Corsi di Spagnolo Circ. di Bologna 2018

CORSI DI LINGUA SPAGNOLA ASSOCIAZIONE ITALIA – NICARAGUA
Circolo di BOLOGNA

Inizio Corsi trimestre Ottobre – Dicembre 2018/ Lunedì 9 Ottobre 2018
c/o Circolo 20Pietre – Via Marzabotto, 2 Bologna – Zona Osp.Maggiore

Lunedì- mercoledì

18.30 – 20.00  I  Livello

20.00 – 21.30  II Livello

Martedì e giovedì

18.30 – 20.00  III Livello

20.00 – 21.30  I Livello

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Costarica-Bambini intossicati per fumigazione in piantagioni di ananas

Costarica

Bambini intossicati per fumigazione  in piantagioni di ananas

Nella “verde” ed “ecologica” Costarica le piantagioni circondano scuole e centri abitati

San José (Rel-UITA | LINyM) -.

In Costarica l’espansione senza controllo delle monocolture estensive, in particolare quella dell’ananas, è diventato un problema molto serio che si contrappone all’immagine di nazione “verde”, “ecologica” e “pacifica” che le autorità continuano a vendere al mondo.

La scorsa settimana, insegnanti e studenti della scuola primaria “La Ceiba” di Platanar, distretto di Florencia, sono rimasti intossicati e sono stati portati al pronto soccorso dell’ospedale di San Carlos. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, la causa sarebbe  la fumigazione con pesticidi della piantagione di ananas Bella Vista che circonda la scuola.

Delle 22 persone che hanno cominiciato ad avere mal di testa, nausea e vertigini, 16 sono bambini che frequentano la scuola primaria.

La Federazione costaricana per la conservazione della natura (Fecon) ha avvertito con un comunicato che in Costarica non esistono norme che regolamentino le fumigazioni con pesticidi in prossimità di centri abitati, scuole e ospedali. Nemmeno il Manuale di buone pratiche agronomiche per la coltivazione dell’ananas, pubblicato recentemente dal Servizio fitosanitario statale (Sfe), menziona la distanza minima che deve essere garantita tra una piantagione e le aree abitate.

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Honduras: Intervista a Raúl Álvarez detenuto politico

Honduras “Non mi hanno piegato e la lotta continua”

Intervista a Raúl Álvarez detenuto politico

Tegucigalpa, 30 agosto (Rel-UITA | LINyM)

Il 16 agosto è stato un giorno speciale per Raúl Álvarez. Dopo quasi 20 mesi rinchiuso in una prigione di massima sicurezza – di massima tortura direbbe Bertha Oliva del Cofadeh – il tribunale ha di fatto riconosciuto gli errori e le illegalità (intenzionali?) commesse nell’udienza preliminare e gli ha concesso misure alternative alla detenzione.

Nel gennaio dell’anno scorso, durante l’ondata di proteste seguita ai brogli elettorali che portarono alla riconferma di Juan Orlando Hernández alla presidenza, Raúl Álvarez e Edwin Espinal furono arrestati e accusati dei reati di incendio doloso e danni alla proprietà privata.

Entrambi potranno ora attendere l’inizio del processo da persone libere e chiedono con forza che anche a Rommel Herrera e Gustavo Cáceres, gli altri due detenuti politici arrestati in situazioni simili alla loro, siano concesse le stesse misure alternative.

Pochi giorni dopo il suo rilascio, Raúl, un ex poliziotto impegnato nella lotta per un Honduras migliore, ha conversato con La Rel y la LINyM.

-Cosa si prova a essere di nuovo libero?

-Non ci credevamo quasi più. Quello che è successo a partire dal nostro arresto, l’udienza preliminare e la decisione di rinchiuderci in un carcere di massima sicurezza, tutto quello che abbiamo sofferto in questi mesi, ci aveva tolto quasi tutte le speranze.

Quando ce l’hanno detto non ci potevamo credere. Sono felice perché ho potuto riabbracciare  la mia famiglia, i miei amici. Ed ora eccomi qui.

-Come sono stati questi 20 mesi?

-Sono stati duri, molto difficili. Dal momento della cattura e della nostra reclusione in quel carcere (La Tolva) abbiamo subito un trattamento crudele e disumano. Ci limitavano le visite  e ci siamo sentiti sempre in pericolo di vita. La violazione dei nostri diritti è stata costante.

Ma noi siamo abituati a combattere e quindi siamo riusciti ad allontanare le minacce, a proteggere le nostre vite e a uscire illesi da questo incubo. È comunque una vergogna che le autorità carcerarie non abbiano fatto nulla per proteggerci.

-Qual è stato il momento più difficile?

-Uno dei momenti più difficili è stato quello dopo la mia cattura, quando mi hanno presentato alla società come un pericoloso criminale, un ex poliziotto diventato terrorista. Ma quello che mi ha scosso nel profondo è aver perso mia figlia mentre ero in prigione. Mia moglie era incinta di quattro mesi e mezzo ed era una cosa che avevamo sempre desiderato.

Inoltre la mia casa è stata perquisita illegalmente dalla polizia e mia madre ha cominciato a stare male. Alla fine si è dovuta trasferire a San Pedro Sula e non ci siamo visti per molti mesi. Questa è solo una parte delle cose che mi ha tolto la dittatura.

-Ti sei mai sentito in pericolo?

-Continuamente. L’ambiente era molto ostile e ci minacciavano di continuo. Dicevano che eravamo della Resistenza e che per colpa nostra erano stati sospesi vari benefici, come per esempio le visite familiari e coniugali. Ci accusavano anche per i ritardi nell’approvazione del nuovo Codice penale che prevede la riduzioni di pena per vari delitti.

È stato grazie alla pressione a livello nazionale e internazionale se siamo riusciti a cambiare padiglione e a proteggerci da possibili attacchi.

-Perché senti di essere un detenuto politico?

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Più di 13 milioni di firme di venezuelani contro le ostilità di Trump

Più di 13 milioni di firme di venezuelani contro le ostilità di Trump
Granma-Internet@granma.cu
13 agosto 2019

L’iniziativa di raccolta delle firme contro il blocco imposto dagli Stati Uniti al Venezuela è continuata in tutte le principali città del paese sudamericano, il giorno dopo la positiva giornata mondiale contro la politica ostile del presidente Donald Trump verso Caracas, nella quale il Venezuela si è coperto dei colori della vittoria e dell’unità.

In differenti città venezuelane le persone vanno ai tavolini disposti per raccogliere milioni di firme che saranno inviate all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

Le firme, ha informato Telesur, si raccolgono in tutto il mondo e quindi si consegneranno nella sede della ONU al segretario generale António Guterres, per far sì che si realizzino azioni per eliminare tutte le sanzioni imposte da Trump, che danneggiano la popolazione venezuelana.«Abbiamo raccolto più di 13 milioni di firme solo nella patria venezuelana», ha detto da Caracas il ministro per la Comunicazione, coordinatore della giornata mondiale «Non più Trump», Jorge Rodríguez, che ha specificato che le firme saranno raccolte per un mese.
Non più Trump

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Honduras-“Creiamo progetti di vita e allo Stato non frega niente”

Honduras
Creiamo progetti di vita e allo Stato non frega niente”

Popolazione garifuna denuncia minacce e attacchi
Tegucigalpa, 17 agosto (LINyM) .
Il popolo garifuna è sotto attacco in Honduras. Progetti estrattivi, energetici, agroesportatori, turistici e petroliferi, associati alla presenza della criminalità organizzata e del traffico di stupefacenti e all’inoperanza e complicità dello Stato, stanno mettendo seriamente in pericolo la sopravvivenza e il futuro di decine di comunità che resistono e lottano contra la minaccia d’espulsione e un nuovo esilio (dopo quello subito nel 1797 dall’isola di San Vicente/Antille Minori).
Nel 1997, al popolo garifuna è stata riconosciuta la proprietà comune dei 980 ettari del territorio di Vallecito, dipartimento di Colón (nord dell’Honduras). L’anno successivo, il latifondista Miguel Facussé Barjum ha invaso parte di queste terre per piantare palma africana.

Una sentenza della Corte suprema di giustizia l’ha obbligato a rinunciare alle sue pretese sulle terre garifuna. Pochi mesi dopo, persone legate al crimine organizzato hanno occupato quasi l’80% del territorio di Vallecito e hanno costruito una pista d’atterraggio clandestina per il traffico di droga.

Nel 2013 le terre sono finalmente tornate in mano alla comunità garifuna di Vallecito, legata alla Ofraneh (Organizzazione fraternale nera honduregna). Nonostante le minacce, gli attacchi fisici e psicologici, i ripetuti sabotaggi e l’assedio permanente, le famiglie hanno deciso di esercitare il loro diritto alla proprietà collettiva, avviando progetti di sovranità alimentare che si propongono di garantire il futuro di migliaia di famiglie.

Gli attacchi però non sono mai cessati. La comunità di Vallecito e la dirigente garifuna Miriam Miranda – entrambi godono di misure cautelari disposte dalla Commissione interamericana dei diritti umani, rimaste incompiute da parte dello Stato honduregno – vivono sotto la costante minaccia di nueve e potenzialmente fatali aggressioni.

Perfino le misure di vigilanza a carico della polizia, che hanno funzionato durante il 2014 e 2015, sono state inspiegabilmente soppresse.

“Negli ultimi mesi si è intensificata la presenza di persone armate. Rompono il recinto che abbiamo costruito ed entrano con macchine e moto. La comunità è molto preoccupata”, ha detto Miranda alla LINyM

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L’altra faccia delle elezioni in Guatemala

L’altra faccia delle elezioni in Guatemala
Criminalizzazione della protesta, omicidi e impunità

Managua, 2 agosto (Altrenotizie | LINyM) 
Jorge Cuc Cucul, 77 anni, è stato assassinato il 25 luglio mentre lavorava nel suo campo di mais. Cuc era presidente della struttura locale del Comitato per lo sviluppo contadino, Codeca, nel villaggio Paracaidista, Livingston.

Con lui sono già 14 i dirigenti del Codeca, un movimento indigeno e contadino molto attivo a livello nazionale, assassinati in poco più di un anno. Il primo fu Luis Marroquín, membro della direzione nazionale, ucciso con nove colpi di arma da fuoco agli inizi di maggio 2018. Il Suv con i vetri oscurati da cui sono scesi i sicari era di proprietà del sindaco di San Pedro Pinula, fedelissimo del presidente guatemalteco Jimmy Morales. A nessuno interessò e questo particolare fu presto dimenticato, come furono dimenticati gli altri omicidi per i quali non c’è una sola persona in carcere.

L’impunità regna sovrana in Guatemala e la giustizia continua a essere a doppio binario: alta velocità quando si criminalizza la protesta sociale e a passo d’uomo quando si indaga su membri dell’oligarchia guatemalteca o delle forze armate.

Secondo l’ultimo rapporto dell’osservatorio britannico Global Witness “Nemici dello Stato?”[1], nell’ultimo anno in Guatemala gli omicidi dei difensori della terra e dei beni comuni sono quintuplicati, passando dai 3 nel 2017 ai 16 dell’anno scorso. Il paese centroamericano è diventato così il più letale in termini di omicidi pro capite. Se a ciò aggiungiamo che il Guatemala è considerato dalle Nazioni unite uno dei Paesi più pericolosi in America latina per l’esercizio del sindacalismo, il quadro che ne esce è a dir poco allarmante. 

Movimenti sociali sotto attacco

Più il Codeca intensificava il lavoro organizzativo comunitario a livello nazionale e più gli attacchi contro i suoi membri si moltiplicavano. Agli inizi si trattava di minacce, persecuzione, denunce per usurpazione di terreno, campagne diffamatorie. Poi il livello delle aggressioni è aumentato. La decisione di creare il Movimento per la liberazione dei popoli, Mlp, uno strumento politico che nascesse dal movimento indigeno e contadino, ha acuito la repressione.

“L’omicidio di tanti compagni e compagne ha l’obiettivo di frenare una lotta che oramai non è più solo per garantire i diritti, ma per promuovere cambiamenti strutturali nel modello neoliberista che impera in Guatemala, attraverso un processo di assemblea costituente popolare e plurinazionale”, dice Leiria Vay García, dirigente nazionale del Codeca.

Una proposta che è stata presentata, discussa e fatta propria da centinaia di comunità in tutto il Guatemala e che ha provocato reazioni sempre più violente da parte della vecchia e nuova oligarchia guatemalteca, molto spesso collusa con il malaffare, il crimine organizzato e il narcotraffico.

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Nicaragua, dollari e bugie

Nicaragua, dollari e bugie
Le menzogne hanno le gambe corte

(Managua, 29 luglio (Altrenotizie) 
Agli inizi di luglio, dopo una riunione con il vescovo ultraconservatore di Estelí Abelardo Mata, alcuni dirigenti dell’Associazione nicaraguense pro diritti umani, Anpdh, hanno deciso un rimpasto nel consiglio di amministrazione, separando Álvaro Leiva dalla carica di segretario esecutivo.

La nuova giunta ha poi chiesto a Leiva di rendere conto di tutte le donazioni ricevute prima, durante e dopo la crisi. Attualmente il discusso difensore dei diritti umani si trova in Costarica, paese in cui si è autoesiliato in agosto dell’anno scorso. Due mesi dopo, il governo del Costarica gli aveva concesso asilo politico.

Dato il rifiuto di Leiva di adempiere ai suoi doveri, i membri del consiglio d’amministrazione della Anpdh lo hanno accusato di essersi appropriato indebitamente di quasi mezzo milione di dollari, nonché di avere alterato i libri contabili e di avere falsificato alcune firme.

Lo accusano anche di avere creato una nuova ong in Costa Rica e di cercare di accedere a nuove fonti di finanziamento usando i canali della Anpdh.

Una valanga di donazioni

La Anpdh, insieme al Cenidh e alla Cpdh [1], hanno svolto una funzione strategica durante la crisi politico-sociale dello scorso anno in Nicaragua, operando come cassa di risonanza internazionale delle denunce dell’opposizione in quanto alle presunte violazioni dei diritti umani da parte del governo sandinista.

Le ingenti donazioni ricevute dalla Anpdh tra il 2017 e il 2019 provengono da organizzazioni internazionali impegnate da sempre nel finanziamento di processi di destabilizzazione di governi e movimenti progressisti in America Latina, tra cui la Fondazione nazionale per la democrazia (National Endowment for Democracy – NED),  l’Istituto nazionale democratico (National Democratic Institute – NDI) e la Fondazione Open Society di George Soros.

Dopo l’inizio della crisi, l’Anpdh è stata l’organizzazione che più ha gonfiato i dati riguardanti decessi, feriti e persone detenute. Nell’ultimo rapporto presentato a settembre dello scorso anno, il cui contenuto è stato ripreso e divulgato come “verità assoluta” da media nazionali d’opposizione e media mainstream, la Ong diretta da Leiva assicurava che in Nicaragua c’erano già più di 560 morti per mano della polizia e dei paramilitari, oltre 4500 feriti e non meno di 1300 tra persone sequestrate e scomparse. Continua a leggere

Honduras “Lo vogliamo libero!”

  Honduras “Lo vogliamo libero!”

Genitori di Rommel Herrera esigono la sua liberazione e quella degli altri detenuti politici

Tegucigalpa, 23 luglio (Rel-UITA | LINyM) -.
Il 31 maggio scorso, la gigantesca  mobilitazione della Piattaforma per la difesa della sanità e l’istruzione, che da mesi lotta contro il progetto di privatizzazione dei servizi pubblici, è stata brutalmente repressa da militari e corpi speciali della polizia. Nonostante la forte tensione che si respirava in capitale, l’ambasciata statunitense a Tegucigalpa era rimasta inspiegabilmente senza la consueta protezione delle forze di polizia.

Tutto era pronto per inscenare un nuovo “falso positivo”, che sarebbe servito a criminalizzare la protesta pacifica e a mandare un messaggio di terrore alla gioventù honduregna, scesa nuovamente in piazza a fianco di medici e maestri.

Rommel Baldemar Herrera Portillo è un giovane maestro di soli 23 anni. Come molti suoi colleghi ha deciso di partecipare alle manifestazioni della Piattaforma. Mentre transitava di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti, vide che alcune persone stavano dando fuoco a dei copertoni proprio davanti alla porta principale della sede diplomatica. Rommel non ci pensò due volte, prese anche lui un paio di copertoni e li lanciò nel falò, poi si rimise in cammino.

Erano passati pochi minuti quando varie pattuglie della polizia militare lo raggiunsero. Rommel venne arrestato e il giorno dopo il Pm lo accusó di danni alla proprietà e incendio aggravato. In attesa dell’udienza preliminare, il giudice dispose la custodia cautelare nel carcere di Tamara, a pochi chilometri da Tegucigalpa. Contravvenendo alla disposizione, le autorità carcerarie decisero di trasferirlo nella prigione di massima sicurezza “La Tolva”, a più di 60 chilometri dalla capitale.

L’udienza preliminare si è svolta il 6 giugno scorso. Nonostante gli avvocati di Rommel abbiano confutato le deboli prove presentate dal Pm, il giudice ha decisio per il rinvio a giudizio del giovane maestro e ha confermato la custodia cautelare nel carcere di massima sicurezza.

I genitori di Rommel, Juan Carlos Herrera e Maricruz Portillo, entrambi professori, hanno dichiarato che il ragazzo è scomparso per 72 ore, durante le quali è stato torturato fisicamente e psicologicamente. Cofadeh, Conadeh, Conaprev e Cptrt hanno confermato quanto denunciato dalla famiglia [1].
“Nostro figlio è un detenuto politico. Incarcerandolo il regime vuole mandare un messaggio alla popolazione che lotta per rivendicare i propri diritti. In questo modo vogliono frenare e criminalizzare la protesta sociale”.

-Cosa è accaduto dopo il 6 giugno?

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UN PO DI STORIA, COLPI DI STATO, TRADIMENTI  E PIANI DI FUGA CON POSTI LIMITATI.

UN PO DI STORIA, COLPI DI STATO, TRADIMENTI  E PIANI DI FUGA CON POSTI LIMITATI.
di: Carlos Fonseca Terán

Fb/ 09/07/2019
La democrazia non dipende dal fatto che un dato partito governa; la Rivoluzione si. Per questo la difesa del nostro governo è prima di tutto la difesa della nostra Rivoluzione,  che ha dato dignità alla nostra patria. Non si può concepire il Nicaragua senza Sandino,  e perciò non si può concepire la bandiera  bianca e azzurra senza la bandiera rossa e nera che la riscattò. La lotta sandinista non è iniziata ieri, ma quasi cento anni fa; il Comandante Daniel Ortega non è sbucato dal nulla, ma é la storia viva della lotta  sandinista  da quasi settanta anni. La Rivoluzione Sandinista non è nata con questo buon governo,  ma ha trionfato già quaranta anni fa.  La lotta di Sandino che dopo sei anni sconfisse quelle stesse truppe nordamericane che avevano invaso il Nicaragua; la lotta di guerriglia portata avanti per  diciotto anni  dal  FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, ndt) contro la dittatura di Somoza;  la contrapposizione  vittoriosa alla guerra di aggressione imposta dall’imperialismo nordamericano durante la prima tappa della Rivoluzione;  la lotta popolare contro il neoliberalismo, guidata dal FSLN;  la seconda tappa della Rivoluzione;  il confronto vittorioso contro il fallito tentativo di colpo di stato ordito dall’imperialismo attraverso  i suoi insetti traditori: questo e molto, moltissimo altro è la storia del sandinismo, carica di eroismo  e dignità. Storia di trionfi e di sconfitte trasformate in trionfi, di momenti difficili  superati attraverso nuovi trionfi; storia di imprese inedite, come il fatto di essere l’unica rivoluzione che abbia trionfato con le armi in questo emisfero dopo la Rivoluzione Cubana; o il fatto che il sandinismo è  l’unica forza  rivoluzionaria che ha recuperato  il potere dopo averlo perso, e che è arrivata  al potere con i proiettili prima, e col voto poi;  storia della quale il Comandante Daniel Ortega è stato assoluto protagonista dall’ adolescenza,  in tutte le tappe della lotta rivoluzionaria a partire dalla fondazione del FSLN.
Ai tempi di Somoza,  essere sandinista voleva dire vivere nelle catacombe, come diceva Leonel  Rugama; se un sandinista veniva scoperto dalla Guardia Nazionale,  veniva assassinato o catturato e torturato, e non c’erano né amnistia né indulto; per uscire dal carcere bisognava compiere audaci operazioni militari, come l’assalto alla casa di Chema Castillo nel 1974, o al Palazzo Nazionale nel 1978. Ed erano vere torture quelle che venivano inflitte ai prigionieri, tanto evidenti che perfino nelle foto ufficiali dei prigionieri, le tracce dei colpi ricevuti sul viso erano clamorose. Il Comandante Daniel Ortega ha ancora sulla fronte la cicatrice di un colpo del calcio di un fucile Garand che ricevette dai suoi torturatori.  Durante l’insurrezione del popolo nicaraguense preparata, organizzata e diretta dal FSLN,  la Guardia di Somoza bombardò le città del Nicaragua causando 50.000 morti. Quella, signori golpisti ipocriti e bugiardi…. QUELLA ERA UNA DITTATURA!  E quella dittatura, la dittatura di Somoza,  così come il tentato colpo di stato dell’anno passato,  sono stati  imposti  dall’imperialismo nordamericano.

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Anniversario Rivoluzione Popolare Sandinista

 

Quando il 19 Luglio 1979 il Fronte Sandinista sconfigge la dittatura di Somoza, il presidente Ronald Reagan (U.S.A) immediatamente organizza un’operazione mafiosa di traffico illegale di armi e droga al fine di poter finanziare, la ‘contra’ nicaraguense. ‘Operazione Iran-Contras’

19 luglio 2019
Nonostante le difficoltà di questo ultimo anno, la Rivoluzione Sandinista continua il suo cammino con l’appoggio  del suo popolo, dimostrando conquiste, economiche e sociali.

Sandino Vive!.

Coordinamento Associazione Italia Nicaragua  

 

Honduras. Attacchi mortali contro la comunità Lgbti

Honduras.
Attacchi mortali contro la comunità Lgbti
Un massacro silenzioso e silenziato

Tegucigalpa, (Rel-UITA | LINyM)
La comunità Lgbti è di nuovo in lutto in Honduras, dove l’impunità regna sovrana e la giustizia muore giorno dopo giorno. Tre omicidi in cinque giorni di donne trans hanno portato a più di 320 il numero delle vittime durante l’ultimo decennio.

Mercoledì 3 luglio, a Yoro, hanno sparato a Antonia Láinez uccidendola sul colpo. Poche ancora le informazioni sull’agguato. Tre giorni dopo, a Puerto Cortés, la presentatrice televisiva e attivista Lgbti Santi (Santiago) Carvajal è stata raggiunta da vari colpi di pistola che l’hanno uccisa. Il 7 luglio, a Comayagüela, sconosciuti hanno scaricato le proprie armi contro l’attivista trans Bessy Ferrera, ferendo gravemente un’altra persona che era con lei.

Secondo i dati dell’Osservatorio sulle morti violente di persone Lgbti della Rete Cattrachas, si avvicina oramai a 330 il numero di persone assassinate dopo il colpo di stato del 2009. Il 96 per cento di questi crimini è rimasto impunito.

L’Iniziativa mesoamericana delle donne che difendono i diritti umani (IM-Defensoras) ha avvertito che fare parte o difendere i diritti della comunità Lgbti in Honduras “espone le persone a gravi rischi e alla precarietà, situazione questa che ha a che fare sia con l’impianto normativo etero-patriarcale che esiste nel paese, sia con l’omissione da parte dello Stato quando si tratta di garantire protezione e accesso ai diritti fondamentali”.

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