America Latina
Bukele applaude l’attacco Usa al Venezuela
L’uomo forte di El Salvador tra autoritarismo interno e fedeltà a Washington
Managua, 13 gennaio 2026 (di Giorgio Trucchi | Pagine Esteri)
Tra i governi latinoamericani che hanno platealmente applaudito l’attacco militare Usa al Venezuela lo scorso 3 gennaio compare quello salvadoregno, la cui figura di maggior spicco è rappresentata dall’istrionico presidente Nayib Bukele.
Il capo di Stato che nel suo account di X si denomina “philosopher king” o “il dittatore più geniale del mondo”, in pochi anni ha stravolto una nazione che con difficoltà cercava di ricostruire una propria identità, dopo decenni di dittature militari e una guerra civile che ha fatto più di 75 mila morti, con centinaia di massacri, migliaia di desaparecidos e milioni di sfollati.
Chi conosce un po’ la storia della martoriata America Centrale (e Latina) e la metafora geopolitica del “cortile di casa”, introdotta dalla nefasta dottrina Monroe, sa che decenni di oppressione e di guerra contro-insurrezionale in El Salvador, con il sostegno politico, economico e soprattutto militare Usa, hanno portato milioni di persone a emigrare all’estero.
Oltre 2,5 milioni di salvadoregni che vivono negli Stati Uniti non solo rappresentano oggi una colonna portante dell’economia del più piccolo dei Paesi latinoamericani, con circa 8,5 miliardi di dollari (24% del PIL) inviati nel 2024, ma anche una moneta di ricatto spesso usata dalle amministrazioni statunitensi per blandire quei governi che non si allineano coi loro interessi.
Nonostante il presidente salvadoregno si vanti pubblicamente di avere un grande consenso, soprattutto tra i giovani, di avere promosso il bitcoin come valuta ufficiale, sistemato i conti pubblici e ridotto drasticamente gli indici di criminalità, Bukele resta una figura molto controversa, che però, paradossalmente, piace a certi settori del progressismo latinoamericano.
Oltre a controllare in modo ferreo le istituzioni, mantenere un’alleanza strategica con esercito e polizia e attaccare sistematicamente tutto ciò che si frappone tra lui e i suoi progetti, il presidente salvadoregno da un lato alza la voce ed esige agli Stati Uniti libertà d’azione e il diritto di fare ciò che è necessario per raggiungere i suoi obiettivi, dall’altro non disdegna una relazione privilegiata con il conservatorismo statunitense più profondo.
Fin dall’inizio del suo primo mandato presidenziale (2019), infatti, Bukele fu segnalato come il “niño mimado” (bambino viziato) di Trump, verso il quale ebbe parole affettuose definendolo “un presidente molto gentile e simpatico”.
Nonostante molte decisioni del presidente salvadoregno abbiano fatto storcere il naso a Washington, come quella di defenestrare magistrati della Sala Costituzionale e farsi rieleggere nonostante la Carta Magna lo vietasse, Bukele rappresenta per le amministrazioni statunitensi un elemento importante di continuità.
“L’obiettivo di Washington è stato chiaro fin dall’inizio: investire su chi avesse le potenzialità per annientare definitivamente qualsiasi opzione e progetto progressista e di sinistra nel Paese”, spiega a Pagine Esteri l’economista e analista politico César Villalona.
Ha iniziato con l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (Fmln), convertita dopo gli Accordi di Pace del 1992 in opzione politica e proseguito poi colpendo qualsiasi entità organizzata che puzzasse di “comunismo”.
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