Honduras-Bajo Aguán, una tragedia infinita

Bajo Aguán, una tragedia infinita
Nuova ondata di attacchi e di omicidi contro contadini e difensori dell’ambiente
Managua, 26 gennaio (di Giorgio Trucchi | Rel UITA /LINyM) -.

Tre leader contadini assassinati in meno di due settimane, un conflitto che affonda le sue radici nell’espansione incontrollata della monocoltura di palma africana e dello sfruttamento minerario, attività che devastano territori e inquinano fiumi e sottosuoli, e nella collusione tra politici, militari, polizia e guardie private.

Negli ultimi mesi, questi elementi hanno incendiato nuovamente una delle zone più conflittuali dell’Honduras.

Il 7 gennaio sono stati assassinati Aly Domínguez e Jairo Bonilla, difensori ambientali della comunità Guapinol e membri del Comitato municipale per la difesa dei beni comuni e pubblici di Tocoa.

Negli ultimi anni, almeno 32 persone sono state inquisite per presunti reati connessi alla difesa del territorio e delle risorse idriche del Parco nazionale “Montaña de Botaderos”, la cui area centrale è minacciata dalla compagnia mineraria Inversiones Los Pinares (NE Holdings Inc e NE Holdings Subsidiary Inc), precedentemente conosciuta come EMCO Mining Company.

Dopo una lunga lotta e quasi tre anni di ingiusta, illegale e arbitraria detenzione preventiva, i dirigenti contadini sono stati prosciolti.

In questa area ci sono circa 34 sorgenti le cui acque riforniscono città e comunità della zona. In modo particolare, i fiumi Guapinol e San Pedro sono quelli che subiscono i maggiori impatti ambientali. Comunità e popolazioni della zona non sono mai state consultate prima del rilascio delle concessioni minerarie e di irregolari permessi ambientali.

Le holding gestite da Inversiones Los Pinares sono controllate da Lenir Pérez Solís, già coinvolto in passato in altri conflitti minerari e Ana Facussé Madrid, figlia del defunto latifondista e produttore di palma africana Miguel Facussé Barjum.

Il nome di Facussé è stato collegato in passato al grave conflitto agrario del Bajo Aguán, in cui persero la vita decine di contadini organizzati.

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La scomoda vittoria del Nicaragua sul covid-19 

La scomoda vittoria del Nicaragua sul covid-19
John Perry -Quaderno Sandinista
26/11/2022
In Nicaragua, il terzo paese più povero dell’America Latina, la gente che non lavora non mangia. I tre quarti degli impieghi si trovano in piccole imprese o nell’economia informale. All’epoca, quando si diagnosticò il primo caso di Covid il 18 marzo 2020, il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, sapeva che chiudere l’economia sarebbe stato catastrofico. 

Era sotto pressione da tutte le parti perché introducesse rigide restrizioni. Tra i paesi vicini al Nicaragua, El Salvador registrò il suo primo caso il 18 marzo e due giorni dopo impose l’isolamento; l’Honduras fece la stessa cosa; il Costa Rica impose un blocco il 16 marzo e tre giorni dopo chiuse completamente le frontiere. Questi governi vicini, tutti politicamente ostili verso il Nicaragua, insistettero affinché si unisse alla chiusura dell’economia regionale. 

All’interno del Nicaragua, anche vociferanti gruppi d’opposizione e mezzi d’informazione chiedevano la chiusura dell’economia. Ma il paese si era appena ripreso da uno scontro violento tra questi gruppi d’opposizione ed il governo socialista sandinista di Ortega, avvenuto nel 2018 con un saldo di oltre 200 morti. Un blocco avrebbe solo esercitato maggior pressione sulla nazione divisa. 

Quando Ortega dichiarò pubblicamente che non vi sarebbe stato isolamento, la maggioranza dei nicaraguensi accettò in silenzio tale decisione potenzialmente arrischiata, sapendo che aveva ben poche altre opzioni. Inevitabilmente, l’opposizione di destra lo accusò di negare la pandemia. Ma peggio ancora, seminò la paura ed il sospetto con previsioni che il servizio sanitario sarebbe collassato. Un gruppo di esperti dell’opposizione pronosticò 120.000 casi di covid per giugno; un canale locale dei media di destra, 100% Noticias, lo superò affermando che 23.000 nicaraguensi sarebbero morti nel giro di un mese. Non appena il governo cominciò a pubblicare statistiche relative al covid, venne creato un “osservatorio civico” antagonista, che non dichiarò mai la sua appartenenza o fonte di finanziamento. Cominciò a produrre rapporti settimanali che mettevano in discussione i dati del governo (benché le postille scritte in piccolo sul loro sito web rivelassero che le proprie statistiche si basavano su segnalazioni su reti social e perfino sul “sentito dire”). Molti nicaraguensi, compresi alcuni che conoscevo, avevano tanta paura di andare in ospedale quando manifestarono i sintomi del covid, che li lasciarono progredire troppo. 

Questa narrativa disonesta prontamente si estese all’estero, dove le figure dell’opposizione nicaraguense godono di buoni contatti sui media internazionali. Il 4 aprile la BBC Mundo affermò che il governo di Ortega non aveva adottato “alcuna misura” contro la minaccia del virus. Inventò un tropo mediatico: la “lunga assenza” di Ortega dalle apparizioni pubbliche. Due giorni dopo, il New York Times chiese: “Dov’è Daniel Ortega?” e affermò che il governo era stato “ampiamente criticato per il suo approccio arrogante”. The Guardian si unì al coro, affermando che Ortega “non era visibile”, e quattro giorni dopo aggiunse che l’”autoritario” Ortega era uno dei quattro leader mondiali che negavano il virus. Il Washington Post dichiarò che Ortega era “scomparso”, lasciando un governo ad operare con un “approccio da laissez-faire” di fronte alla pandemia. Il 6 aprile The Lancet pubblicò una lettera in cui si definiva la risposta del Nicaragua al covid “finora probabilmente la più bizzarra di qualunque paese al mondo”.  Secondo il New York Times, entro maggio il Nicaragua – “uno degli ultimi a respingere le rigide misure introdotte a livello mondiale”- sarebbe diventato un paese di “sepolture a mezzanotte”. 

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Honduras-Depenalizzare l’aborto è necessario

Depenalizzare l’aborto è necessario
Organizzazione internazionale presenta amicus curiae

Tegucigalpa, 22 settembre (di Giorgio Trucchi | Rel UITA/LINyM) -.
Nel gennaio dello scorso anno, il parlamento honduregno uscente approvò una modifica dell’articolo 67 della Costituzione, che di fatto sancisce il divieto assoluto di abortire e lo “protegge” da qualsiasi tentativo futuro di depenalizzazione.

Il nuovo testo recita che è vietata e illegale “qualsiasi forma di interruzione della vita del nascituro da parte della madre o di una terza persona, la cui vita deve essere rispettata fin dal concepimento”.

Stabilisce inoltre che le nuove disposizioni potranno essere emendate solo da una maggioranza dei tre quarti dei deputati – obiettivo molto difficile da ottenere per le forze politiche attualmente presenti in parlamento – e che saranno nulle le future disposizioni di legge che stabiliscano criteri contrari.

All’epoca, varie organizzazioni sociali, reti e piattaforme femministe si opposero strenuamente alla riforma costituzionale, trovando anche il sostegno del Sistema delle Nazioni unite, dell’Ufficio in Honduras dell’Alto commissariato per i diritti umani (Ohchr) e di numerosi organizzazioni internazionali.

Contro le barbarie

Nel giugno dello stesso anno, la Corte costituzionale ammise un ricorso di incostituzionalità presentato dalla piattaforma femminista Somos Muchas, in cui si evidenzia chiaramente la contraddizione esistente tra alcune convenzioni internazionali ratificate dall’Honduras e le nuove disposizioni che, di fatto, violano diversi diritti di donne e ragazze.

In particolare, le organizzazioni che fanno parte di Somos Muchas chiedono alla corte di dichiarare l’invalidità della norma modificata, permettendo quindi la depenalizzazione dell’aborto in almeno tre casi: rischio per la vita della donna/ragazza incinta, malformazione del feto, gravidanza come conseguenza di violenza sessuale.

Un anno e mezzo dopo, con un nuovo governo guidato da una donna e un’agenda condivisa da Xiomara Castro con il variegato movimento femminista honduregno, l’organizzazione internazionale Women’s Link Worldwide ha introdotto presso la Corte suprema di giustizia un amicus curiae [1].

L’obiettivo è quello di sostenere il ricorso di incostituzionalità presentato da Somos Muchas.

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Honduras-Rivendicare diritti non può essere reato

Rivendicare diritti non può essere reato
Procura apre indagine penale contro leader garifuna e avvocato Ofraneh

Managua, 22 agosto (di Giorgio Trucchi | Rel UITA/LINyM) 

Che non sarebbe stato facile smantellare il sistema corrotto e impunito creato dalla narco-dittatura e da chi ancora detiene il potere reale in Honduras, si sapeva. Ne è un esempio in questi giorni l’indagine penale avviata dalla Procura contro dirigenti garifuna e l’avvocato della storica Organizzazione fraterna nera honduregna, Ofraneh.

Il 9 agosto, in occasione della Giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo, una delegazione delle diverse etnie indigene honduregne, tra cui quella garifuna, accompagnata da organizzazioni sociali e popolari, ha raggiunto la sede centrale della Procura a Tegucigalpa.

Da oltre un anno, Ofraneh cerca senza risultato di riunirsi con il procuratore generale, per sottoporgli tutta una serie di richieste che sono state sistematicamente disattese.

Durante l’attività che si è svolta proprio di fronte alla Procura, Ofraneh ha condannato la mancanza di progressi nelle indagini sulla sparizione forzata di quattro giovani dirigenti garifuna [1].

Ha inoltre denunciato le aggressioni sistematiche subite dai membri di varie comunità, nonché l’usurpazione e il saccheggio dei territori ancestrali ad opera di compagnie nazionali e multinazionali e come conseguenza dell’imposizione di progetti estrattivi, turistici, di produzione di energia elettrica, e per l’espansione senza controllo delle monocolture estensive.

Per l’ennesima volta ha infine sollecitato il rispetto della sentenza della Corte interamericana dei diritti umani, che nel 2015 ha ordinato allo Stato dell’Honduras la restituzione dei territori usurpati alle comunità di Triunfo de la Cruz e Punta Piedra.

Anni di discriminazione e razzismo istituzionale

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Guatemala, istituzioni sotto scacco

Guatemala, istituzioni sotto scacco
Mobilitazioni e proteste contro l’alto costo della vita, la corruzione e la persecuzione politica
Managua, 18 agosto (di Giorgio Trucchi | LINyM) -.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate in Guatemala le manifestazioni di protesta contro quella che viene considerata una vera e propria deriva totalitaria, caratterizzata dall’assalto alle istituzioni da parte del cosiddetto ‘patto dei corrotti’, che riunisce oligarchia e settori ultraconservatori della società guatemalteca.

L’escalation repressiva, che va di pari passo con la militarizzazione della vita civile, è caratterizzata dalla sistematica persecuzione di attivisti sociali, difensori della terra e dei beni comuni, studenti, comunicatori sociali, giornalisti, operatori di giustizia e oppositori politici.

La recente frode alle elezioni per la scelta delle nuove autorità dell’università pubblica San Carlos de Guatemala (USAC), così come gli attacchi furibondi a giudici e pubblici ministeri, sono segnali evidenti del deterioramento delle istituzioni democratiche del paese centroamericano.

Una situazione che è diventata ancora più drammatica con la crisi economica causata dalla pandemia, l’impatto di due uragani (Eta e Iota) e l’incapacità, negligenza e disinteresse delle autorità di far fronte alle avversità.

Per questo motivo, lo scorso 9 e 11 agosto, l’Assemblea sociale e popolare del Guatemala, un organismo che riunisce un ampio spettro di organizzazioni, ha indetto uno ‘sciopero plurinazionale’ contro l’alto costo della vita, la corruzione, l’impunità, la cooptazione delle istituzioni e la criminalizzazione di lotta sociale.

Dalla regressione al consolidamento autoritario

Dopo la firma degli accordi di pace (1996), il Guatemala ha promosso una serie di azioni che hanno consentito cambiamenti significativi nel sistema giudiziario.

Queste riforme hanno facilitato i procedimenti penali contro ex militari che hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani durante il lungo conflitto armato interno, nonché di membri dell’élite politica e dell’oligarchia nazionale coinvolti in casi di corruzione, traffico di influenza e impunità.

La reazione ai processi e alle condanne di soggetti che storicamente hanno goduto di totale impunità, non solo è stata immediata, ma ha anche generato un’accelerazione senza precedenti dell’autoritarismo nel paese.

“Durante gli ultimi quattro anni abbiamo assistito a un’intensificazione del processo regressivo, mentre ora siamo già entrati in una fase di consolidamento dello Stato autoritario”, spiega Jorge Santos, coordinatore generale dell’Unità per la protezione dei difensori dei diritti umani in Guatemala (Udefegua).

Per analizzare e capire meglio cosa stia accadendo in Guatemala, Udefegua ha sistematizzato alcuni indicatori.

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Nicaragua-Viva l’Anniversario della Rivoluzione Popolare Sandinista

A 43 anni dal Trionfo della Rivoluzione Popolare Sandinista, i principi che la originarono rimangono intatti. E sono custoditi nella lotta e nella partecipazione di un popolo che non li abbandonerà mai, tanto meno di fronte alla continua recrudescenza del colonialismo e dell’imperialismo.
En Nicaragua y en el mundo siempre será 19 de Julio!

Coord. Assoc. Italia Nicaragua.

“El amor a mi patria
lo he puesto
sobre
todos los amores
y tu debes convencerte
que para ser feliz conmigo,
es menester que el sol
de la libertad
brille en nuestras frentes”
A.C.Sandino

 

Guatemala Comunità LGBTI sotto attacco

Guatemala-Comunità LGBTI sotto attacco

Morti violente e totale impunità

Managua, 15 luglio (di Giorgio Trucchi | Rel UITA) -.

Il 2 luglio, Nancy Sacul Tut, attivista trans e difensora dei diritti umani, è stata uccisa nella capitale guatemalteca. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani Lgbtiq+, sono già 16 quest’anno gli attacchi mortali contro questa comunità.

Nancy Sacul, di etnia Q’eqchi’, aveva 34 anni ed era membro del collettivo Trans Trebol. L’attivista era originaria di Chisec, Alta Verapaz. Secondo le informazioni fornite dal collettivo alla stampa nazionale, Nancy è stata uccisa a colpi di arma da fuoco da un uomo che è poi fuggito.

Questo nuovo transfemminicidio è stato condannato da diverse organizzazioni e gruppi guatemaltechi che operano in difesa dei diritti della comunità Lgbti.

La Procura per i diritti umani ha immediatamente aperto un fascicolo. Ha anche riferito che monitorerà questa e altre situazioni di violenza contro persone della diversità sessuale.

Delle 16 persone uccise dall’inizio dell’anno, 5 erano donne trans, 9 uomini gay, una donna lesbica e un uomo bisessuale.

L’Osservatorio nazionale e l’organizzazione Lambda, che fa parte di questo spazio, denunciano che negli ultimi due anni c’è stato un forte aumento degli attacchi violenti contro la comunità Lgbti. Lo scorso anno sono state 33 le persone assassinate e centinaia gli attacchi di diverso tipo. L’impunità è praticamente assoluta.

Sessismo e discriminazione

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Honduras-Seconda e ultima parte del reportage

Non ci può essere rifondazione senza la partecipazione del popolo
(…) Il 28 giugno, in Honduras si è commemorato il tredicesimo anniversario del colpo di stato che depose il presidente Manuel Zelaya. Più di un decennio resistendo all’assalto di governi corrotti e rapaci, collusi con un’oligarchia ultraconservatrice che manovra a suo piacere la politica, l’economia e il sistema di giustizia. Non ci potranno essere cambiamenti strutturali, profondi, senza il sostegno popolare, senza creare potere popolare (…)

Tegucigalpa, 12 luglio (di Giorgio Trucchi | LINyM) -. Il 28 giugno, in Honduras si è commemorato il tredicesimo anniversario del colpo di stato che depose il presidente Manuel Zelaya. Più di un decennio resistendo all’assalto di governi corrotti e rapaci, collusi con un’oligarchia ultraconservatrice che manovra a suo piacere la politica, l’economia e il sistema di giustizia.Poteri di fatto che hanno goduto della protezione delle alte sfere dell’esercito e della polizia, in combutta con il capitale multinazionale e perfettamente allineati con gli interessi geopolitici, geoeconomici e militari degli Stati Uniti.Nel suo messaggio alla nazione, davanti a ex presidenti, ex ministri degli esteri e al corpo diplomatico di quei paesi che, senza esitazione, condannarono il colpo di stato ed espressero solidarietà al presidente Zelaya e alle gigantesche mobilitazioni popolari che, per mesi, invasero le strade dell’Honduras, la presidentessa Xiomara Castro ha ricordato la lotta di questo popolo coraggioso in resistenza.“La popolazione sa che (lo Stato) ha un debito storico con le vittime del colpo di stato: assassinate, torturate, imprigionate, esiliate, perseguitate politicamente. Tutte quelle persone che, per tredici anni, hanno coraggiosamente resistito alla repressione, all’umiliazione, alla persecuzione.Oggi e sempre renderemo omaggio alla resistenza honduregna che, da più di un decennio, combatte frontalmente contro un modello di dipendenza e sfruttamento neocoloniale, contro il colpo di stato e la crudele dittatura”.Il giorno prima, l’ex presidente Manuel Zelaya aveva inaugurato la piazza Isy Obed Murillo, dedicata alla prima vittima [1] della resistenza contro il colpo di stato del 2009 e come atto di riconoscimento per tutti i martiri che hanno sacrificato la loro vita combattendo contro la violenza golpista.

– Leggi QUI la prima parte del reportage

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Honduras-Il governo di Xiomara Castro in cammino su un terreno minato


Il governo di Xiomara Castro in cammino su un terreno minato
Cinque mesi con gli occhi puntati alla rifondazione dell’Honduras, guardandosi le spalle

Tegucigalpa, 27 giugno (di Giorgio Trucchi | Rel UITA/LINyM) -.

Il 27 gennaio, Xiomara Castro assunse la carica di presidentessa dell’Honduras. Un discorso vibrante il suo, in cui mise in chiaro che stava ricevendo un Paese in bancarotta, saccheggiato, con un debito che ammontava ad oltre 20 miliardi di dollari, e con una struttura clientelare praticamente intatta di corruzione e impunità, che negli ultimi 12 anni aveva man mano infiltrato spazi pubblici e privati.  Un popolo distrutto dalla povertà – quasi il 74 % della popolazione e col 50 % in miseria assoluta – e dalla disperazione. Una quantità crescente di persone con lo sguardo rivolto al nord, non tanto attratte dal “sogno americano”, quanto piuttosto in fuga dalla miseria, dalla violenza e dalla mancanza di opportunità. 

Un popolo che, nonostante tutto, a novembre dell’anno scorso decise di andare a votare in massa per punire gli eredi e continuatori del golpe, i macellai dai colletti bianchi, i ladri e corrotti che avevano messo in vendita il Paese, le sue terre migliori, i beni comuni, la sovranità e la dignità stessa della nazione. Un voto anche per il cambiamento, per la speranza che un Honduras diverso sia ancora possibile. Un voto per la donna che si mobilitò insieme al suo popolo contro la rottura dell’ordine costituzionale, il crollo della democrazia, contro pallottole e manganelli, militari e poliziotti, denunciando detenzioni illegali, repressione fisica e psicologica, sparizioni forzate, torture e assassinii. Molto grandi le aspettative di un popolo ferito, deluso dalla politica e dai politici tradizionali. Nutrite le promesse di Xiomara Castro. 

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