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CONTINUA LA RACCOLTA FIRME DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE DI AMICIZIA ITALIIA-CUBA, CONTRO IL CRIMINALE BLOCCO DEGLI STATI UNITI CONTRO L’ISOLA. NEL MESE DI MAGGIO CUBA PRESENTERA’ UNA RISOLUZIONE DI CONDANNA  ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE….

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Fermiamo il piano criminale di Netanyahu

 

 

 

 

 

 

Fermiamo il piano criminale di Netanyahu

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Il feroce crimine contro il popolo cubano

Il feroce crimine contro il popolo cubano
Gli Stati Uniti intensificano blocco e minacce
Giorgio Trucchi | LINyM

Lo scorso 6 giugno ha segnato l’inizio di una nuova fase di aggravamento del criminale e illegale blocco economico, commerciale e finanziario imposto da oltre sessant’anni dalle amministrazioni statunitensi contro Cuba.

Il nuovo pacchetto di sanzioni (Ordine Esecutivo 14404) annunciato dall’amministrazione Trump prevede l’inserimento nella lista dei “Soggetti Specialmente Designati” (SDN) [1] del presidente cubano Miguel Díaz-Canel, di alcuni suoi familiari, di familiari del leader della Rivoluzione Cubana Raúl Castro, di ministri del governo e di alti ufficiali delle Forze Armate cubane.

Vengono inoltre sanzionate imprese pubbliche e istituzioni, tra cui la finanziaria statale FINCIMEX, il conglomerato imprenditoriale GAESA e la sua catena turistica Gaviota, l’agenzia statale Amistur Cuba S.A., consorzi minerari come Moa Nickel S.A., il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie (MINFAR), i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR) e l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP).

Gli effetti sono stati immediati. Per evitare le sanzioni secondarie imposte da Washington, la banca privata straniera incaricata di elaborare i pagamenti internazionali ha interrotto i rapporti con FINCIMEX, provocando la sospensione totale delle operazioni delle carte internazionali Visa e Mastercard.

Per lo stesso timore, grandi catene alberghiere come Meliá, Iberostar e Blue Diamond stanno accelerando la loro uscita dall’isola. Lo stesso stanno facendo diverse compagnie aeree straniere, colpendo ulteriormente il turismo, uno dei settori fondamentali per la generazione di valuta estera.

Viene inoltre vietato a qualsiasi cittadino, banca o impresa statunitense effettuare transazioni con persone o entità cubane sanzionate, pena l’applicazione delle stesse sanzioni secondarie.

Un’offensiva contro il popolo

Le nuove misure arrivano nel contesto di una continua escalation dell’offensiva contro la maggiore delle Antille, iniziata con la dichiarazione degli Stati Uniti che definisce Cuba una “minaccia insolita e straordinaria” per la propria sicurezza nazionale, proseguita con un illegale blocco energetico e con la minaccia di rappresaglie economiche contro chiunque fornisca petrolio all’isola, e aggravata ulteriormente dal nuovo ordine esecutivo.

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La Bolivia scende in piazza contro la restaurazione neoliberista

La Bolivia scende in piazza contro la restaurazione neoliberista

                                                 Proteste in tutto il Paese

Managua, 20 maggio 2026 (di Giorgio Trucchi LINyM) -.

Sono ormai tre settimane che in Bolivia è in corso una rivolta popolare caratterizzata da scioperi, mobilitazioni di massa e blocchi stradali che coinvolgono popolazioni indigene, contadini, operai, minatori, insegnanti e giovani, in rivolta contro le politiche neoliberiste imposte dal presidente Rodrigo Paz Pereira. Chiedono le sue dimissioni.

Ieri 19 maggio, a poco più di sei mesi dall’insediamento di Paz alla presidenza, il Paese si è svegliato con decine di blocchi stradali in almeno sei dipartimenti (La Paz, Oruro, Potosí, Chuquisaca, Cochabamba e Santa Cruz). La protesta, che coinvolge ampi settori della società boliviana, è contro una serie di misure di austerità che colpiscono principalmente i settori più vulnerabili della nazione.

Attraverso decreti e riforme di bilancio, come il decreto 5503, sono stati bloccati i sussidi (come quello sui carburanti), è stata drasticamente ridotta la spesa pubblica e si prevede un massiccio ridimensionamento dello Stato (congelamento degli stipendi e delle nuove assunzioni), sono state adottate misure per deregolamentare ulteriormente il mercato, consegnando terra, territori e beni comuni al capitale transnazionale.

Questo “piano di austerità” ha scatenato la protesta sociale, che si è intensificata ed è diventata sempre più massiccia man mano che il governo ha inasprito le posizioni e scatenato la repressione.

Finora si segnalano più di 150 persone arrestate, almeno 50 ferite e già un morto tra i manifestanti. Sono stati emessi mandati di arresto contro Mario Argollo, dirigente della Centrale operaia boliviana (Cob), David Quispe, dirigente della Confederazione sindacale unica dei lavoratori della Bolivia (Csutcb), Justino Apaza, vicepresidente della Confederazione nazionale delle associazioni di quartiere della Bolivia (Conaljuve). Sono stati emessi mandati di arresto anche contro il leader contadino Héctor Huacani, il senatore supplente Nilton Condori e il leader dei “ponchos rojos” di El Alto, Winston Genio.

Le accuse a loro carico sono di istigazione a delinquere, associazione illecita, terrorismo, finanziamento del terrorismo, attentati contro la sicurezza dei mezzi di trasporto e dei servizi pubblici.
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L’espansione militare statunitense in America Latina

AAmeriche
L’espansione militare statunitense in America Latina

Il rafforzamento della presenza militare USA tra basi aeree e avamposti marittimi segna una nuova fase di ingerenza politica mascherata da lotta transnazionale al crimine organizzato
Managua, 15 maggio 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) -.

Secondo l’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (Sipri), le spese militari dello scorso anno a livello mondiale hanno toccato la cifra record di 2,88 trilioni di dollari, con un aumento del 2,9% e un’incidenza del 2,5% sul PIL mondiale. Gli Stati Uniti continuano a essere la nazione con il maggior budget militare (954 miliardi di dollari), seguiti da Cina e Russia. Insieme rappresentano il 51% delle spese militari mondiali, che nel 2024 sono cresciute del 9%. Intanto, l’indice S&P Aerospace & Defense Select Industry è cresciuto del 43% nell’ultimo anno. Cinque dei sei primi posti tra le 100 compagnie di armi più importanti nel mondo sono occupati da capitale statunitense e le 40 compagnie Usa che fanno parte di questa classifica rappresentano il 49% delle vendite globali, generando ingressi per 334 miliardi di dollari.

In un contesto di grande espansione delle spese militari e dei guadagni legati alla produzione e vendita di armi, gli Stati Uniti hanno intensificato gli sforzi per riprendere il controllo di quello che continuano a considerare il proprio “cortile di casa”, con una riedizione trumpiana 2.0 della Dottrina Monroe, già ribattezzata Donroe. Iniziative come lo Scudo delle Americhe, la militarizzazione dei Caraibi, l’indurimento del blocco e delle minacce di invasione contro Cuba, l’incursione in Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della primera combatiente Cilia Flores, nonché le minacce e ritorsioni contro quei governi che rivendicano il diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla difesa della sovranità, sono un esempio della strategia messa in campo da Washington, con il sostegno di Israele e dell’ultraconservatorismo statunitense e latinoamericano. Anche le manovre per posizionare l’Honduras e il suo ex presidente Juan Orlando Hernández come teste di ponte per il progetto egemonico statunitense sono parti integranti della stessa strategia.

Frenare l’espansione della Cina (terre rare, minerali critici, infrastrutture, tecnologie, estrattivismo), garantire gli interessi del capitale multinazionale statunitense e israeliano, come pure il controllo delle risorse strategiche e dei corridoi logistici, frenando al contempo i processi d’integrazione e indipendenza latinoamericana e il sorgere di nuovi progetti progressisti e di resistenza al modello neoliberista estrattivista, sono i principali obiettivi dell’offensiva USA. Per fare ciò non basta il sostegno politico e l’asservimento di governi vassalli e di oligarchie nazionali compiacenti e colluse, ma è necessaria la rimilitarizzazione del continente, argutamente mascherata da lotta contro il narcotraffico, il crimine organizzato e il terrorismo. Un progetto che ha subìto una violenta accelerazione durante il secondo mandato di Donald Trump e che è stato plasmato all’interno della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale approvata dagli Stati Uniti lo scorso anno.

Secondo il Centro messicano di relazioni internazionali (Cemeri), attualmente (2023) gli Stati Uniti mantengono in America Latina e nei Caraibi circa 76 tra basi di operazione o basi principali (con installazioni permanenti su estensioni territoriali superiori ai 4 ettari e con almeno 200 militari), quasibasi o lily-pad bases(più piccole, di basso profilo per operazioni specifiche e reazione rapida) e installazioni di sicurezza o basi finanziate (di proprietà delle nazioni ospitanti e che fungono da centri di operazioni periodiche, stoccaggio di attrezzature militari e di addestramento). Tutte sotto il controllo operativo e la vigilanza del Comando Sud (Southcom). A queste si aggiungono poi le cosiddette basi operative non confermate, cioè installazioni mai dichiarate ufficialmente che non appaiono nemmeno nei registri ufficiali del Dipartimento della Difesa, con presenza di militari statunitensi e per le quali non sono stati firmati né accordi, né convenzioni tra Stati. Non è un caso che siano le più diffuse e che sfuggano ai conteggi ufficiali quando si cerca di tracciare una mappa della presenza militare statunitense in America Latina.

Honduras, Guatemala, Belize e Panama sono le nazioni con il maggior numero di basi, prevalentemente installazioni di sicurezza. Le due basi principali in America Latina si trovano in Honduras (Palmerola/Soto Cano) e a Cuba (Guantánamo), mentre avamposti strategici sono dislocati un po’ in tutta la regione, di particolare importanza quelli in El Salvador (Comalapa), Aruba, Curaçao, Panama e Perù. La Colombia è la nazione con il maggior numero di basi “non confermate”.

Una situazione destinata a evolvere nei prossimi anni. Accordi chiave sono infatti stati firmati tra l’Ecuador dell’ultraconservatore Daniel Noboa e gli Stati Uniti, permettendo la presenza temporanea di personale, aeronavi e imbarcazioni, nonché lo svolgimento di operazioni militari e di intelligence congiunte. Nonostante la sconfitta referendaria dello scorso anno sulla possibilità di aprire basi militari straniere in territorio ecuadoriano –l’ultima base statunitense (Manta) fu chiusa nel 2009 dal presidente Rafael Correa–, Noboa ha intensificato la partecipazione dell’Ecuador a operazioni militari coordinate con corpi speciali delle forze armate statunitensi, la DEA (Drug Enforcement Administration) e l’FBI (Federal Bureau of Investigation). La recente partecipazione all’operazione “Sterminio Totale”, come parte della nuova strategia statunitense di contrasto al narcotraffico e ai gruppi terroristici, ha acuito ulteriormente le divergenze con la vicina Colombia e con il presidente progressista Gustavo Petro. La crisi tra i due Paesi era iniziata mesi prima quando Noboa aveva unilateralmente deciso di imporre un aumento sostanziale dei dazi ai prodotti colombiani, dando inizio così a una serie di reciproche rappresaglie economiche e commerciali, in una fase politicamente molto delicata e a poche settimane dalle elezioni generali in Colombia.

La stretta collaborazione tra Noboa e il Comando Sud si è intensificata anche in mare, con la partecipazione dell’Ecuador all’offensiva navale contro imbarcazioni appartenenti a presunti e mai accertati narcotrafficanti. Durante il 2026, gli Stati Uniti consegneranno 12 imbarcazioni veloci da inseguimento. Da settembre 2025, gli attacchi contro imbarcazioni accusate di trasportare droga hanno provocato la morte di almeno 186 persone. Fino ad ora, gli Stati Uniti non sono mai stati in grado di dimostrare il coinvolgimento di tali imbarcazioni e del loro equipaggio in atti criminali. Gli attacchi mortali potrebbero essere classificati come esecuzioni sommarie.

Intanto, in Perù, per tutto il 2026 è stato autorizzato l’ingresso di truppe e di armamento statunitense, come pure un finanziamento milionario per ristrutturare la base militare di Callao. Anche l’Argentina del turbocapitalista Javier Milei sta facendo le proprie mosse per garantire la presenza militare di Washington. Dopo il permesso d’ingresso concesso lo scorso anno alle truppe statunitensi, senza peraltro consultare il Congresso, per partecipare all’esercitazione militare congiunta “Operazione Tridente”, il presidente argentino ha replicato quest’anno autorizzando l’entrata delle portaerei USS Nimitz e USS Gridley per svolgere le esercitazioni “Daga Atlantica” e “Passex”.

Il Cile dell’ultrareazionario pinochetista Juan Antonio Kast ha intanto stabilito una stretta e attiva alleanza strategica in tema di sicurezza e difesa, incentrata sullo scambio di intelligence e addestramento delle truppe. Lo stesso ha fatto la Bolivia dopo la virata a destra di Rodrigo Paz, firmando un protocollo di cooperazione militare con gli Stati Uniti con programmi di addestramento e interscambio di informazioni strategiche e di intelligence. Forte polemica ha invece destato in Paraguay la firma dell’Accordo sullo Statuto di Forze (SOFA) che permette, sulla falsariga di quanto fatto in Ecuador, l’entrata di truppe, attrezzature militari e aeronavi, concedendo al personale le stesse garanzie di immunità ed esenzioni tributarie concesse al personale diplomatico. Scampata grazie a una sentenza della Corte di Giustizia che ha negato la costruzione di sette basi militari statunitensi, la Colombia mantiene comunque una stretta relazione di cooperazione militare e di presenza di personale statunitense all’interno delle installazioni delle forze armate colombiane.

Ancora più marcata è l’escalation militare nell’America Centrale e nei Caraibi. La firma in aprile scorso di un protocollo d’intesa tra Stati Uniti e Panama, con il quale si abilita per tre anni la presenza di personale militare USA e contractors in territorio nazionale panamense, specialmente nelle zone limitrofe al canale, ha acceso la polemica interna. Di fatto, l’accordo firmato dal ministro della Sicurezza Pubblica panamense, Frank Ábrego e dal segretario della Difesa statunitense, Pete Hegseth, prevede la presenza di truppe in vari siti, tra cui la base aerea “Octavio Rodríguez Garrido” (ex base Howard), le basi navali “Vasco Núñez de Balboa” (ex base Rodman) e “Noel Rodríguez”, la base aeronavale “Cristóbal Colón” (ex Fuerte Sherman). Le operazioni di addestramento di truppe stanno avvenendo all’interno delle impervie foreste panamensi, ricreando l’ambiente e le condizioni di un conflitto irregolare e non convenzionale. Ciò lascerebbe supporre che si tratti di un addestramento in vista di futuri scontri armati nella regione. Il protocollo cita anche possibili esercitazioni congiunte e una non meglio specificata “cooperazione”.

Seppur non si tratti di una presenza permanente, l’arrivo di truppe nelle vecchie basi statunitensi abbandonate dopo la restituzione del canale a inizio secolo (Accordo Torrijos-Carter), insieme alla militarizzazione dei Caraibi, le minacce di Trump contro il presidente Gustavo Petro e le dichiarazioni del tycoon e di Hegseth circa la necessità degli Stati Uniti di “recuperare il canale”, di sottrarlo alla “maligna influenza cinese” e di “occupare zone con le nostre truppe che già non controllavamo”, hanno risvegliato forti timori nella popolazione panamense. Il ricordo, infatti, della sanguinosa invasione del 1989 e la morte di migliaia di persone (fonte CODEHUCA), per la maggior parte civili, si tramanda di generazione in generazione e alimenta un sentimento naturale di diffidenza e ostilità nei confronti delle amministrazioni statunitensi.

A cambio “dei servizi prestati”, gli Stati Uniti riceveranno inoltre un trattamento preferenziale nel pagamento dei pedaggi per le loro navi da guerra che attraverseranno il canale. Secondo vari giuristi, questa decisione violerebbe flagrantemente il Trattato di Neutralità firmato tra le due nazioni. Per il giurista Julio Linares, il protocollo d’intesa ha almeno due aspetti di incostituzionalità. “Si tratta di due ‘vizi’ di nullità, che sono il dolo attraverso l’inganno e la coazione attraverso le minacce (di Trump). Invito i cittadini a presentare gli appositi ricorsi affinché questo accordo venga dichiarato nullo”. L’attivista ambientale Camila Aybar ricorda che Panama ha recuperato la propria sovranità solo da poco più di 25 anni e che ciò che stanno facendo gli Stati Uniti è molto pericoloso. “È ovvio che vogliamo mantenere un buon rapporto con loro, ma non può essere a scapito della nostra sovranità e della sicurezza democratica, né della nostra libertà”.

Anche in El Salvador e Guatemala la presenza militare nordamericana è cresciuta negli ultimi anni. La strategia non è più quella di creare basi permanenti, ma di usare installazioni già esistenti con fini militari. Il presidente Nayib Bukele, ferreo alleato di Trump, ha firmato accordi che permettono l’uso per 10 anni dell’aeroporto di Comalapa. Durante il suo governo si è intensificato l’invio di armi per l’esercito e le forze speciali e si è moltiplicata la presenza e il decollo di aerei di attacco e di ricognizione statunitensi. Lo scorso aprile, il territorio salvadoregno è stato teatro delle esercitazioni militari multinazionali CENTAM Guardian, con la presenza di almeno un migliaio di militari di sette nazioni, tra centroamericane e caraibiche. La stessa logica di uso di strutture di proprietà nazionale, addestramento, invio di armamento, esercitazioni congiunte e missioni di “appoggio tattico” la troviamo in Guatemala e Belize.

Particolare è invece il caso dell’Honduras, dove la recente pubblicazione e diffusione di 37 audio che coinvolgono politici e funzionari pubblici locali ha svelato un piano strategico del presidente Trump, in alleanza con le lobby israeliane, i governi Netanyahu e Milei e con l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández come testa di ponte, per recuperare il controllo della regione. Uno degli strumenti sarà proprio la costruzione di una nuova base militare statunitense sull’isola caraibica di Roatán, la quale si aggiungerebbe a quella di Palmerola/Soto Cano e a una serie di installazioni di reazione rapida sparse per il territorio honduregno.

Tra il 2025 e il 2026, all’interno dell’escalation militare degli Stati Uniti nei Caraibi e dell’assedio al Venezuela e a Cuba, anche Portorico e la Repubblica Dominicana hanno vissuto un processo di forte rimilitarizzazione. Sono state riattivate vecchie basi militari portoricane, concesso l’uso temporaneo di basi aeree e dell’aeroporto nazionale di Santo Domingo per l’operazione “Southern Spear” e dislocati in varie aree non meno di diecimila soldati statunitensi. In Costa Rica, invece, il governo ultraconservatore di Rodrigo Cháves e quello della sua successora Laura Fernández hanno lanciato la proposta per la costruzione di tre basi militari statunitensi. Per il momento non sono riusciti a raccogliere i voti necessari in Parlamento. Intanto continuano le esercitazioni e operazioni di pattugliamento congiunte.

“Si tratta di una strategia di un impero in decadenza, che conta sul sostegno della destra continentale subordinata a suoi interessi e che si scontra con la resistenza e la lotta dei popoli, ognuna con caratteristiche diverse in base al Paese”, spiega a Pagine Esteri, Giovani Del Prete, coordinatore operativo della segreteria continentale di ALBA Movimientos. “La militarizzazione porta repressione e violenza contra la popolazione organizzata, contro i settori più deboli ed emarginati. Ed è una violenza di quei corpi repressivi dello Stato, molto spesso equipaggiati, addestrati e indottrinati proprio da personale statunitense e israeliano”, spiega l’attivista.

Secondo Del Prete, dietro lo spiegamento di forze e le politiche violatorie del diritto internazionale e di qualsiasi logica di convivenza e di rispetto della sovranità nazionale, ci sono motivazioni strettamente legate alle enormi difficoltà che vivono gli Stati Uniti. “Devono contenere la loro decadenza economica e politica legata alla vecchia agenda ultra neoliberista e ricorrono quindi alla militarizzazione, all’ingerenza, alle minacce e ritorsioni per garantirsi risorse strategiche per il loro sviluppo industriale, militare e tecnologico”. In questo senso –continua– le terre rare del Brasile, il petrolio del Venezuela, il litio della Bolivia, la posizione geostrategica delle nazioni centro e sudamericane, ma anche l’attacco viscerale a tutti quei governi e movimenti che non si piegano ai loro interessi sono essenziali per mantenere l’egemonia.

“Imperialismo, militarizzazione e agenda neoliberista sono facce della stessa medaglia e oggi più che mai, è necessaria la resistenza e la lotta dei popoli contro questo mostro. L’Hondurasgate ha dimostrato che non si tratta di teorie complottistiche, bensì di qualcosa di reale con cui dobbiamo fare i conti e contro cui si deve combattere”, conclude Del Prete.

Fonte: Pagine Esteri

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Le manovre di Stati Uniti e Israele per controllare l’Honduras

Honduras

Le manovre di Stati Uniti e Israele per controllare l’Honduras
La grazia di Washington all’ex presidente Hernández, condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga, avrebbe l’obiettivo di favorire aziende statunitensi e israeliane. L’economia della “grazia” di Trump concede l’indulto a persone con cui ha rapporti commerciali, ottenendo benefici enormi per sé e per la propria famiglia.
https://pagineesteri.it/2026/04/30/america-latina/le-manovre-di-stati-uniti-e-israele-per-controllare-lhonduras/
Il 26 novembre scorso, a pochi giorni dalle elezioni e in pieno silenzio elettorale, un primo messaggio su Truth del presidente statunitense Donald Trump sconvolse il delicato equilibrio di un ambiente già di per sé incerto e teso. Sulla falsariga di quanto già avvenuto in Argentina con il sostegno a Javier Milei, il governante investiva ufficialmente l’ultraconservatore Nasry ‘Tito’ Asfura (Partito Nazionale) dei favori di Washington, satanizzando al contempo la candidata progressista Rixi Moncada (Partito Libertà e Rifondazione – Libre) e l’altro membro del bipartitismo tradizionale Salvador Nasralla (Partito Liberale).

“La democrazia è messa alla prova nelle prossime elezioni in Honduras. Riusciranno Maduro e i suoi narcotrafficanti a impadronirsi di un altro Paese come hanno fatto con Cuba, Nicaragua e Venezuela? L’uomo che difende la democrazia e combatte contro Maduro è Tito Asfura (…) e la sua principale avversaria è Rixi Moncada, che dichiara di avere Fidel Castro come idolo (…) I comunisti stanno cercando di ingannare il popolo con un terzo candidato, Salvador Nasralla che non è un amico della libertà (…) Io e Tito possiamo lavorare insieme per combattere i narcocomunisti e portare gli aiuti necessari al popolo honduregno”, scriveva Trump.

Il 28 novembre, a poche ore dal voto, rincarò la dose con nuove minacce e con un annuncio shock: la concessione della grazia all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere per crimini legati al traffico di droga. Nello specifico, Hernández era stato accusato e poi condannato negli Stati Uniti per avere partecipato a “una cospirazione corrotta e violenta di traffico di droga per facilitare l’importazione di centinaia di migliaia di chilogrammi di cocaina (circa 500 tonnellate)”. In pratica usava poliziotti e militari per proteggere i carichi che venivano inviati negli Stati Uniti, estradava i narcotrafficanti rivali e proteggeva i suoi complici, tra cui il cartello di Sinaloa. Con le tangenti che riceveva finanziava campagne politiche ed elettorali.

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Cuba

Cuba

Il cappio di Washington su Cuba: l’offensiva di Trump e Rubio tra embargo e minacce di invasione

Dall’asfissia energetica al ricatto delle armi, la strategia della terra bruciata per spezzare il battito sovrano dell’isola

Tegucigalpa, 22 aprile 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) -.

Durante i primi mesi del 2026, il presidente statunitense Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio hanno intensificato la retorica aggressiva e le azioni concrete contro il governo cubano. Pochi giorni dopo l’invasione del Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata e “primera combatiente” Cilia Flores, Trump ha minacciato ritorsioni economiche contro chi avesse fornito petrolio all’isola. La nuova misura, una delle tante prese da Washington contrarie al diritto internazionale, ha di fatto contribuito a generare una delle crisi energetiche più gravi degli ultimi decenni, che si somma alle già precarie condizioni prodotto dell’ultradecennale embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti.

Secondo Cuba, i danni causati dal bloqueo ammonterebbero a circa 171 miliardi di dollari. Solo nel 2024 hanno superato i 7,5 miliardi, ovvero 625 milioni al mese, quasi 21 milioni al giorno e più di 868 mila dollari all’ora. Un incremento vicino al 50% rispetto all’anno precedente, ha assicurato il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, durante una recente apparizione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

A dare un’impennata alla crisi ci aveva già pensato Trump durante il suo primo periodo presidenziale (2017-2020). Dopo le misure di allentamento delle restrizioni agli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cuba adottate nel 2015 dal presidente Obama (‪2009-2016), il tycoon pose fine al disgelo e intensificò l’attacco. Ritirò il 60% del personale della nuova ambasciata all’Avana, limitò la concessione dei visti ed espulse diversi diplomatici cubani dall’ambasciata di Washington.

Nella speranza di creare le condizioni favorevoli al rovesciamento del governo rivoluzionario, Trump ha inasprito l’embargo adottando 243 misure unilaterali.

Tra le più estreme figura l’ammissibilità di procedimenti giudiziari nei tribunali statunitensi in base al Titolo III della Legge Helms-Burton, che dà la possibilità di promuovere azioni legali contro persone ed entità, anche di paesi terzi, che investono nel territorio cubano in proprietà nazionalizzate dopo il 1959. Sono state anche adottate nuove misure per restringere ulteriormente i viaggi a Cuba, imposti nuovi limiti alle rimesse (invio di denaro), boicottati gli accordi di cooperazione medica internazionale e creati nuovi strumenti coercitivi nella sfera commerciale, come, ad esempio, impedire le importazioni di prodotti provenienti da qualsiasi Paese che contengano più del 10% di componenti statunitensi.

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Pubblicato in CUBA.

I MAGA provano a prendersi l’America Latina con lo “scudo” di Trump

America Latina

I MAGA provano a prendersi l’America Latina con lo “scudo” di Trump

La lotta al narcotraffico e l’asse con i governi ultraconservatori servono solo a mascherare la militarizzazione statunitense dell’America del Sud
Managua, 9 aprile 2026 (di Giorgio Trucchi / Pagine Esteri) -.

Il 7 marzo scorso, il presidente statunitense Donald Trump e dodici capi di Stato latinoamericani e caraibici si sono riuniti a Doral, comune della Contea di Miami-Dade in Florida, dando vita a quello che si conosce come “Scudo delle Americhe” (Shield of the Americas).

Il documento finale firmato dai tredici governanti, tra cui Javier Milei (Argentina), José Antonio Kast (Cile), Daniel Noboa (Ecuador), Nayib Bukele (El Salvador), Nasry Asfura (Honduras) e José Raúl Mulino (Panama), prevede la messa in campo e l’utilizzo di “tutte le risorse necessarie e le facoltà legali disponibili” per smantellare i cartelli (della droga) e le organizzazioni terroriste nell’emisfero occidentale, togliendo loro qualsiasi controllo territoriale, accesso a finanziamento o ad altre risorse. Tra gli obiettivi anche quello di “tenere a bada le minacce esterne”, tra cui “le influenze straniere maligne extra emisfero occidentale”.

Per questa pseudo crociata contro il narcoterrorismo, come ama definirlo Trump, gli Stati Uniti lanciano una sorta di progetto di cooperazione militare multilaterale con governi ultraconservatori, dichiaratamente allineati con il trumpismo e gli interessi geopolitici e geostrategici di Washington. In tutto ciò, la lotta contro il traffico di droga c’entra poco o nulla e il mancato invito a potenze politiche ed economiche latinoamericane come Brasile, Colombia e Messico, i cui governi non seguono pedissequamente gli ordini di Washington, ne è la conferma.

“Si tratta di una riedizione 2.0 della vecchia dottrina Monroe di dominazione continentale e dell’imposizione dell’ideologia MAGA (Make America Great Again – America First). La retorica della lotta contro il narcotraffico non è altro che una facciata che serve a mascherare il processo accelerato di riposizionamento USA in America Latina, ridefinendo il suo perimetro di sicurezza e inasprendo le politiche interventiste e la militarizzazione della regione”, spiega a Pagine Esteri, Giovani Del Prete, coordinatore operativo della segreteria continentale di ALBA Movimientos.

Per poter avanzare con il suo progetto, continua Del Prete, Trump stringe alleanze con governi satellite, espressioni della destra ultra neoliberista latinoamericana, che garantiscono, costi quel che costi, gli interessi “stelle e strisce”. Oltre a ricomporre l’influenza statunitense sul continente, gli obiettivi del decantato “Scudo” sono quelli di scardinare il processo d’integrazione e indipendenza latinoamericana iniziato con la creazione di Alba-Tcp (Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America – Trattato di commercio dei popoli) e Celac (Comunità degli stati latinoamericani e dei caraibi) e stroncare l’avanzata cinese (e le influenze russe) come principale partner commerciale del Centro e Sud America, in settori strategici come infrastrutture, tecnologie ed energia. Attualmente, più di venti paesi del continente hanno firmato memorandum d’intesa per partecipare alla Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta).

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L’offensiva di Washington contro le brigate mediche cubane

L’offensiva di Washington contro le brigate mediche cubane

L’Honduras e gli altri governi alleati degli Stati Uniti interrompono gli accordi di cooperazione sanitaria penalizzando le fasce più povere della popolazione latinoamericana

Tegucigalpa, 7 marzo 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) -.
Negli ultimi giorni, circa 170 medici cubani hanno lasciato l’Honduras, dopo che l’attuale governo del conservatore Nasry Asfura ha deciso di non rinnovare l’accordo interistituzionale, firmato durante l’amministrazione dell’ex presidente Xiomara Castro e scaduto lo scorso 25 febbraio. Una scelta che non sorprende e che lo stesso Asfura ha catalogato come “una decisione di politica estera”, visti i legami di estrema sudditanza della nuova amministrazione honduregna nei confronti degli Stati Uniti e l’offensiva lanciata da Donald Trump contro Cuba.

È proprio di questi giorni la disposizione del presidente ecuadoriano Daniel Noboa di rompere i rapporti diplomatici con la maggiore delle Grandi Antille ed espellerne il personale accreditato. Per promuovere “libertà, sicurezza e prosperità nella regione”, Noboa, Asfura e altri 10 presidenti latinoamericani allineati fedelmente agli interessi di Washington si riuniranno con Trump il prossimo 7 marzo. Limitare la presenza e l’influenza politica ed economica di Cina e Russia in America Latina, raccattare sostegno diplomatico (e logistico) all’ultima avventura trumpiana in Medioriente e rafforzare la “Dottrina Donroe” nel continente in vista delle elezioni in Colombia e Brasile, sembrano essere i veri obiettivi dell’incontro.

In questo contesto, l’attacco sistematico dei governi vassalli a Cuba assume una rilevanza particolare. Sgretolare la credibilità del lavoro svolto dalle brigate mediche in giro per il mondo diventa un tassello strategico per l’amministrazione Trump. Proprio per questo, lo scorso anno gli Stati Uniti hanno annunciato un ampliamento delle restrizioni sui visti a quelle persone che si beneficiano del presunto “sfruttamento del lavoro” dei medici cubani all’estero. Cuba è stata inoltre inserita in una lista nera di nazioni che non compiono gli standard minimi di lotta contro la tratta delle persone. Nel mirino ci sono lavoratori e funzionari del governo cubano e di quelle nazioni coinvolte in programmi legati alle missioni mediche.

Misure in perfetta continuità con le politiche adottate da Trump durante il suo primo mandato. Sono quasi 150 le disposizioni che hanno inasprito la famigerata Legge Helms-Burton. L’attacco alle brigate mediche non è altro che l’ennesimo tentativo di delegittimare il prestigio internazionale di cui gode uno dei bastioni della politica solidale della rivoluzione cubana. Si dà inoltre un’ulteriore spallata agli ingressi di divisa nell’isola.
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Cuba sotto attacco

Cuba sotto attacco, ma pronta a lottare
Attivate misure interne urgenti.
Appello alla solidarietà internazionale

Managua, 9 febbraio 2026 (di Giorgio Trucchi | LINyM)

 Cuba è sotto attacco, assediata come mai prima d’ora. Forse uno dei momenti più difficili per la più grande delle Antille e la sua rivoluzione, anche se non è una novità. Infatti, questo mese ricorre il 64° anniversario dell’inizio del criminale bloqueo economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti contro l’isola.
Un embargo che ha causato danni per oltre 629 milioni di dollari al mese, con ripercussioni molto profonde sulla vita quotidiana della popolazione. A prezzi correnti, i danni accumulati in oltre sei decenni di guerra economica superano i 164 miliardi di dollari.
L’attuale congiuntura politica in America Latina, con una significativa avanzata della destra e dell’estrema destra in quasi tutta la regione, la rimilitarizzazione imperiale dei Caraibi e le persistenti minacce contro quei governi che non si piegano agli interessi di Washington, complica notevolmente lo scenario.

Allo stesso modo, l’obsolescenza e la rapida perdita di influenza degli organismi multilaterali come l’Onu, la profonda crisi del diritto internazionale, l’attacco criminale contro il Venezuela e il suo legittimo presidente e la più recente direttiva emanata da Donald Trump, segnano e contribuiscono all’inasprimento dell’offensiva contro Cuba.

Se c’è una cosa che non dobbiamo mai dimenticare è che l’obiettivo di tutte le amministrazioni statunitensi, senza eccezioni, è sempre stato uno solo: smantellare un processo rivoluzionario che, nonostante l’assedio criminale imposto dalla Casa Bianca, le cose positive e gli errori commessi nella ricerca di misure che facessero fronte all’embargo, continua a godere di una notevole coesione tra il gruppo dirigente, la base sociale e il progetto.

Possono esserci state modifiche della strategia, come ad esempio durante il governo di Obama, ma l’obiettivo è sempre stato quello di spazzare via la rivoluzione.

Più pressione

È indubbio che durante i due mandati di Donald Trump ci sia stato un profondo inasprimento della pressione sull’isola. Dopo aver ripristinato dure restrizioni e sanzioni al flusso di denaro, merci e persone verso Cuba durante il suo primo periodo (attivazione del titolo III della legge Helms-Burton), Trump ha reinserito Cuba nell’elenco dei paesi che sostengono il terrorismo, causando gravi ripercussioni economiche, finanziarie e legali.

La nomina di Marco Rubio a Segretario di Stato e la recente firma di un ordine esecutivo che stabilisce che Cuba rappresenta “una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”, insieme all’imposizione di dazi aggiuntivi ai paesi che le forniscono petrolio, inaspriscono ulteriormente l’assedio criminale.

La risposta del governo cubano non si è fatta attendere. “Con un pretesto mendace e privo di argomenti, […] il presidente Trump intende soffocare l’economia cubana imponendo dazi ai paesi che commerciano petrolio con Cuba in modo sovrano”, ha affermato il presidente Díaz-Canel.

Queste misure, ha continuato, dimostrano “la natura fascista, criminale e genocida di una cricca che ha sequestrato gli interessi del popolo statunitense per fini puramente personali”.

Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha definito l’ordine esecutivo un ricatto affinché i paesi si uniscano alla “politica di embargo contro Cuba, universalmente condannata […] in violazione di tutte le norme del libero commercio”.

Immediata anche la reazione delle istituzioni cubane per affrontare la crisi. Durante una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri, Díaz-Canel ha ribadito la sua convinzione che il Paese e il suo popolo sapranno superare questa situazione.

“La vita ci ha dimostrato, come lezione della rivoluzione, che ci saranno sempre soluzioni anche per i problemi più complessi”, ha affermato il presidente cubano. “Cuba non si fermerà, Cuba non si arrenderà, nessuno ci fermerà”, ha aggiunto il primo ministro Manuel Marrero Cruz.

Nel frattempo, verrà accelerato il programma di generazione di energia fotovoltaica e da altre fonti rinnovabili, adottando al contempo misure straordinarie per far fronte alla carenza di carburante e informando “in modo obiettivo, ampio e tempestivo la popolazione su queste misure”.

Un popolo coraggioso
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Pubblicato in CUBA.

Costa Rica al voto

Costa Rica al voto, tra astensionismo e continuità neoliberista
Da “Svizzera del Centro America” a pedone degli USA

Managua, 30 gennaio 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri) -. 

Il 1° febbraio, circa 3,7 milioni di costaricani saranno chiamati alle urne per eleggere il prossimo presidente e 57 deputati. La legge elettorale del Costarica prevede l’elezione al primo turno con il 40% dei voti, altrimenti è previsto il ballottaggio il 5 aprile tra i due candidati più votati.

Laura Fernández, ex ministra di Pianificazione e della Presidenza nel governo uscente dell’ultra-neoliberista ed ex funzionario della Banca mondiale, Rodrigo Chaves, è in testa a tutti i sondaggi e potrebbe chiudere la partita già al primo turno. Ancora molto alta la percentuale degli indecisi, circa il 32% tra chi assicura che andrà a votare. L’astensionismo potrebbe avvicinarsi al 50%.

Fernández si presenta come la “candidata della continuità” per il Partito popolo sovrano (Ppso), un “partito taxi” come quello di Chaves, cioè di recente formazione, senza un’ideologia o base solida, con scarsa militanza e senza struttura, che viene creato con l’unico obiettivo di portare un candidato alle elezioni.

Tra i principali avversari di Fernández, ma molto lontani nei sondaggi, troviamo Álvaro Ramos del tradizionale Partito liberazione nazionale e l’ultraconservatore Fabricio Alvarado del Partito nuova repubblica. Pressoché inesistenti le possibilità di secondo turno per i candidati, sulla carta progressisti, del Fronte ampio (Ariel Robles) e della Coalizione agenda cittadina (Claudia Dobles).

Sicurezza, riduzione dello Stato e delle politiche sociali, privatizzazione dei servizi pubblici, apertura al capitale multinazionale e svendita dei beni comuni, nonché liberalizzazione del mercato lavoro e riforme costituzionali che indeboliscano l’equilibrio tra poteri caratterizzano l’agenda della Fernández. Con lei, almeno 17 piccole formazioni politiche insignificanti in termini elettorali, ma che le serviranno per cercare di ottenere la maggioranza assoluta parlamentare.

Il Costarica, tradizionalmente conosciuto come la “Svizzera del Centro America”, come un Paese sicuro, di pace e democrazia, attento all’ambiente, senza esercito, con uno Stato forte che garantisce servizi pubblici e programmi sociali di qualità, è oramai un ricordo.

Il punto di rottura fu il progressivo spostamento dal modello costaricano dello stato di benessere (1950-1980), basato sulla solidarietà e politiche sociali inclusive, a uno neoliberista che ebbe come tappe di consolidazione l’elezione di Oscar Arias a metà degli anni ottanta, i programmi di ristrutturazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) nei 90 e la firma del Trattato di libero commercio tra Stati Uniti, Centroamerica e Repubblica Dominicana (Cafta) all’inizio del nuovo secolo.
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Honduras

Berta Cáceres, capitale finanziario e istituzioni sul banco degli imputati

Rapporto di organismo internazionale indipendente fa luce sui mandanti

 

Managua, 20 gennaio 2026 (di Giorgio Trucchi | LINyM) 

Il 12 gennaio, a poco più di un mese dal decimo anniversario dell’omicidio della dirigente indigena e attivista popolare Berta Cáceres, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) ha presentato un rapporto con i risultati di una lunga e complessa indagine, che aveva l’obiettivo di far luce sui responsabili della pianificazione, finanziamento ed esecuzione del crimine.

Nel novembre 2024, la Sala Penale della Corte suprema di giustizia dell’Honduras ha deciso di confermare le sentenze emesse contro i sette esecutori materiali [1], con pene comprese tra i 30 e i 50 anni di reclusione.

Per David Castillo, coautore dell’omicidio, ex presidente della società Desarrollos Energéticos SA (Desa) ed ex membro dei servizi segreti delle forze armate honduregne, la Sala ha deciso di modificare le circostanze aggravanti e di ridurre la pena di 22 anni e 6 mesi inflitta in primo grado. Inoltre, a Castillo sono stati aggiunti altri 5 anni per frode relativa al progetto idroelettrico Agua Zarca.

Nonostante questo primo importante passo avanti, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), la famiglia dell’attivista popolare e il team di parte civile continuano a chiedere cattura e punizione per i mandanti dell’omicidio. Finora, è stato emesso un solo mandato di arresto nei confronti di Daniel Atala Midence, ex direttore finanziario di Desa e ancora latitante.

Si crea il GIEI

Il GIEI si è insediato in Honduras il 14 febbraio 2025, a seguito di un accordo tra la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), lo Stato dell’Honduras, il Copinh e il Centro per la giustizia e il diritto internazionale (Cejil).

Tra le prime rivelazioni del rapporto del gruppo di esperti figura la “non occasionalità” dell’omicidio della Cáceres.

“L’irruzione armata che ha posto fine alla vita di Berta Cáceres non è stato un fatto fortuito, né un atto di violenza comune. È stato il culmine di un lungo processo di persecuzione, sorveglianza, criminalizzazione e violenza esercitato contro la leader indigena, che per anni ha guidato la difesa del territorio Lenca contro l’imposizione del progetto idroelettrico Agua Zarca, in un contesto caratterizzato dalla concentrazione del potere economico e da istituzioni cooptate da interessi privati”, sottolinea il GIEI.

I tre esperti internazionali [2] hanno poi continuato chiarendo che l’omicidio di Berta Cáceres era prevedibile e prevenibile. “Le autorità non hanno attivato meccanismi di prevenzione, non hanno ampliato le intercettazioni, né hanno effettuato arresti tempestivi. Questa inazione, di fronte a una ‘scoperta inevitabile’, costituisce una grave violazione del dovere di diligenza”.

Inoltre, determinano che il crimine contro l’attivista è stato preceduto da molteplici operazioni illegali di intelligence, sorveglianza sistematica e pianificazione logistica, nonché da ostacoli deliberati alle indagini penali e omissioni strutturali sin dalle prime ore successive all’omicidio, che di fatto hanno impedito un’indagine completa.

Un omicidio d’impresa
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