Corsi di Spagnolo Circ. di Bologna 2017

CORSI DI LINGUA SPAGNOLA ASSOCIAZIONE ITALIA – NICARAGUA

Circolo di BOLOGNA

Inizio Corsi trimestre Aprile Giugno 2017/ Lunedì 3 e Martedì 4 aprile 2017
 Via Paolo Fabbri 110 – Bologna (Autobus 20,37)Zona Università di Bologna
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Honduras-Le vittime di Ahuas esigono giustizia

Un rapporto del Dipartimento di Stato e di Giustizia degli Usa rivela le menzogne della DEA sul massacro dei miskitos

Tegucigalpa, 5 giugno (LINyM) -. All’alba del 11 maggio 2012, una piccola imbarcazione con 16 persone a bordo scivolava silenziosa sulle acque del fiume Patuca, nella Mosquitia honduregna. Un lungo e faticoso viaggio di più di sette ore per giungere alla comunità di Paptalaya, nel municipio di Ahuas, provincia di Gracias a Dios.
Erano le 2 del mattino e quasi tutti i passeggeri dormivano, quando furono svegliati dal rumore di almeno quattro elicotteri militari statunitensi che sorvolavano la zona. Una pioggia di pallottole di grosso calibro investì la piccola imbarcazione e i suoi occupanti.
L’operazione congiunta degli agenti del FAST (Foreign-deployed Advisory and Support Team della DEA (Drug Enforcement Administration) e della Squadra di risposta tattica della polizia nazionale dell’Honduras lasciò un bilancio di quattro morti: Emerson Martínez Henríquez (21 anni), Hasked Brooks Wood (14 anni), Juana Jackson Ambrosio (28 anni) y Candelaria Pratt Nelson (48 anni).
Vari anche i feriti di cui 5 piuttosto gravi. Secondo i parenti, Juana e Candelaria erano incinta di diversi mesi [1].
Escalation militare
L’operazione s’inserisce in un contesto di crescente militarizzazione della zona nord-orientale dell’Honduras. Negli ultimi anni, con la scusa della lotta contro il narcotraffico, il governo nordamericano è tornato a investire milioni di dollari nell’apertura di nuove basi militari, come ad esempio quelle di Isla Guanaja e Caratasca, sempre nella zona di Gracias a Dios, che si aggiungono all’ormai storica base di Soto Cano (Palmerola).

Inoltre, l’ambasciata degli Stati Uniti in Honduras, il governo honduregno, l’Ufficio narcotici e affari internazionali (INL) del Dipartimento di Stato, la DEA e il Comando Sud hanno disegnato un piano per il dispiegamento veloce di elicotteri statunitensi in territorio honduregno per supportare le operazioni antidroga.
In questo modo, l’Honduras è diventato il paese che ospita il maggior numero di basi nordamericane in tutta la regione. Una forte accelerazione dell’escalation militare vincolata anche al caos istituzionale creatosi nel Paese dopo il colpo di Stato che nel 2009 rovesciò l’allora presidente Manuel Zelaya Rosales.

La DEA e lo Stato se ne lavano le mani

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Brasile

Lula e il giudice Moro a confronto

l’ex presidente ha respinto tutte le accuse

“Poiché ritengo che questo processo sia illegittimo e la denuncia una farsa, sono qui per rispetto alla legge e alla Costituzione, ma con molte obiezioni al comportamento dei procuratori di Lava Jato“. Così ha esordito Lula chiamato a deporre il 10 maggio davanti al giudice Sérgio Moro. Oltre cinque ore di interrogatorio, nel corso del quale l’ex presidente ha respinto tutte le accuse e ha più volte sottolineato che finora non è stata prodotta nessuna prova concreta a suo carico. Secondo Moro, Lula è proprietario di un appartamento a Guarujá, località balnearia nello Stato di São Paulo, che avrebbe ricevuto da un’impresa costruttrice in cambio di favori negli appalti pubblici. “Non ho mai chiesto e non ho mai ricevuto quell’appartamento”, ha risposto con fermezza Lula.

Sérgio Moro non gioca certo un ruolo imparziale nel contesto brasiliano. Indiscrezioni selettive e semplici sospetti, fatti filtrare per mesi alla stampa, sono stati fondamentali per creare nell’opinione pubblica un clima ostile al governo Rousseff e al Partido dos Trabalhadores, preparando così il terreno al colpo di Stato. Tra i metodi più contestati di questo magistrato, l’abuso della carcerazione preventiva anche in assenza di prove, per indurre gli arrestati alla “delazione premiata”, cioè a implicare altre persone in cambio della libertà provvisoria o di future riduzioni di pena. Ora Moro cerca in tutti i modi di coinvolgere Lula in un caso di corruzione per cancellarlo dalla scena politica e impedire una sua ricandidatura nel 2018.

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Honduras: Donne indigene

Donne indigene e nere honduregne si mobilitano in difesa della loro cultura, del territorio e dei beni comuni.
Coordinano strategie per fronteggiare l’assalto neoliberista, razzista e patriarcale.

Tegucigalpa, 31 maggio (Rel-UITA | LINyM) –
Il 24 e 25 maggio si è realizzato a Tegucigalpa il secondo Incontro di donne indigene e nere “Per la difesa della nostra cultura, del territorio e dei beni comuni”. Convocate dal Coordinamento nazionale delle donne indigene e nere dell’Honduras, Conaminh, più di 550 donne di 6 diverse etnie[1] si sono date appuntamento  nella capitale honduregna per condividere pensieri e strategie di difesa della propria cultura, dei loro territori e dei beni comuni.
In particolare si denuncia la persecuzione, la criminalizzazione e il giustizialismo di cui sono vittime le donne nere e indigene che osano lottare contro un modello economico che esclude e saccheggia. Ma anche contro un sistema profondamente razzista e patriarcale “che si manifesta attraverso progetti estrattivi in combutta con il sistema politico, giuridico ed economico dello Stato honduregno”, si legge in un comunicato diffuso dal Conaminh.
“Ogni giorno che passa si radicalizza sempre più la persecuzione contro chi difende i beni comuni e la vita. Questa situazione crea un persistente stato di preoccupazione e timore all’interno delle nostre comunità. Noi donne siamo quelle che maggiormente soffriamo di questo stato di cose. Ci perseguitano, ci catturano e ci querelano perché usurpiamo un territorio che abitiamo da centinaia d’anni. Esigiamo che cessi immediatamente la persecuzione da parte dello Stato; che smettano di approvare leggi che attentano contro i nostri popoli, i nostri territori e i beni comuni; che si rispetti il diritto alla consulta libera, previa e informata”, ha detto Miriam Miranda, coordinatrice dell’Organizzazione fraternale nera honduregna, Ofraneh.

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Portorico

“Non sono mai riusciti a piegarmi né a spezzarmi”

Intervista esclusiva con Óscar López Rivera dopo la sua scarcerazione

San Juan, 26 maggio (Rel-UITA | LINyM) -.

Da quando è tornato a percorrere da uomo libero  le strade della sua isola di Portorico, Óscar López Rivera non ha riposato un solo momento.  Impossibile sottrarsi al moltitudinario abbraccio di un popolo intero che ha lottato per la sua liberazione. Ottenere un’intervista in esclusiva non è stato facile, a tal punto che ci sono voluti tre momenti in tre giorni diversi, ma ne è senza dubbio valsa la pena.

-Sono stati giorni intensi. Come si sente? Se lo immaginava così il momento della sua liberazione?
-Ho sempre sognato di tornare in patria e stare con la mia famiglia, ma non avevo la minima idea di quando e se sarebbe successo. La verità è che ero ormai preparato a passare il resto della mia vita in carcere.
Il 17 gennaio quando mi hanno detto che mi avevano commutato la pena non ci potevo credere. Ho cominciato a capire che era vero solo qualche giorno prima del mio trasferimento a Portorico. Mentre preparavo le mie cose mi ripetevo: “È vero. Sto andando a Portorico.”
Portorico è la mia patria e tutto quello che sto vivendo in questi giorni riflette esattamente ciò che saranno i miei prossimi mesi. Visiterò tutti i municipi del paese, per ascoltare, dialogare e condividere con la gente.

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DOSSIER VENEZUELA: UNA REALTÀ CAPOVOLTA

VIOLENZE IN VENEZUELA: CHI, CHE COSA, COME, PERCHÈ
(Ambasciata del Venezuela Roma)
https://goo.gl/OX57Fx

La narrazione che le grandi multinazionali della comunicazione stanno raccontando all’opinione pubblica di tutto il mondo è che “immense” mobilitazioni di “manifestanti pacifici” vengono quotidianamente represse, con feriti e detenuti dalle forze militari che mantengono al potere un “dittatore” (Nicolás Maduro) respinto dalla maggioranza dei cittadini.
La realtà è che dall’inizio del mese di aprile il Venezuela sta subendo un’offensiva violenta da parte di una piccola, ma molto attiva, frangia della popolazione. Le azioni comprendono un insieme di metodi di lotta, tra le quali i saccheggi contro gli esercizi e gli enti pubblici e attacchi armati a agenti di polizia.
Questi eventi si sono verificati con maggior concentrazione in cinque centri urbani dell’area nord-costiera e in due zone della regione andina e hanno provocato 40 morti. E’ accertato che la maggior parte di quest’ultime siano avvenute durante i saccheggi e gli attacchi dei presunti manifestanti contro altri civili, militari e agenti di polizia.
Nonostante le prove video presentate, la narrazione che le grandi multinazionali della comunicazione hanno raccontato al mondo è che, durante le mobilitazioni, manifestanti pacifici sono stati repressi, feriti e incarcerati dalle forze militari.

Alcuni elementi chiave per capire ciò che sta accadendo realmente in Venezuela:

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Venezuela: Comunicato Associazione Italia Nicaragua

CON LA REVOLUCIÓN BOLIVARIANA AHORA MÁS QUE NUNCA

Il Venezuela, suo malgrado, negli ultimi mesi, ha guadagnato la ribalta dei titoli di apertura dei media di tutto il mondo. Una escalation di violenza cha ha lasciato sulle strade più di cinquanta vittime.
Un saldo orribile che ha acceso una morbosità da “cronaca nera” in luogo di un racconto aderente alla realtà. Una narrazione totalmente di parte invece di una informazione corretta. Ma, di quale parte?
È necessario porsi questo interrogativo, alla luce delle nefandezze che sono state riportate sui mezzi d’informazione e trasformate così in verità.
L’attacco sferrato al legittimo governo di Maduro, è stato organizzato pianificato ed eseguito da una destra criminale che non ha mai rinunciato al proprio risentimento per riappropriarsi della guida del paese. Secondo le modalità che le sono da sempre più congeniali: sabotaggio delle basi democratiche, istigazione alla violenza, evocazione di un intervento dall’esterno.

Un golpe in stile classico, in poche parole.

L’appoggio esterno, e per esterno s’intenda l’onnipresente sostegno statunitense, non è mai mancato. Ripercorrendo gli ultimi anni di storia latinoamericana, possiamo constatare come siano cambiate (apparentemente) le forme d’ingerenza, ma la sostanza rimane. Tanto più quando si ha a che fare con la volontà, condivisa e perseguita da diversi paesi di tutta l’area, di costituire un blocco unico nel quale riversare istanze e rivendicazioni che spaziano dalla indipendenza politica alla eguaglianza sociale, passando per la emancipazione economica e la rivalsa culturale.

Tutto questo si può racchiudere nel progetto ALBA.
Un progetto che ha visto il Venezuela sempre come capofila, dai semi gettati da Hugo Chávez per arrivare a Nicolás Maduro, suo legittimo successore.
Il Venezuela ha quindi rappresentato la parte scomoda del sub-continente, quella non disposta a sottoporsi quieta e inerme alla ineluttabilità della dottrina Monroe. Quella che non esita a seguire il percorso segnato da Cuba nel 1959 e consolidato poi dal Nicaragua sandinista del 1979.

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