Resisti Bolivia

                                #EvoNoEstásSolo

L’Associazione Italia – Nicaragua condanna fermamente l’ennesimo tentativo golpista compiuto ai danni di una giunta di governo democraticamente eletta.

Dopo Venezuela e Nicaragua, in questi giorni è il momento della Bolivia.

Il voto del 27 ottobre ha sancito con chiarezza inequivocabile il successo di Evo Morales, con il 47% dei consensi. Una vittoria raggiunta al primo turno e immediatamente contestata dalla opposizione, guidata dal candidato sconfitto Carlos Mesa, come se non aspettasse altro che l’esito (quasi scontato) delle urne per attuare la ormai tristemente nota messinscena del rifiuto della volontà popolare. Una rappresentazione drammatica che ha visto seminare morte e terrore nelle strade di Caracas Managua e di molte altre città divenute preda dell’orda fascista e reazionaria. Un format eversivo creato e curato da Washington e distribuito generosamente a formazioni partiti e pseudo ONG alle loro dirette dipendenze. La volontà destabilizzatrice aggredisce qualsiasi esperienza politico-economica-culturale che tenti di uscire dalla morsa neoliberista e colonialista che soffoca il continente latinoamericano da secoli.

La violenta repressione in Cile a opera del governo di centrodestra di Sebastián Piñera e il voltafaccia ignobile di Lenín Moreno in Ecuador, solo per rimanere ai più recenti “esempi” di sottomissione totale alle sfacciate politiche d’ingerenza dell’amministrazione statunitense, esprimono fedelmente la strategia imperialista che non ha mai cessato di essere perseguita. A tutti i costi, anche con un saldo impressionante di vittime, di persecuzione e di devastazione.

Ad accompagnare questa triste e vergognosa pretesa di riproporre il modello liberticida che ha portato alle sanguinarie dittature militari dello scorso secolo, il protagonismo mediatico di colossi della informazione, sempre estremamente solerti nel raccogliere gli inviti delle classi dominanti a concedere spazio alla menzogna e alla diffamazione, e la totale incapacità diplomatica delle maggiori istituzioni internazionali. A cominciare dalla Unione Europea, che non ha mai neanche immaginato di infastidire il potente alleato nordamericano impegnato nella ininterrotta opera di esportazione della “democrazia”. Per non parlare della OSA/OEA-Organizzazione degli Stati Americani, ormai spudoratamente accreditata come braccio politico degli Stati Uniti per l’America Latina. Un’agenzia per la esecuzione di colpi di stato, violenti o “dolci” che siano.

Ribadiamo la condanna degli intenti golpisti in Bolivia come in tutto il sub-continente, nonché la nostra totale e incondizionata solidarietà al popolo boliviano in lotta e al Presidente Evo Morales Ayma.
Coord. Naz. Associazione Italia – Nicaragua  

10 novembre 2019

   

Honduras-“Creiamo progetti di vita e allo Stato non frega niente”

Honduras
Creiamo progetti di vita e allo Stato non frega niente”

Popolazione garifuna denuncia minacce e attacchi
Tegucigalpa, 17 agosto (LINyM) .
Il popolo garifuna è sotto attacco in Honduras. Progetti estrattivi, energetici, agroesportatori, turistici e petroliferi, associati alla presenza della criminalità organizzata e del traffico di stupefacenti e all’inoperanza e complicità dello Stato, stanno mettendo seriamente in pericolo la sopravvivenza e il futuro di decine di comunità che resistono e lottano contra la minaccia d’espulsione e un nuovo esilio (dopo quello subito nel 1797 dall’isola di San Vicente/Antille Minori).
Nel 1997, al popolo garifuna è stata riconosciuta la proprietà comune dei 980 ettari del territorio di Vallecito, dipartimento di Colón (nord dell’Honduras). L’anno successivo, il latifondista Miguel Facussé Barjum ha invaso parte di queste terre per piantare palma africana.

Una sentenza della Corte suprema di giustizia l’ha obbligato a rinunciare alle sue pretese sulle terre garifuna. Pochi mesi dopo, persone legate al crimine organizzato hanno occupato quasi l’80% del territorio di Vallecito e hanno costruito una pista d’atterraggio clandestina per il traffico di droga.

Nel 2013 le terre sono finalmente tornate in mano alla comunità garifuna di Vallecito, legata alla Ofraneh (Organizzazione fraternale nera honduregna). Nonostante le minacce, gli attacchi fisici e psicologici, i ripetuti sabotaggi e l’assedio permanente, le famiglie hanno deciso di esercitare il loro diritto alla proprietà collettiva, avviando progetti di sovranità alimentare che si propongono di garantire il futuro di migliaia di famiglie.

Gli attacchi però non sono mai cessati. La comunità di Vallecito e la dirigente garifuna Miriam Miranda – entrambi godono di misure cautelari disposte dalla Commissione interamericana dei diritti umani, rimaste incompiute da parte dello Stato honduregno – vivono sotto la costante minaccia di nueve e potenzialmente fatali aggressioni.

Perfino le misure di vigilanza a carico della polizia, che hanno funzionato durante il 2014 e 2015, sono state inspiegabilmente soppresse.

“Negli ultimi mesi si è intensificata la presenza di persone armate. Rompono il recinto che abbiamo costruito ed entrano con macchine e moto. La comunità è molto preoccupata”, ha detto Miranda alla LINyM

Continua a leggere

Nicaragua, dollari e bugie

Nicaragua, dollari e bugie
Le menzogne hanno le gambe corte

(Managua, 29 luglio (Altrenotizie) 
Agli inizi di luglio, dopo una riunione con il vescovo ultraconservatore di Estelí Abelardo Mata, alcuni dirigenti dell’Associazione nicaraguense pro diritti umani, Anpdh, hanno deciso un rimpasto nel consiglio di amministrazione, separando Álvaro Leiva dalla carica di segretario esecutivo.

La nuova giunta ha poi chiesto a Leiva di rendere conto di tutte le donazioni ricevute prima, durante e dopo la crisi. Attualmente il discusso difensore dei diritti umani si trova in Costarica, paese in cui si è autoesiliato in agosto dell’anno scorso. Due mesi dopo, il governo del Costarica gli aveva concesso asilo politico.

Dato il rifiuto di Leiva di adempiere ai suoi doveri, i membri del consiglio d’amministrazione della Anpdh lo hanno accusato di essersi appropriato indebitamente di quasi mezzo milione di dollari, nonché di avere alterato i libri contabili e di avere falsificato alcune firme.

Lo accusano anche di avere creato una nuova ong in Costa Rica e di cercare di accedere a nuove fonti di finanziamento usando i canali della Anpdh.

Una valanga di donazioni

La Anpdh, insieme al Cenidh e alla Cpdh [1], hanno svolto una funzione strategica durante la crisi politico-sociale dello scorso anno in Nicaragua, operando come cassa di risonanza internazionale delle denunce dell’opposizione in quanto alle presunte violazioni dei diritti umani da parte del governo sandinista.

Le ingenti donazioni ricevute dalla Anpdh tra il 2017 e il 2019 provengono da organizzazioni internazionali impegnate da sempre nel finanziamento di processi di destabilizzazione di governi e movimenti progressisti in America Latina, tra cui la Fondazione nazionale per la democrazia (National Endowment for Democracy – NED),  l’Istituto nazionale democratico (National Democratic Institute – NDI) e la Fondazione Open Society di George Soros.

Dopo l’inizio della crisi, l’Anpdh è stata l’organizzazione che più ha gonfiato i dati riguardanti decessi, feriti e persone detenute. Nell’ultimo rapporto presentato a settembre dello scorso anno, il cui contenuto è stato ripreso e divulgato come “verità assoluta” da media nazionali d’opposizione e media mainstream, la Ong diretta da Leiva assicurava che in Nicaragua c’erano già più di 560 morti per mano della polizia e dei paramilitari, oltre 4500 feriti e non meno di 1300 tra persone sequestrate e scomparse. Continua a leggere

Honduras “Lo vogliamo libero!”

  Honduras “Lo vogliamo libero!”

Genitori di Rommel Herrera esigono la sua liberazione e quella degli altri detenuti politici

Tegucigalpa, 23 luglio (Rel-UITA | LINyM) -.
Il 31 maggio scorso, la gigantesca  mobilitazione della Piattaforma per la difesa della sanità e l’istruzione, che da mesi lotta contro il progetto di privatizzazione dei servizi pubblici, è stata brutalmente repressa da militari e corpi speciali della polizia. Nonostante la forte tensione che si respirava in capitale, l’ambasciata statunitense a Tegucigalpa era rimasta inspiegabilmente senza la consueta protezione delle forze di polizia.

Tutto era pronto per inscenare un nuovo “falso positivo”, che sarebbe servito a criminalizzare la protesta pacifica e a mandare un messaggio di terrore alla gioventù honduregna, scesa nuovamente in piazza a fianco di medici e maestri.

Rommel Baldemar Herrera Portillo è un giovane maestro di soli 23 anni. Come molti suoi colleghi ha deciso di partecipare alle manifestazioni della Piattaforma. Mentre transitava di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti, vide che alcune persone stavano dando fuoco a dei copertoni proprio davanti alla porta principale della sede diplomatica. Rommel non ci pensò due volte, prese anche lui un paio di copertoni e li lanciò nel falò, poi si rimise in cammino.

Erano passati pochi minuti quando varie pattuglie della polizia militare lo raggiunsero. Rommel venne arrestato e il giorno dopo il Pm lo accusó di danni alla proprietà e incendio aggravato. In attesa dell’udienza preliminare, il giudice dispose la custodia cautelare nel carcere di Tamara, a pochi chilometri da Tegucigalpa. Contravvenendo alla disposizione, le autorità carcerarie decisero di trasferirlo nella prigione di massima sicurezza “La Tolva”, a più di 60 chilometri dalla capitale.

L’udienza preliminare si è svolta il 6 giugno scorso. Nonostante gli avvocati di Rommel abbiano confutato le deboli prove presentate dal Pm, il giudice ha decisio per il rinvio a giudizio del giovane maestro e ha confermato la custodia cautelare nel carcere di massima sicurezza.

I genitori di Rommel, Juan Carlos Herrera e Maricruz Portillo, entrambi professori, hanno dichiarato che il ragazzo è scomparso per 72 ore, durante le quali è stato torturato fisicamente e psicologicamente. Cofadeh, Conadeh, Conaprev e Cptrt hanno confermato quanto denunciato dalla famiglia [1].
“Nostro figlio è un detenuto politico. Incarcerandolo il regime vuole mandare un messaggio alla popolazione che lotta per rivendicare i propri diritti. In questo modo vogliono frenare e criminalizzare la protesta sociale”.

-Cosa è accaduto dopo il 6 giugno?

Continua a leggere

UN PO DI STORIA, COLPI DI STATO, TRADIMENTI  E PIANI DI FUGA CON POSTI LIMITATI.

UN PO DI STORIA, COLPI DI STATO, TRADIMENTI  E PIANI DI FUGA CON POSTI LIMITATI.
di: Carlos Fonseca Terán

Fb/ 09/07/2019
La democrazia non dipende dal fatto che un dato partito governa; la Rivoluzione si. Per questo la difesa del nostro governo è prima di tutto la difesa della nostra Rivoluzione,  che ha dato dignità alla nostra patria. Non si può concepire il Nicaragua senza Sandino,  e perciò non si può concepire la bandiera  bianca e azzurra senza la bandiera rossa e nera che la riscattò. La lotta sandinista non è iniziata ieri, ma quasi cento anni fa; il Comandante Daniel Ortega non è sbucato dal nulla, ma é la storia viva della lotta  sandinista  da quasi settanta anni. La Rivoluzione Sandinista non è nata con questo buon governo,  ma ha trionfato già quaranta anni fa.  La lotta di Sandino che dopo sei anni sconfisse quelle stesse truppe nordamericane che avevano invaso il Nicaragua; la lotta di guerriglia portata avanti per  diciotto anni  dal  FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, ndt) contro la dittatura di Somoza;  la contrapposizione  vittoriosa alla guerra di aggressione imposta dall’imperialismo nordamericano durante la prima tappa della Rivoluzione;  la lotta popolare contro il neoliberalismo, guidata dal FSLN;  la seconda tappa della Rivoluzione;  il confronto vittorioso contro il fallito tentativo di colpo di stato ordito dall’imperialismo attraverso  i suoi insetti traditori: questo e molto, moltissimo altro è la storia del sandinismo, carica di eroismo  e dignità. Storia di trionfi e di sconfitte trasformate in trionfi, di momenti difficili  superati attraverso nuovi trionfi; storia di imprese inedite, come il fatto di essere l’unica rivoluzione che abbia trionfato con le armi in questo emisfero dopo la Rivoluzione Cubana; o il fatto che il sandinismo è  l’unica forza  rivoluzionaria che ha recuperato  il potere dopo averlo perso, e che è arrivata  al potere con i proiettili prima, e col voto poi;  storia della quale il Comandante Daniel Ortega è stato assoluto protagonista dall’ adolescenza,  in tutte le tappe della lotta rivoluzionaria a partire dalla fondazione del FSLN.
Ai tempi di Somoza,  essere sandinista voleva dire vivere nelle catacombe, come diceva Leonel  Rugama; se un sandinista veniva scoperto dalla Guardia Nazionale,  veniva assassinato o catturato e torturato, e non c’erano né amnistia né indulto; per uscire dal carcere bisognava compiere audaci operazioni militari, come l’assalto alla casa di Chema Castillo nel 1974, o al Palazzo Nazionale nel 1978. Ed erano vere torture quelle che venivano inflitte ai prigionieri, tanto evidenti che perfino nelle foto ufficiali dei prigionieri, le tracce dei colpi ricevuti sul viso erano clamorose. Il Comandante Daniel Ortega ha ancora sulla fronte la cicatrice di un colpo del calcio di un fucile Garand che ricevette dai suoi torturatori.  Durante l’insurrezione del popolo nicaraguense preparata, organizzata e diretta dal FSLN,  la Guardia di Somoza bombardò le città del Nicaragua causando 50.000 morti. Quella, signori golpisti ipocriti e bugiardi…. QUELLA ERA UNA DITTATURA!  E quella dittatura, la dittatura di Somoza,  così come il tentato colpo di stato dell’anno passato,  sono stati  imposti  dall’imperialismo nordamericano.

Continua a leggere

Anniversario Rivoluzione Popolare Sandinista

 

Quando il 19 Luglio 1979 il Fronte Sandinista sconfigge la dittatura di Somoza, il presidente Ronald Reagan (U.S.A) immediatamente organizza un’operazione mafiosa di traffico illegale di armi e droga al fine di poter finanziare, la ‘contra’ nicaraguense. ‘Operazione Iran-Contras’

19 luglio 2019
Nonostante le difficoltà di questo ultimo anno, la Rivoluzione Sandinista continua il suo cammino con l’appoggio  del suo popolo, dimostrando conquiste, economiche e sociali.

Sandino Vive!.

Coordinamento Associazione Italia Nicaragua  

 

Nicaragua 6 Luglio-Impressionante mobilitazione della forza sandinista

Nicaragua 6 luglio, impressionante mobilitazione della Forza Sandinista
Di  Jorge Capelán.
(foto in fondo alla pagina)
managuaconamor.blogspot.com
Una marea  di persone, questo è ciò che questo fine settimana si è  mobilitato a Managua e León a sostegno del governo sandinista.
Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a due manifestazioni di impegno rivoluzionario, di sostegno massivo  organizzato dal  Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN).

La commemorazione di  sabato del Replegue (ritirata strategica) che ha determinato  il trionfo della  Rivoluzione Popolare Sandinista). Da Managua a Masaya, una carovana gigantesca di 30 chilometri accompagnata da migliaia e migliaia di persone a piedi  è stata tale che molti hanno dovuto fermarsi  circa 10 chilometri prima di raggiungere la destinazione, perché non c’era modo di entrare nella  Città dei Fiori (Masaya).
Le opposizioni hanno detto che la città di Masaya l’anno scorso era stata insurrecta (occupata) contro il governo sandinista”. Quindi  da dove sono apparsi i quasi 30 mila sandinisti che hanno partecipato alla commemorazione, nella  loro città? Come si organizza un’insurrezione contro migliaia di “agenti del regime”, “dipendenti pubblici” e “cittadini forzati”?. Come si “costringe” così tante persone a marciare? Più di 70.000 persone hanno partecipato  al  El Repliegue.

Se andiamo a León,  domenica 7 luglio si è commemorato il 40 ° anniversario della presa del Fortino di Acosasco, uno degli ultimi fortini della dittatura di Somoza quale azione ha segnato la liberazione definitiva della prima capitale della rivoluzione sandinista, siamo stati nel cuore del quartiere indigeno Subtiava con le famiglie del sandinismo storico.

Come Monimbó a Masaya, anche lì l’anno scorso hanno detto che la popolazione si era “ribellata” contro il sandinismo. La menzogna del “colpo soave” è stata rivelata in tutta la sua miseria.
Più di 15 mila leonesi hanno marciato per diversi chilometri a sostegno della rivoluzione sandinista e hanno giurato che i responsabili del golpe dello scorso anno “non hanno potuto ne potranno”, mai, privare il popolo della libertà e della pace conquistate a costo di tanto sangue e sacrifici. E quello era a León, perché a La Paz Centro c’era una grande marcia cittadina in memoria degli Eroi e dei Martiri di Pancorva, dove membri del Fronte Occidentale del FSLN combatterono una battaglia decisiva contro la Guardia Nazionale di Somoza.
In realtà, i sandinisti sono più uniti che mai, a tutti i livelli consapevoli che il compito di difendere la pace e la libertà è di tutti, di tutte le generazioni e di tutte le regioni. Il popolo sandinista e il popolo del Nicaragua sono vaccinati contro il colpo di stato.
La destra golpista, insieme a suoi complici decisi a ignorare la loro sconfitta ed a continuare la destabilizzazione del paese, camminano verso la totale irrilevanza guadagnandosi il disprezzo della gente. Alcuni settori sociali, che usano  i veleni dei media come La Prensa, El Nuevo Diario, radio  Corporation Confidencial, CNN e le reti sociali tossiche, vivono in una realtà parallela in un triste sradicamento del mondo che li circonda.
Per questi settori è un risveglio amaro, e si deve capire quanto difficile è per loro accettare che hanno scelto un’opzione sconfitta e sbagliata, che hanno sostenuto e giustificato l’esecuzione di crimini orribili  nel nome di quella causa . Questi settori dovranno riconciliarsi con ciò che hanno fatto ed  essere in grado di riappacificarsi  con il resto della società. Un processo lungo e amaro.
Le immense manifestazioni  di questo fine settimana sono state solo il preludio di quello che succederà il 19 luglio; sia con un’unica manifestazione  centrale a Managua sia con degli atti in tutte le città, la dimostrazione di forza della Rivoluzione Sandinista e il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale sarà enorme, la più grande nella storia.

Traduzione C. A

Il Repliegueritirata strategica.
In Nicaragua, è stata una manovra militare sandinista che ha facilitato il rovesciamento della dittatura di Somoza nel 1979.
Foto cortesia

 

Nicaragua È ancora 30 maggio

Nicaragua
È ancora 30 maggio
Basta menzogne

Esattamente un anno fa, il Nicaragua viveva una delle giornate più drammatiche della sua storia recente.

Nell’articolo scritto durante quei momenti terribili e gli scontri che hanno fatto vari morti e feriti sia tra simpatizzanti sandinisti che tra membri dell’opposizione, spiegavo como, ancora una volta, il Nicaragua “tornava ad essere il ‘país de nunca jamás’, in ostaggio di una realtà fittizia che si muove al ritmo dei social network, dove la realtà virtuale può contare più della realtà reale. Dove le vittime sono carnefici e i provocatori armati sono pacifici dimostranti”.
Un anno dopo e in mezzo a una campagna mediatica, sostenuta con forza sia dai media mainstream, da organizzazioni della cosiddetta ‘società civile’ e da organizzazioni internazionali, che da buona parte della comunità internazionale, che pretende manipolare la realtà e la verità, abbiamo deciso di pubblicare nuovamente la cronaca di quel giorno “Nicaragua: quando le menzogne vincono e diventano realtà”.

La potete rileggere QUI

https://www.peacelink.it/latina/a/45444.html

Qui sotto il link del nuovo video della serie di documentari “180 Grados: Claves de la Verdad”, che fa cadere un altro pezzo del castello di menzogne costruito durante l’ultimo anno.

Lo potete vedere QUI

30 de mayo ¿Un plan para sumar?
https://youtu.be/3eN7AbYu_n0

Costa Rica

Costa Rica Né pacifica, né verde

Criminalizzazione della protesta e uso indiscriminato di agroveleni

San José, 26 aprile (Rel-UITA | LINyM) -.
Nell’immaginario collettivo la Costa Rica è percepita come un “paese di pace” e un “paese verde”, in realtà si tratta di un’ottima strategia di marketing che serve a nascondere una realtà impresentabile che contraddice l’immagine patinata che si offre al mondo. Una realtà che, lungi dall’essere paradisiaca, è invece impregnata di sangue, pesticidi e distruzione ambientale.

Secondo dati forniti dal movimento ecologista, in quasi 40 anni (1970-2019) si sono registrati almeno 26 omicidi di persone vincolate alla lotta in difesa della terra e dei beni comuni. Il crimine più recente è stato perpetrato da sconosciuti lo scorso marzo contro il dirigente indigeno e difensore dei territori del popolo Bribri, Sergio Rojas Ortíz.

La Costa Rica vanta anche il record mondiale nel consumo di pesticidi per ettaro (18,2kg/Ha).

Secondo quanto riporta il Servizio fitosanitario dello Stato, durante il 2017 sono stati importati 18,6 milioni di chilogrammi di principi attivi, una tonnellata in più dell’anno precedente.La Federazione per la conservazione della natura, Fecon, assicura che tale primato sia collegato all’entrata in vigore dei polemici decreti esecutivi 39995-MAG e 40059-MAG, attualmente in fase di impugnazione presso la Corte Costituzionale [1].“La Costa Rica sa vendere molto bene la propria immagine di paese ‘democratico’ e ‘conservazionista’. É completamente immersa nella cosiddetta ‘economia verde’ e si propone come laboratorio climatico. Non a caso tra ottobre e dicembre organizzerà, insieme al Cile, la COP 25 [2]”, dice Henry Picado, presidente della Fecon.

La realtà è però molto diversa.

In Costa Rica l’agrobusiness è politica di Stato. Le imprese che promuovono le monoculture (banane, ananas, canna da zucchero, palma africana) hanno accesso a una quantità infinita di sussidi, esenzioni e agevolazioni fiscali.

“Abbiamo il caso della Pineapple Development Corporation – Del Monte (Pindeco) che ha ricevuto quasi 3.400 milioni di colones (5,7 milioni di dollari), cioè in pratica quasi il 10% del totale dei sussidi concessi al settore agroesportatore”, ci spiega Picado.

L’attivista ecologista ha ricordato che il risultato di queste politiche è sempre lo stesso: l’allontanamento delle popolazioni locali, l’accaparramento delle terre, la devastazione ambientale, il tutto occultato grazie al circo dell’economia verde.

La repressione della protesta

Contestare il sistema neoliberista, il modello estrattivista e l’agrobusiness è pericoloso.

L’esempio più brutale è il recente omicidio di Sergio Rojas Ortiz, reo di avere sollevato con forza e decisione la questione della difesa legale e legittima delle terre ancestrali Bribri.

“Tutti sanno che dietro il vile omicidio di Sergio ci sono i proprietari terrieri. Bisogna identificare e punire gli autori intellettuali e materiali di questo crimine. Non può rimanere impunito, come sempre accade qui”, dice Picado.

Fino a oggi nessuno degli omicidi perpetrati contro difensori della terra e dei beni comuni è stato chiarito. Tutti sono rimasti impuniti. Movimenti contadini e popolazioni indigene sono i principali bersagli di una repressione che diventa ogni giorno più cruenta, grazie anche al disinteresse e all’inerzia delle autorità.

Altri attori sociali, come il movimento LGBT e chi porta avanti rivendicazioni particolarmente fastidiose al progetto neoliberista, sono anch’essi vittime della criminalizzazione e repressione.

Continua a leggere

Nicaragua-Mons. Silvio Báez sarà trasferito a Roma

Nicaragua: Mons. Silvio Báez sarà trasferito a Roma
Nè minacce, nè esilio
Báez partirà dopo le festività pasquali
Managua, 13 aprile (LINyM) -.
La decisione del Vaticano di richiamare a Roma il vescovo ausiliare di Managua monsignor Silvio Báez è arrivata all’improvviso a sconquassare i piani dell’opposizione nicaraguense, ma non si può certo dire che non fosse nell’aria.

Per nessuno è un segreto che all’interno della CEN (Conferenza episcopale nicaraguense) ci siano anime e visioni diverse circa quanto è accaduto a partire da aprile 2018 e il modo per uscire dalla crisi politica e sociale in cui è sprofondato il Nicaragua.

All’interno dell’assemblea permanente dei vescovi nicaraguensi spiccano tre figure che incarnano l’anima più conservatrice e profondamente antisandinista: Abelardo Mata vescovo di Estelí, Rolando Álvarez vescovo di Matagalpa e per l’appunto Silvio Báez.

I tre hanno giocato un ruolo determinante durante il primo e fallimentare tentativo di dialogo dello scorso anno, schierandosi apertamente a favore di una delle due parti sedute al tavolo – l’Allenza civica per la giustizia e la democrazia (Acjd) – e difendendo a spada tratta le barricate (tranques) sorte un po’ in tutto il Paese come strumento di pressione contro il governo. Uno strumento diventato ben presto fonte e luogo di violenza, ricatto e morte.

Non si può nemmeno dimenticare che in quei giorni Báez e il resto della CEN cercarono in tutti i modi di costringere il governo ad accettare una ‘tabella di marcia’ totalmente incostituzionale, che prevedeva, tra l’altro, la rinuncia immediata del governo e di tutte le cariche dello Stato,  la nomina di un non ben definito ‘governo di transizione’, la convocazione di un’assemblea costituente ed elezioni generali entro il 2018.

Continua a leggere