Guatemala: la pazienza è finita

Crisi
Guatemala: la pazienza è finita
Proteste contro i tagli al welfare e l’istituzionalizzazione della corruzione

Managua, 25 novembre (LINyM) -.
Sabato scorso il Guatemala è sceso in piazza per chiedere le dimissioni del presidente Alejandro Giammattei e della giunta direttiva del Congresso. L’approvazione furtiva di una legge di bilancio di quasi 13 miliardi di dollari che fa schizzare il debito pubblico, taglia sanità, istruzione, fondi per la difesa dei diritti umani e per la lotta contro la povertà – cinque bambini su dieci sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione cronica e oltre il 60% della popolazione è povera – e beneficia élite economiche e funzionari corrotti, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Nonostante la repressione della polizia e l’arresto di decine di manifestanti, la popolazione indignata ha continuato a protestare un po’ in tutto il paese. Il presidente Giammattei ha quindi pensato bene di scrivere al segretario generale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), il discusso Luis Almagro, e ha chiesto l’applicazione della Carta democratica “per difendere l’istituzionalità”. Ha inoltre convocato un tavolo di dialogo per risolvere il conflitto, a cui però partecipano solamente imprenditori, membri della chiesa evangelica e organizzazioni affini al governo.

Come era prevedibile, non ha perso l’occasione per criminalizzare la protesta sociale, gettando fango su tutti quei settori della società che hanno animato la protesta, tacciandoli di essere “gruppi minoritari che promuovono azioni di natura antidemocratica per imporre un autentico colpo di stato”.

Intanto la giunta direttiva del Congresso e alcuni capigruppo parlamentari hanno convenuto di ritirare la legge di bilancio.  Una manovra del tutto illegale che è stata sanata solo nella serata di mercoledí 25, quando con 121 voti a favore e 24 contrari l’aula parlamentare ha archiviato definitivamente la legge e i prestiti approvati per finanziarla. Ora l’organo legislativo avrà tempo fino al 30 novembre per approvare una nuova legge o per apportare modifiche a quella approvata per il 2020.

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Campagna di aiuti per i danni causati dagli uragani Eta e Iota in Nicaragua

Centinaia di milioni di dollari, i danni causati dagli uragani in Nicaragua.
Un uragano come Iota cosi potente e distruttivo  non si era mai visto.
Per il  governo  la vita delle persone è stata la priorità, attivando giorni prima del loro passaggio il sistema di prevenzione ed evacuazione.

Molte comunità nella Costa Atlantica del Nord sono state rase al suolo, scomparse completamente.
Coordinamento Associazione Italia Nicaragua
-Comitato di solidarietà Internazionalista di Zaragoza.

25 novembre 2020

Nicaragua, resistenza e organizzazione.

Nicaragua, resistenza e organizzazione.
Comunicato di Associazione Italia Nicaragua
Non uno, ma due uragani nell’arco di una settimana hanno colpito l’America Centrale.

ETA e IOTA hanno significato devastazione ambientale, distruzione urbanistica e un saldo di  vittime umane ancora in tragico aggiornamento.
Una drammatica realtà che non è certo inedita per quel continente.
Ciò che ancora sorprende sono le modalità con cui si affrontano simili eventi.

Il popolo nicaraguense e il governo sandinista si sono mobilitati per prevenire, quindi ridurre i danni, e intervenire in forze per limitare le perdite.

Grazie alla loro abnegazione e al loro profondo senso di umanità, il passaggio dei due uragani non ha potuto sviluppare tutta la sua mortifera potenza.
Tuttavia, anche ci fosse stata una sola vittima, sentiremmo lo stesso dolore che proviamo ora nel verificare un numero ben più consistente.

Le catastrofi naturali spesso non hanno nulla di naturale; sono la diretta conseguenza dello sfruttamento delle risorse ambientali per ingrandire profitto e lucro.
Sulla pelle di Madre Terra si accaniscono gli artigli dell’estrattivismo più sfrenato e del neoliberismo più famelico.

La nostra solidarietà va dunque al popolo e al governo nicaraguense, in questa ennesima prova di resistenza e di civiltà alla quale sono stati sottoposti.
Non mancherà il nostro sostegno in termini politici e sociali come in quelli più strettamente materiali, indispensabili sia gli uni che gli altri per avversare le difficoltà in un momento così complicato.

Andará Nicaragua!
Coordinamento Associazione Italia Nicaragua  

Milano 21 Novembre 2020

 

America Centrale, piove sul bagnato

America Centrale, piove sul bagnato
Due uragani potentissimi in due settimane

Managua, 18 novembre (LINyM) -.
Tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre, l’uragano Eta, di 4^ categoria della scala Saffir-Simpson, ha prima impattato sulla Regione autonoma della costa caraibica nord (Raccn) del Nicaragua con venti ad oltre 240 km/h, e ha poi proseguito la sua traiettoria verso l’Honduras e il Guatemala già declassato a tormenta tropicale. Dietro di sé ha lasciato morte e distruzione.

La protezione civile honduregna (Copeco) ha riportato la morte di 74 persone, più di mezzo milione di famiglie colpite (quasi 3 milioni di persone), di cui 60 mila quelle evacuate. In Guatemala la furia di Eta ha fatto 46 morti, 96 dispersi e ha colpito quasi un milione di persone. Distrutte anche le coltivazioni di circa 700 mila persone. Incontabili i danni alle strutture e infrastrutture pubbliche e private e alle attività produttive.

Forte anche l’impatto su altri paesi della regione come la Costa Rica e Panama, con piogge battenti, violente inondazioni e gravi danni alle infrastrutture.

Non sono nemmeno mancate le polemiche che hanno accompagnato l’impatto di Eta sull’America centrale, sia per la mancanza di piani di emergenza adeguati che per la lentezza nella risposta al grave pericolo di cui si era a conoscenza da diversi giorni.

In modo particolare, l’amministrazione Hernández in Honduras è stata accusata di avere atteso fino all’ultimo momento prima di disporre lo stato di massima allerta su tutto il territorio nazionale1, privilegiando gli interessi dei magnati del turismo che speravano di rimpinguare le proprie casse durante la cosiddetta ‘settimana morazanica’, a scapito della sicurezza della popolazione.       

Diversa invece la situazione in Nicaragua dove l’immediata attivazione di un efficiente ed efficace sistema di prevenzione dei disastri ha permesso che non ci fossero vittime, nonostante l’impatto devastante di Eta su strutture e infrastrutture pubbliche e private.

Arriva Iota

Nemmeno il tempo di rialzare la testa e contare i danni che l’uragano Iota, il trentesimo di questa stagione, di 5^ categoria, si è abbattuto nuovamente sull’America Centrale, seguendo quasi lo stesso percorso di Eta e impattando con raffiche di quasi 280 km/h sulla costa nicaraguense all’altezza della comunità di Haulover, a 45 chilometri a sud di Bilwi/Puerto Cabezas.

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Uragano Eta Honduras sommerso

Uragano Eta – Honduras sommerso
Lassismo governativo il principale alleato dell’uragano Eta
Managua, 10 novembre (LINyM)
Tra il 29 e il 30 ottobre, il National Hurricane Center di Miami ha avvisato il Nicaragua e i paesi del cosiddetto Triangolo Nord (El Salvador, Guatemala e Honduras) che la tempesta tropicale Eta si stava dirigendo verso la regione e che, molto probabilmente, si sarebbe trasformata in uragano prima di entrare in Nicaragua dalla Costa Caribe Nord, per poi deviare verso l’Honduras e il Guatemala.

Domenica 1 novembre, le autorità nicaraguensi hanno decretato allerta gialla per la Regione autonoma della costa caraibica settentrionale (Racn) e per l’intera area del triangulo minero (Siuna, Bonanza, Rosita), e hanno attivato immediatamente i piani d’emergenza e di prevenzione per la salvaguardia e protezione della popolazione e per l’invio di beni alimentari di prima necessità.

La notte del 2 novembre, Eta si è trasformato in uragano e si è rafforzato fino a raggiungere categoria 4. Più di 30 mila persone sono state evacuate prima che toccasse suolo a sud di Bilwi/Puerto Cabezas (Mosquitia) la mattina del 3 novembre, con venti fino a 240 km/h.

Il giorno successivo, mentre attraversava il territorio nicaraguense lasciando dietro di sé una scia di distruzione, Eta ha cominciato a indebolirsi ed è stato declassato a tempesta tropicale. L’immediata attivazione di un efficiente ed efficace sistema di prevenzione dei disastri ha permesso che in Nicaragua non ci fossero vittime come conseguenza diretta dell’uragano.

Secondo gli ultimi dati forniti dalla Protezione civile (Sistema di prevenzione dei disastri – Sinapred) sono state evacuate più di 71 mila persone, delle quali 47 mila sono state sistemate in 325 rifugi temporanei. Sono 1.890 le case distrutte e più di 8 mila quelle danneggiate. Danni anche a strutture pubbliche come l’ospedale e il molo di Bilwi, 45 scuole, 66 ponti e 900 km di vie di comunicazione. 50 mila case sono rimaste momentaneamente senza energia elettrica. I danni ammonterebbero per il momento a 172 milioni di dollari.

Honduras

Una volta in Honduras, Eta si è declassato a depressione tropicale. Seppur indebolito, il fenomeno atmosferico ha però trovato nell’inazione governativa un valido alleato che gli ha facilitato il compito di devastare il nord del paese, in particolare la Valle di Sula dove sono esondati i fiumi Ulúa e Chamelecón.

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Honduras La vulnerabilità delle difensore dei diritti umani

Honduras-La vulnerabilità delle difensore dei diritti umani
Più di 500 aggressioni e 4 omicidi nella prima metà dell’anno
Managua, 9 novembre (Rel UITA | LINyM) -.
La Rete nazionale delle difensore dei diritti umani in Honduras (Rnddh) ha presentato recentemente il report “La normalità è sempre stato il problema” [1] sulla preoccupante escalation di attacchi contro le difensore dei diritti umani durante la prima metà dell’anno.

Tra gennaio e luglio 2020, la Rete ha registrato almeno 530 attacchi, di cui 425 collettivi, 100 personali e 5 contro organizzazioni a cui appartengono le attiviste. Sono state lanciate anche 20 ‘allerta difensore’ [2].

Le attiviste per i diritti umani che hanno subito il maggior numero di attacchi sono state quelle impegnate nella difesa della terra, dei territori e dei beni comuni, seguite da chi difende i diritti legati al corpo e all’autonomia delle donne. Ciò include i diritti sessuali e riproduttivi e il diritto a una vita libera dalla violenza.

Intimidazioni, violenze psicologiche, minacce e ultimatum costituiscono più dei due terzi degli attacchi registrati. Sono stati inoltre segnalati diversi casi di violazione della libertà d’espressione, di movimento e di riunione, campagne diffamatorie, incitamento all’odio, omofobia e razzismo.

Sono anche stati registrati quattro casi di violenza sessuale e tre detenzioni illegali.

Il personale sanitario è stato un altro bersaglio di discriminazioni, violenze e minacce durante i mesi della pandemia.

I principali autori delle aggressioni sono poliziotti, militari, persone legate ai vertici delle aziende, guardie di sicurezza privata, persone legate a latifondisti e funzionari pubblici. Molti dei responsabili sono ancora sconosciuti, mentre sono stati riportati vari casi in cui i responsabili sono membri di movimenti sociali o partiti politici a cui appartengono le vittime.

Attacchi mortali

Nei primi sette mesi dell’anno, quattro attiviste sono state assassinate.

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EPU, l’Honduras con le spalle al muro

America Centrale-EPU, l’Honduras con le spalle al muro
L’Onu verificherà le azioni fatte per migliorare la situazione dei diritti umani
Managua, 23 ottobre (Rel UITA | LINyM) -.
La scorsa settimana, 117 organizzazioni per i diritti umani hanno partecipato alla 36a pre-sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), durante la quale hanno divulgato un documento che anticipa i contenuti del rapporto alternativo a quello dello stato honduregno, che verrà presentato il 6 novembre nell’ambito dell’Esame Periodico Universale (EPU-UPR).

Nel documento[1] le organizzazioni hanno segnalato la grave situazione del paese centroamericano, martoriato dalle disuguaglianze sociali, dalla corruzione, dall’aumento dei casi di tortura e dalla militarizzazione della società.

Hanno inoltre sottolineato l’aumento dei casi di violazione dei diritti umani nei confronti di “gruppi vulnerabili”, come l’infanzia, le donne, le popolazioni indigene e contadine, le persone migranti, i membri della comunità LGBTI e chi difende la terra e i beni comuni.

L’Honduras è attualmente il paese più diseguale dell’America Latina, con quasi il 70% della popolazione in condizioni di povertà e oltre il 40% in povertà estrema. È inoltre uno dei paesi più pericolosi per chi difende i diritti umani. Una situazione che molto probabilmente peggiorerà dopo la recente approvazione del nuovo codice penale, che criminalizza la protesta sociale.

Le organizzazioni avvertono anche che più di 140 difensori dei beni comuni sono stati assassinati tra il 2010 e il 2019 e che sono stati documentati almeno 2.137 attacchi tra il 2016 e il 2017.

La sparizione forzata di quattro giovani leader della comunità garifuna di Triunfo de la Cruz, l’ingiusta carcerazione preventiva per gli otto difensori dell’acqua della comunità di Guapinol[2] e per il giovane maestro Rommel Herrera Portillo, nonché i continui attacchi, spesso mortali, contro i popoli Garífuna, Lenca e Tolupán e lo sgombero delle famiglie contadine che vedono negato l’accesso alla terra, sono l’esempio vivo della crisi di diritti umani che colpisce l’Honduras.

Ancora più drammatica è la situazione di violenza contro le donne, i giornalisti e la comunità LGBTI. Sono 6.265 le donne assassinate tra il 2001 e il 2018, più di 360 le persone LGBTI morte in modo violento nell’ultimo decennio e 86 i giornalisti e comunicatori sociali assassinati in meno de vent’anni

L’impunità per tutte queste morti violente supera il 90%.

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Bolivia, dove il popolo ha sconfitto il colpo di stato

Elezioni 2020
Bolivia, dove il popolo ha sconfitto il colpo di stato
Undici mesi dopo la rottura istituzionale risorge la speranza
Managua, 23 ottobre (LINyM) -.
“Abbiamo recuperato la democrazia e la speranza. Il nostro impegno è governare per tutti i boliviani, un governo di unità nazionale, imparando e superando i nostri errori. Oggi è stato ‘per il popolo ciò che è del popolo’ ” [1] 

Sono state queste le prime parole del presidente eletto della Bolivia, Luis Arce, dopo che la sondaggista CiesMori-Unitel ha reso noti i risultati degli exit poll, che davano una schiacciante vittoria al primo turno al candidato del Movimento al socialismo-Strumento politico per la sovranità dei popoli (Mas-Ipsp), con oltre 20 punti di distacco dall’ex presidente conservatore Carlos Mesa di Comunità cittadina.

Mentre si aspetta che le autorità elettorali finiscano il computo delle schede e ufficializzino il trionfo di Arce[2], la Bolivia si avvia a ricucire il filo costituzionale e democratico dopo il colpo di stato dell’anno scorso, che rovesciò il presidente eletto Evo Morales e instaurò un governo di fatto, fascista e razzista, con l’avallo e il patrocinio del trumpismo, dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), dei governi fantoccio dell’impero statunitense e grazie anche all’inazione colpevole, il silenzio complice dell’Unione europea. 

Sono stati undici mesi di persecuzione, repressione, incarceramento ed esilio per gli oppositori, di massacri come quelli di Sacaba e Senkata, di riduzione al silenzio dei media non allineati col governo di fatto. Sono stati undici mesi di ritorno al neoliberismo più retrogrado, di militarizzazione dei territori, di odio razzista e revanscismo fascista. Sono stati undici mesi d’inettitudine, corruzione e abbandono della popolazione in mezzo alla pandemia. 

Il popolo ha provato sulla propria pelle ciò che significa il ritorno al potere dell’aristocrazia boliviana e delle forze politiche tradizionali sottomesse agli interessi di Washington. Ma il popolo non si è arreso, ha aspettato pazientemente il suo momento e, soltanto undici mesi dopo la rottura istituzionale, ha sconfitto i golpisti alle urne. Gli ha dato uno schiaffo tremendo e ha aperto la strada a nuovi scenari nel paese. 

Di questo e molto altro parliamo col giovane giornalista e prossimo master in studi latinoamericani, Andrés Velasco Santi

– Ti aspettavi una vittoria così schiacciante del candidato del Mas? 

– Effettivamente è stata una sorpresa. Avevamo fatto una valutazione ponderata di tutti i sondaggi realizzati a partire da febbraio fino alla prima settimana d’ottobre. Negli ultimi sei (sondaggi), il candidato del Mas si piazzava tra il 42% e il 46%. Dalle urne è uscito però un altro verdetto e cioè una vittoria per maggioranza semplice (molto simile alla prima di Evo Morales nel 2005 ndr)  e un recupero inaspettato di una quantità importante di voti. 

Oltre a un cambiamento di linea nell’articolazione politica, mi sembra che il Mas abbia trovato una gran coesione non tanto per la leadership di una persona, bensì per il progetto politico che ha stabilito per la Bolivia. 

– Quali sono gli elementi che hanno portato a questo risultato? 

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Costa Rica, l’incantesimo si è rotto

Costa Rica, l’incantesimo si è rotto
Continuano le proteste contro un possibile accordo con l’Fmi
Managua, 20 ottobre (Altrenotizie)
Costa Rica non è abituata ai grandi titoli di giornale e preferisce essere dipinta nell’immaginario collettivo come terra di pace, nazione “verde”, con uno Stato forte che si fa carico del benessere di una popolazione segnalata come tra le più felici al mondo. Insomma, una piccola “svizzera centroamericana” che snobba e mantiene le distanze dalle nazioni problematiche della regione (Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala) e che difende col coltello tra i denti i propri confini per garantire la tranquillità e il benessere della sua popolazione.

Un’immagine da cartolina da offrire ai tour operator che trova però sempre meno riscontri in una realtà che ha cominciato a deteriorarsi a partire dal 2007, quando l’allora presidente e premio Nobel per la pace, Oscar Arias, assecondò e si colluse con il corporativismo multinazionale per fare approvare il Trattato di libero commercio Stati Uniti, America Centrale, Repubblica Domenicana (CAFTA-DR).

In quell’anno, brogli, voto di scambio, pressioni e minacce su settori strategici dell’economia costaricana impedirono alla piazza di avere la meglio nel referendum propositivo. Fu l’inizio della perdita di diritti, dell’incremento delle disuguaglianze. Fu l’inizio della perdita graduale della sovranità economica e giuridica a favore delle multinazionali e dell’installazione di un sistema di esonerazioni fiscali che, oggi, rappresenta circa il 5% del Pil del paese.

Prime avvisaglie

Già tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019, Costa Rica aveva visto le sue piazze riempirsi nuovamente, questa volta contro il tentativo del governo di approvare un pacchetto di riforme fiscali che avrebbe avuto pesanti ricadute sulla fasce medio-basse della popolazione, in particolare sui dipendenti pubblici. In quell’occasione il risultato non fu dei migliori e la riforma fiscale fu approvata in parlamento.

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Elezioni 2020 Bolivia

Elezioni 2020 Bolivia, torna la democrazia

Luis Arce, ex ministro delle Finanze del governo di Evo Morales e candidato del MAS – Movimento al Socialismo – è il nuovo Presidente dello Stato plurinazionale di Bolivia. Con una vittoria contundente, che porta il suo schieramento alla maggioranza assoluta, Luis Arce riconsegna alla Bolivia ciò che venne scippato nell’Ottobre 2019 a Evo Morales, ovvero la democrazia. La distanza tra il MAS e la destra è tale che a leggerla si rischiano le vertigini. Escono con percentuali decisamente inferiori alle aspettative il candidato degli USA, l’ex presidente Carlos Mesa (31,5%) e quello dei proprietari terrieri, Luis Fernando Camacho (14,1%), che aveva guidato il golpe da SantaCruz. Non a caso la presidente usurpatrice, Janine Anez, ha riconosciuto per prima la vittoria di Luis Arce invitandolo a “pensare alla democrazia e alla Bolivia”. Il che, detto da una golpista, suona come ironia involontaria.

L’esito delle elezioni boliviane disegna uno scenario complesso per gli Stati Uniti, la proporzione dei risultati rende infatti difficilissimo eseguire i piani ai quali hanno lavorato per mesi – di concerto con l’OEA e i golpisti boliviani, tanto quelli legati a Mesa come le squadracce di Camacho . I piani prevedevano una frode elettorale come primo step per impedire la vittoria del MAS al primo turno ed eventualmente un nuovo colpo di stato, nel caso le proteste per la frode avessero raggiunto dimensioni preoccupanti.

Ma, appunto, l’ipotesi golpista prevedeva uno scarto elettorale ampio ma non abissale come quello che si è verificato. Riteneva possibile, infatti, forzare la mano con operazioni di brogli condotte in prima persona dalla polizia (sequestro di urne e schede elettorali favorevoli a Luis Arce sarebbero andati a finire nelle fogne) capaci di spostare un 5-10% di voti così da delineare un esito finale del primo turno che vedesse il MAS sotto al 40% e Mesa intorno al 38. In questo modo l’accesso al secondo turno (non previsto dalla legge elettorale solo se la differenza tra il primo e il secondo candidato è di almeno 10 punti al primo turno ndr) sarebbe stato inevitabile e l’alleanza tra i diversi segmenti della destra golpista e la piccola e media borghesia nelle grandi città avrebbe potuto efficacemente contrastare il MAS. Anche ipotizzando che comunque il MAS si trovasse in vantaggio, anche al secondo turno i brogli avrebbero “aggiustato” la differenza e proclamato la vittoria di Mesa.

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