivo globale.

Non importava nemmeno che, solo un paio di settimane prima, l’Onu avesse votato, per l’ennesima volta e quasi all’unanimità, contro l’embargo statunitense a Cuba. Sono bastati pochi click per creare un clima favorevole all’idea che sarebbe stato positivo “aiutare umanitariamente” Cuba. Purtroppo sappiamo cosa ciò significhi: invio di armi e sistemi militari affinché gruppi violenti all’interno dell’isola possano creare il caos. E se ciò non bastasse, preparare le condizioni per un’eventuale invasione.

Ora è il turno di Cuba, presumibilmente “ammorbidita” da 62 anni di embargo, brutalmente intensificato con Trump e proseguito con Biden, nonostante prima di assumere la presidenza avesse promesso il contrario. Guerra di ‘quarta generazione’, ‘ibrida’, ‘golpe suave’, ‘rivoluzione colorata’, insomma … indipendentemente da come la si vuole chiamare, sempre di guerra si tratta.

“Siamo in presenza di un copione preconcetto e per i nicaraguensi non sarà difficile capirlo, perché lo hanno già sperimentato sulla propria pelle”, dice l’ambasciatore cubano in Nicaragua, Juan Carlos Hernández Padrón. Il diplomatico era a Managua nei mesi, tra aprile e luglio 2018, del tentato “golpe suave”.

È vero che molte delle strategie messe in atto dall’impero per destabilizzare Cuba e Nicaragua sono state impiegate anche in Venezuela e Bolivia, ma quanto è successo questa settimana a Cuba presenta sorprendenti parallelismi con quanto è successo in Nicaragua tre anni fa. In entrambi i casi, l’obiettivo era lo stesso: stravolgere l’ordine istituzionale e la sovranità del Paese, per forzare un “cambio di regime” con il supporto di potenze straniere.

Vediamo di seguito quali sono i punti in comune.

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Pochi paesi hanno ratificato l’Accordo di Escazú

22 aprile Giornata della Terra
Pochi paesi hanno ratificato l’Accordo di Escazú-
Colombia, Honduras, Messico, Brasile e Guatemala i più pericolosi per chi difende l’ambiente
Managua, 22 aprile (Rebelión | LINyM)
In occasione della “Giornata della Terra – Earth Day”, l’Alleanza per la Solidarietà, membro di ActionAid, denuncia la mancata ratifica dell’accordo di Escazú da parte di molti paesi dell’America Latina e dei Caraibi, tra cui Colombia, Brasile, Honduras e Guatemala, segnalati più volte per l’alto tasso di aggressioni e attacchi mortali contro chi difende la terra e i beni comuni.

Promosso dalle Nazioni unite e approvato nel 2018, l’accordo di Escazú ha l’obiettivo di garantire un ambiente sicuro a persone e gruppi che difendono i diritti umani e ambientali.

Sebbene sia entrato in vigore proprio questo 22 aprile, l’accordo regionale (qui il testo completo) è stato fino a ora ratificato solo da 12 dei 46 paesi della regione (Argentina, Bolivia, Ecuador, Messico, Nicaragua, Panama, Uruguay, Antigua e Barbuda, Guyana, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Bahamas).

Secondo un rapporto di Front Line Defenders, 331 difensori dei diritti umani sono stati assassinati nel 2020. 287 sono uomini e 44 donne. Il 69% delle vittime era impegnato nella difesa della terra, dell’ambiente e dei diritti delle popolazioni indigene.

Ancora una volta la Colombia è risultato il paese più pericoloso per chi difende diritti con 177 omicidi, ovvero il 53% del totale. Seguono l’Honduras con 20 omicidi, Messico (19), Brasile (16), Guatemala (15) e Perù (8). Il 79% degli omicidi nel 2020 è avvenuto in America Latina (262). A parte il Messico, i paesi più letali non hanno ancora ratificato l’accordo.

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Guarimberos a Cuba

Guarimberos a Cuba

Cosa si nasconde dietro la nuova ‘rivolta colorata’

Managua, 17 dicembre (LINyM) -.

Proprio mentre nel quartiere San Isidro dell’Avana Vecchia una dozzina di persone mettevano in scena un presunto sciopero della fame, alcune di loro con comprovati vincoli con Washington, il Dipartimento di stato nordamericano annunciava lo stanziamento di circa un milione di dollari per ogni programma che si occupi di “diritti civili, politici, religiosi e del lavoro a Cuba”.

Si tratta ancora una volta di denaro messo a disposizione di gruppi sovversivi, come il cosiddetto “Movimento San Isidro”, con il fine di destabilizzare Cuba dall’interno, giustificando in questo modo politiche statunitensi come l’embargo commerciale, economico e finanziario o incentivando false campagne sulla situazione dei diritti umani nell’isola. Si tratta anche della stessa agenda interventista promossa in altri paesi invisi a Washington, come Nicaragua e Venezuela.

Vediamo quindi come avanza il tentativo di golpe blando (colpo di stato morbido) e che cos’è la farsa di San Isidro.

  1. Esperti e analisti avvertono che Cuba è l’obiettivo in questo momento di una guerra mediatica, sviluppata principalmente sui social network, come parte del denominato “colpo di stato morbido”. Con questo nome s’intende il meccanismo di intervento straniero indiretto, creato dalla CIA per sovvertire le istituzioni in quei paesi che sono obiettivi strategici per gli Stati Uniti. Sebbene il manuale dei ‘colpi di stato morbidi’ parli di una guerra basata sulla protesta pacifica, gli eventi evolgono sempre in scenari violenti.
  2.  La farsa di San Isidro non è altro che un nuovo tentativo degli Stati Uniti per innescare un ‘colpo di stato morbido’ a Cuba.

Ma cosa è successo fino ad ora?

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Guatemala: la pazienza è finita

Crisi
Guatemala: la pazienza è finita
Proteste contro i tagli al welfare e l’istituzionalizzazione della corruzione

Managua, 25 novembre (LINyM) -.
Sabato scorso il Guatemala è sceso in piazza per chiedere le dimissioni del presidente Alejandro Giammattei e della giunta direttiva del Congresso. L’approvazione furtiva di una legge di bilancio di quasi 13 miliardi di dollari che fa schizzare il debito pubblico, taglia sanità, istruzione, fondi per la difesa dei diritti umani e per la lotta contro la povertà – cinque bambini su dieci sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione cronica e oltre il 60% della popolazione è povera – e beneficia élite economiche e funzionari corrotti, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Nonostante la repressione della polizia e l’arresto di decine di manifestanti, la popolazione indignata ha continuato a protestare un po’ in tutto il paese. Il presidente Giammattei ha quindi pensato bene di scrivere al segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), il discusso Luis Almagro, e ha chiesto l’applicazione della Carta democratica “per difendere l’istituzionalità”. Ha inoltre convocato un tavolo di dialogo per risolvere il conflitto, a cui però partecipano solamente imprenditori, membri della chiesa evangelica e organizzazioni affini al governo.

Come era prevedibile, non ha perso l’occasione per criminalizzare la protesta sociale, gettando fango su tutti quei settori della società che hanno animato la protesta, tacciandoli di essere “gruppi minoritari che promuovono azioni di natura antidemocratica per imporre un autentico colpo di stato”.

Intanto la giunta direttiva del Congresso e alcuni capigruppo parlamentari hanno convenuto di ritirare la legge di bilancio.  Una manovra del tutto illegale che è stata sanata solo nella serata di mercoledí 25, quando con 121 voti a favore e 24 contrari l’aula parlamentare ha archiviato definitivamente la legge e i prestiti approvati per finanziarla. Ora l’organo legislativo avrà tempo fino al 30 novembre per approvare una nuova legge o per apportare modifiche a quella approvata per il 2020.

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Bolivia, dove il popolo ha sconfitto il colpo di stato

Elezioni 2020
Bolivia, dove il popolo ha sconfitto il colpo di stato
Undici mesi dopo la rottura istituzionale risorge la speranza
Managua, 23 ottobre (LINyM) -.
“Abbiamo recuperato la democrazia e la speranza. Il nostro impegno è governare per tutti i boliviani, un governo di unità nazionale, imparando e superando i nostri errori. Oggi è stato ‘per il popolo ciò che è del popolo’ ” [1] 

Sono state queste le prime parole del presidente eletto della Bolivia, Luis Arce, dopo che la sondaggista CiesMori-Unitel ha reso noti i risultati degli exit poll, che davano una schiacciante vittoria al primo turno al candidato del Movimento al socialismo-Strumento politico per la sovranità dei popoli (Mas-Ipsp), con oltre 20 punti di distacco dall’ex presidente conservatore Carlos Mesa di Comunità cittadina.

Mentre si aspetta che le autorità elettorali finiscano il computo delle schede e ufficializzino il trionfo di Arce[2], la Bolivia si avvia a ricucire il filo costituzionale e democratico dopo il colpo di stato dell’anno scorso, che rovesciò il presidente eletto Evo Morales e instaurò un governo di fatto, fascista e razzista, con l’avallo e il patrocinio del trumpismo, dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), dei governi fantoccio dell’impero statunitense e grazie anche all’inazione colpevole, il silenzio complice dell’Unione europea. 

Sono stati undici mesi di persecuzione, repressione, incarceramento ed esilio per gli oppositori, di massacri come quelli di Sacaba e Senkata, di riduzione al silenzio dei media non allineati col governo di fatto. Sono stati undici mesi di ritorno al neoliberismo più retrogrado, di militarizzazione dei territori, di odio razzista e revanscismo fascista. Sono stati undici mesi d’inettitudine, corruzione e abbandono della popolazione in mezzo alla pandemia. 

Il popolo ha provato sulla propria pelle ciò che significa il ritorno al potere dell’aristocrazia boliviana e delle forze politiche tradizionali sottomesse agli interessi di Washington. Ma il popolo non si è arreso, ha aspettato pazientemente il suo momento e, soltanto undici mesi dopo la rottura istituzionale, ha sconfitto i golpisti alle urne. Gli ha dato uno schiaffo tremendo e ha aperto la strada a nuovi scenari nel paese. 

Di questo e molto altro parliamo col giovane giornalista e prossimo master in studi latinoamericani, Andrés Velasco Santi

– Ti aspettavi una vittoria così schiacciante del candidato del Mas? 

– Effettivamente è stata una sorpresa. Avevamo fatto una valutazione ponderata di tutti i sondaggi realizzati a partire da febbraio fino alla prima settimana d’ottobre. Negli ultimi sei (sondaggi), il candidato del Mas si piazzava tra il 42% e il 46%. Dalle urne è uscito però un altro verdetto e cioè una vittoria per maggioranza semplice (molto simile alla prima di Evo Morales nel 2005 ndr)  e un recupero inaspettato di una quantità importante di voti. 

Oltre a un cambiamento di linea nell’articolazione politica, mi sembra che il Mas abbia trovato una gran coesione non tanto per la leadership di una persona, bensì per il progetto politico che ha stabilito per la Bolivia. 

– Quali sono gli elementi che hanno portato a questo risultato? 

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Costa Rica, l’incantesimo si è rotto

Costa Rica, l’incantesimo si è rotto
Continuano le proteste contro un possibile accordo con l’Fmi
Managua, 20 ottobre (Altrenotizie)
Costa Rica non è abituata ai grandi titoli di giornale e preferisce essere dipinta nell’immaginario collettivo come terra di pace, nazione “verde”, con uno Stato forte che si fa carico del benessere di una popolazione segnalata come tra le più felici al mondo. Insomma, una piccola “svizzera centroamericana” che snobba e mantiene le distanze dalle nazioni problematiche della regione (Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala) e che difende col coltello tra i denti i propri confini per garantire la tranquillità e il benessere della sua popolazione.

Un’immagine da cartolina da offrire ai tour operator che trova però sempre meno riscontri in una realtà che ha cominciato a deteriorarsi a partire dal 2007, quando l’allora presidente e premio Nobel per la pace, Oscar Arias, assecondò e si colluse con il corporativismo multinazionale per fare approvare il Trattato di libero commercio Stati Uniti, America Centrale, Repubblica Domenicana (CAFTA-DR).

In quell’anno, brogli, voto di scambio, pressioni e minacce su settori strategici dell’economia costaricana impedirono alla piazza di avere la meglio nel referendum propositivo. Fu l’inizio della perdita di diritti, dell’incremento delle disuguaglianze. Fu l’inizio della perdita graduale della sovranità economica e giuridica a favore delle multinazionali e dell’installazione di un sistema di esonerazioni fiscali che, oggi, rappresenta circa il 5% del Pil del paese.

Prime avvisaglie

Già tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019, Costa Rica aveva visto le sue piazze riempirsi nuovamente, questa volta contro il tentativo del governo di approvare un pacchetto di riforme fiscali che avrebbe avuto pesanti ricadute sulla fasce medio-basse della popolazione, in particolare sui dipendenti pubblici. In quell’occasione il risultato non fu dei migliori e la riforma fiscale fu approvata in parlamento.

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Costa Rica Sergio Rojas: contro l’impunità e l’oblio

Costa Rica Sergio Rojas: contro l’impunità e l’oblio
A un passo dall’archiviazione delle indagini sul suo omicidio

Managua, 5 ottobre (Rel UITA | LINyM)  

Sergio Rojas Ortiz, leader indigeno Bribri e membro fondatore del Fronte nazionale dei popoli indigeni (Frenapi), è stato ucciso con quindici colpi di pistola il 18 marzo dello scorso anno, in piena escalation di violenza contro i popoli Teribe (Brörán) e Bribri, impegnati nel recupero dei territori ancestrali indigeni di Térraba e Salitre. Un anno e mezzo dopo l’omicidio, le autorità vogliono archiviare il caso.

Nel 2015, la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) aveva chiesto allo Stato del Costa Rica di adottare misure cautelari al fine di garantire l’integrità fisica e la vita di Rojas. La richiesta non solo è rimasta disattesa e Rojas è stato brutalmente assassinato, ma dopo 19 mesi senza sostanziali progressi nelle indagini, il 24 settembre scorso il Pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale.

Una decisione che si inquadra in un contesto di totale impunità per i crimini commessi contro membri delle popolazioni indigene, che difendono i propri territori dalle continue invasioni da parte di latifondisti senza scrupoli. Il caso più recente è l’omicidio del leader indigeno Brörán Jehry Rivera, ucciso lo scorso febbraio nella comunità di Potrero Grande a Buenos Aires de Térraba.

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Guatemala-L’uso della pandemia per garantire gli interessi del capitale

L’uso della pandemia per garantire gli interessi del capitale
Valanga di attacchi contro chi difende i diritti umani

Managua, 27 agosto (LINyM) -.
Il Guatemala è attualmente il paese con il maggior numero di vittime per Covid-19 (più di 2.600) in America Centrale e Caraibi. Ha anche un tasso di mortalità superiore al 3,8%, uno dei più alti della regione. È inoltre il terzo paese con il maggior numero di casi di coronavirus (quasi 70 mila).

Il primo caso è stato scoperto il 13 marzo. Il 17 marzo è stato decretato lo stato di calamità pubblica[1] a livello nazionale, con sospensione delle garanzie costituzionali e lunghi periodi di coprifuoco. La misura è stata prorogata per ben cinque volte.

È stato inoltre proclamato lo stato d’assedio in diversi comuni, decisione che ha portato alla crescente militarizzazione dei territori e all’arresto di oltre 50 persone, tra cui anche autorità indigene e giornalisti.

Varie organizzazioni per i diritti umani, come l’Unità per la protezione dei difensori dei diritti umani Guatemala (Udefegua), hanno denunciato la mancanza di accesso a dati e fonti attendibili sulla pandemia, nonché la scarsa credibilità delle cifre fornite dalle autorità sanitarie.

Crisi sanitaria e corruzione

“Sono dati molto sottostimati. Gli ospedali sono al collasso, il sistema sanitario è sempre più deteriorato e le autorità non sono in grado di far fronte alla pandemia nonostante il ministero della Sanitá abbia a disposizione, tra fondi di bilancio e prestiti internazionali, il budget più alto della storia”, ha detto Jorge Santos, coordinatore generale di Udefegua.

In effetti, i tassi di esecuzione degli stanziamenti per i vari progetti sono estremamente bassi e sono costati il posto al ministro della Sanità, Hugo Monroy. Licenziati anche i due viceministri incaricati della parte tecnica e amministrativa per presunte irregolarità nell’acquisizione di medicinali e materiale sanitario.

All’inizio di agosto, ad esempio, il tasso d’esecuzione nell’area dell’acquisizione di ventilatori polmonari, tamponi, test veloci e dispositivi di protezione era appena del 4%, quello del bonus famiglia (circa $ 125 al mese) e del fondo di tutela del lavoro non raggiungeva il 40% e gli esborsi per il programma di ristrutturazione di infrastrutture ospedaliere e cliniche arrivavano a malapena al 16% del totale. Lo stesso accadeva con i fondi per gli ospedali da campo (15%).

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